«La traviata» rappresentata con vivo successo a Lugano

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Spazio musicale

«La traviata» è andata in scena al LAC i giorni 2, 4, 6 e 8 settembre. La presente nota si riferisce alla rappresentazione del 6 settembre. Lo spettacolo è stato allestito con largo concorso di artisti e istituzioni luganesi, che si sono fatti molto onore e hanno riscosso ampi e meritati consensi da parte del pubblico. Devo tuttavia esprimere qualche riserva sulla concezione della protagonista e sull’idea, esposta in alcuni articoli di presentazione pubblicati nella stampa, che la malinconia costituisca il sentimento dominante dell’opera. Per chiarire questi punti penso sia necessario ripercorrere la vicenda.

Una donna dai costumi facili e dalla salute malferma vive in un mondo dissoluto e vi partecipa senza ritegno; le viene presentato un uomo che le vuole veramente bene; dopo qualche esitazione accetta il suo amore e cambia vita; è felice; purtroppo il padre di lui, temendo per il prestigio della famiglia, le chiede di rinunciare a quella relazione; è straziata ma acconsente; subisce disprezzo e umilianti offese da parte dell’uomo amato; avviene poi una spiegazione e una ardente riconciliazione, ma subito dopo la donna muore a causa di una tisi. In poche parole: al centro degli avvenimenti c’è il personaggio femminile, che si redime grazie all’amore, soffre poi per l’intervento di un padre preoccupato e per la malattia, alla fine si spegne in giovane età. Dal contrasto tra la donna depravata e in seguito la donna profondamente innamorata, con nel mezzo qualche momento dubbioso, l’opera trae la sua ricchezza teatrale: il tutto è trattato da Verdi in modo magistrale. Come il contrasto in questione fosse presente con forza nella mente del compositore appare fin dal preludio: dopo una allusione alla tristezza dell’epilogo l’orchestra mette in un singolare contrappunto il tema che maggiormente esprime un amore sincero e un motivetto dei primi violini divisi a note staccate, nel quale si riconosce la donna spensierata e brillante.

A Lugano Violetta (questo è il nome della protagonista) è stata introdotta dalla regia di Carmelo Rifici come una ragazza timida e schiva, imbarazzata nel ricevere gli ospiti, senza atteggiamenti spavaldi o provocanti. Con ciò è venuta meno quella contrapposizione e quindi quella ricchezza teatrale alla quale ho accennato sopra. Una affermazione di Verdi, che trovo citata in una conversazione di Riccardo Muti con una giornalista del «Sole 24 Ore» pubblicata il 31 luglio 2016, mi sembra significativa nell’indicare l’estensione del tragitto percorso da Violetta stabilendo inequivocabilmente il punto di partenza. Al solito il compositore si esprime in termini schietti e crudi: «A Roma hanno fatto Traviata pura e innocente, ma una puttana deve essere sempre una puttanaɰ.

Quanto alla malinconia trovo che gli stati d’animo della donna si spingano molto oltre perché diventano strazio quando il padre di Alfredo (questo è il nome dell’innamorato) le chiede di sacrificare la relazione, disperazione quando implora affetto in un momento cruciale (»Amami Alfredo») e infine espressione intensissima di nobili sentimenti e auspici prima della morte.

Nella «Traviata» luganese le concezioni registiche hanno scolorito il primo atto ma non hanno compromesso seriamente il resto dell’opera. Anzi mi sembra che il Rifici sia rientrato in una visione più tradizionale e non abbia mancato di conferire il rilievo necessario alle punte drammatiche della vicenda e alle passioni forti. Per esempio, il tormento di Violetta in «Amami Alfredo» ha avuto anche sul lato visivo piena corrispondenza. Direi quasi che la regia è risultata migliore di quanto sarebbe stata applicando coerentemente le idee del regista.

Sul versante musicale, la direzione di Poschner si è distinta per la scrupolosissima accuratezza. Ogni particolare della partitura ha ricevuto la massima attenzione. A volte però, ho trovato l’orchestra troppo secca e sferzante oppure tendente a una concezione cameristica, fatta eccezione per alcune improvvise detonazioni a tutta forza. L’Orchestra della Svizzera italiana ha seguito il direttore con grande bravura (sia detto un elogio speciale per i legni, spesso chiamati a portare deliziosi colori ed espressione alle melodie). Inappuntabile il coro della Radiotelevisione svizzera, istruito da Andrea Marchiol. La soprano Myrtò Papatanasiu nel primo atto, particolarmente nei funambolismi virtuosistici della parte conclusiva, mi ha lasciato qualche dubbio: ha messo in campo trasporto e coraggio ma avrebbe dovuto controllare di più le emissioni e ammorbidire gli attacchi degli acuti. Tuttavia, superato quello scoglio, peraltro temutissimo da quasi tutte le soprano, si è rivelata cantante di grande valore: sul piano tecnico grazie a una voce limpida, vellutata, calda e flessibile (stupende le mezzevoci), su quello interpretativo con un acume eccezionale nel penetrare in tutte le pieghe dei sentimenti di Violetta. Indimenticabile il suo addio al padre di Alfredo nel secondo atto, dove ogni nota e ogni parola, si potrebbe dire ogni sillaba, giungeva al cuore degli ascoltatori. Buona volontà ha manifestato il tenore Airam Hernandez, ma le sue risorse non sono all’altezza di quanto occorrerebbe per un grande innamorato. Viceversa, una prestazione di primissimo piano ha dato il baritono Giovanni Meoni: possiede mezzi solidi e sicuri, con i quali ha dato vita in modo esemplare a un personaggio più complesso di quanto sembra e che a sua volta compie nel corso dell’opera una evoluzione considerevole. Tra i comprimari è piaciuta particolarmente Michela Petrino nei panni di Annina. Pregevoli le scene di Guido Buganza, le luci di Alessandro Verazzi e i costumi di Margherita Baldoni.

 

Carlo Rezzonico

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