La sacra fiamma della politica

Apr 5 • In terza, L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 104 Views • Commenti disabilitati su La sacra fiamma della politica

Eros N. Mellini

Fa piacere vedere così tanti candidati alle elezioni comunali, primo gradino delle funzioni politiche istituzionali del nostro moderno «cursus honorum». Quest’ultimo, nell’antica Roma, prevedeva l’assunzione progressiva di cariche pubbliche sempre più importanti: questore, edile, pretore, su su fino a diventare console, massima carica della Roma repubblicana. Traslata in chiave moderna, questa carriera potrebbe essere equiparata – seppure ovviamente con livelli diversi e altre funzioni – a consigliere comunale, deputato in Gran Consiglio e consigliere nazionale o agli Stati per quanto riguarda il Legislativo, e a municipale, consigliere di Stato e consigliere federale per ciò che attiene al potere esecutivo. Per un ormai vecchio ronzino della politica nostrana, è l’occasione per qualche riflessione.

Perché intraprendere una carriera politica?

Più che «intraprendere», sarebbe più appropriato dire «tentare» una carriera, visto che la realizzabilità della stessa dipende da un fattore estremamente aleatorio quale l’elezione, rispettivamente la rielezione popolare.

In Svizzera la politica è soprattutto di milizia quindi, a parte per pochi – perlopiù attivi nel potere esecutivo – l’interesse pecuniario è secondario. Non fa certo schifo intascare qualche ghiotto gettone di presenza in uno o più consigli d’amministrazione, cosa con cui parecchi parlamentari arrotondano il loro reddito mensile, ma questo lato venale non offusca (perlomeno non completamente) le ragioni di carattere idealistico.

L’ideale

È generalmente l’aire che spinge quasi tutti i neofiti della politica attiva. Al di là di quelle che possono essere le pressioni più o meno consapevoli da parte di famiglia, amicizie o frequentazioni, chi decide di «fare politica» lo fa perché vuole dare il suo contributo al bene della società in cui vive, magari cambiando delle situazioni che considera sbagliate, accodandosi a movimenti o partiti di protesta. La Lega dei Ticinesi è nata proprio così. Un fenomeno unico e irripetibile dovuto alla genialità di Giuliano Bignasca che, proprio perché protestava contro un malandazzo – vero o presunto, ma comunque opinione condivisa da molti – riuscì a coagulare nella Lega una massa di gente la quale, sinceramente, sperava che il nuovo movimento riuscisse davvero a cambiare le carte in gioco.

Contribuire alla prosperità pubblica è peraltro un ideale perseguito anche da chi entra in politica in partiti tradizionali, spesso semplicemente spinto dall’atmosfera respirata in famiglia fin dall’infanzia, anche se negli anni più recenti l’ereditarietà della militanza partitica si è vieppiù affievolita, non da ultimo a causa del tradimento ideologico attuato da certi schieramenti politici che, pur di aumentare il consenso elettorale, hanno allargato il proprio cappello a tutto e al contrario di tutto. Dalla serie: prima acquisiamo potere poi, in qualche modo, ce lo divideremo al nostro interno. Una politica miope che, dopo alcuni decenni di successo, ha segnato e sta segnando il declino dei partiti storici.

L’ambizione

Un ragionevole grado di ambizione non è negativo in un politico anzi, se non sfrenata, costituisce il catalizzatore che nel tempo ha messo in evidenza le capacità di personaggi molto validi. Per la verità, mette anche in evidenza in modo inversamente proporzionale l’incapacità di altri meno dotati. Inoltre, l’ambizione dovrebbe essere una medicina da assumere a dosi progressive e, possibilmente, omeopatiche. Se se ne è accecati, si rischia di perdere di vista la realtà e non fare bene il proprio lavoro di deputato: è difficile fare il consigliere comunale pensando già all’obiettivo del Consiglio federale. Il «cursus honorum», appunto, un passo alla volta.

L’entusiasmo da non perdere

È importante gettarsi nell’agone politico con entusiasmo e, soprattutto, senza mai perderlo. Perché in una carriera politica capitano inevitabilmente le delusioni: una mancata elezione, qualche colpo basso da parte del proprio partito, una decisione di quest’ultimo con cui non si è d’accordo… Eh sì, in politica non sono sempre rose e fiori. Ma nell’insieme può essere fonte di grandi soddisfazioni. Vedere accettata una propria proposta dal Consiglio comunale – ma anche riuscirne ad affossare una che si ritiene nociva – è appagante e compensa tutte le delusioni.

Le elezioni come una competizione sportiva…

Effettivamente, qualcuno non è tanto determinato dalla lodevole volontà di dare il suo contributo alla gestione della «res publica», quanto dall’agonismo, dalla voglia di mettersi in competizione, di vincere, di battere degli avversari. Comunque, una cosa non esclude l’altra, anzi: per poter portare avanti le cause in cui si crede è indispensabile ricoprire delle cariche istituzionali, che solo il successo elettorale può garantire. Si potrebbe dire che lo svolgimento quotidiano delle mansioni inerenti alla carica costituisce quello che nello sport è il duro allenamento, mentre le elezioni sono la gara cui quest’ultimo ci ha preparato. Un momento di meritato trionfo  – ancorché effimero, perché necessita di riconferma a ogni nuova legislatura – ma poi si torna a lavorare, ad allenarsi.

… e il partito come squadra

La politica è anche uno sport di squadra, ci si batte per sé stessi, ma anche per il successo del partito in cui si milita e di cui si condividono valori e ideologie. Certo, si può correre anche individualmente ma, contro delle squadre ben affiatate e che dispongono di mezzi finanziari, di vasta eco mediatica e di una lunga tradizione, ben difficilmente Davide si ripeterà contro Golia. Un po’ come la Coppa svizzera di calcio: partecipano anche squadre di lega inferiore – è anzi un’occasione irripetibile per quest’ultime di giocare contro compagini blasonate del massimo campionato – ma quante di queste squadre minori ha mai superato un turno o due?

Meglio dunque militare in un partito di «Super League» che non andare al massacro da soli, sebbene fregiandosi di un idealismo puro e duro, non disponibile a compromessi.

Fare politica attivamente in un partito significa però anche lavorare all’interno dello stesso, occupandosi della sua gestione, delle sua campagne, delle bancarelle in occasione di iniziative o referendum, dell’organizzazione di eventi, eccetera. Per continuare con la metafora calcistica, far parte dello staff tecnico consci, in tutta umiltà, essere un tassello indispensabile al successo comune. Osannati o bacchettati di volta in volta dal pubblico, rappresentato dall’elettorato. È un’occupazione che dà le sue soddisfazioni, quando il partito registra un successo, sia esso elettorale o in votazioni popolari; e che costituisce un buon trampolino di lancio verso future cariche istituzionali.

Auguri a tutti i candidati e, qualunque sia il risultato personale, NON MOLLATE!

Nell’oltre trentina d’anni del mio personale «cursus honorum» ho visto troppi candidati sparire dalla scena perché delusi dal proprio risultato elettorale. Ed è peccato, perché molti di loro avevano le qualità per riuscire. Tutte le qualità, salvo la pazienza e la perseveranza. Si ricordi che i posti sono limitati e non tutti possono essere eletti. L’importante è non mollare e tentare di nuovo la prossima volta. Per dirla con Nietzsche: «Ciò che non ti uccide, ti rende più forte». E una sconfitta elettorale, almeno in democrazia, non ha mai ucciso nessuno.

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