La proporzionalità perduta

Mag 15 • L'editoriale, Prima Pagina • 169 Views • Commenti disabilitati su La proporzionalità perduta

Eros N. Mellini

La crisi del coronavirus ha evidenziato, a mio avviso, un’insana scossa al senso della misura. Sia da parte del privato cittadino, sia delle autorità.

All’isterica reazione del pubblico…

Indubbiamente, il diffondersi di notizie e informazioni (o pseudo tali) spesso contraddittorie da parte di autorità colte impreparate – questo penso sia ormai accertato – ha avviato una reazione isterica e priva di qualsiasi razionalità nel pubblico. Al punto di contestare qualsiasi decisione che contrastasse anche minimamente la propria persuasione di stare ormai vivendo l’apocalisse. In preda al terrore – qualcuno ha ipotizzato che la profezia dei Maya si fosse semplicemente spostata di otto anni – ogni studio pseudo scientifico che confermi gli scenari più cupi è assurto a dogma indiscutibile e da accettare acriticamente. Chiudere, chiudere, chiudere, è stata la parola d’ordine, a prescindere dai danni che ciò avrebbe causato all’economia. Sì, perché la salute è di tutti, l’economia, invece, è patrimonio solo e unicamente di quel pugno di ingordi imprenditori che guardano solo ai propri guadagni. Che poi quest’ultimi siano anche quelli che pagano alla massa gli stipendi che le permettono di vivere in prosperità, non ha importanza: sono dei mascalzoni irresponsabili e basta!

… ha fatto seguito quella, a volte non meno irrazionale, delle autorità

A torto o a ragione, le autorità – perché è a loro che competono le misure di protezione da adottare – hanno dato seguito alle pressioni del pubblico, imponendo delle chiusure drastiche (che il popolino perennemente scontento non ha comunque mancato di giudicare tardive) delle attività economiche e sociali con l’intento, ovviamente, di far sì che questo “lockdown” durasse solo quel minimo indispensabile ad assicurare una ragionevole tutela della salute pubblica nel periodo del picco dei contagi. Già fra queste misure ce ne sono state di quelle, a mio avviso, irrazionali o quantomeno esagerate quali, per esempio, il divieto di andare a fare la spesa per gli ultrasessantacinquenni. Non c’è dubbio, inoltre, che le scuole siano state chiuse – che la misura sia stata giusta o no, non ha importanza ai fini di questo discorso – solo a seguito delle pressioni dei genitori che, quando si parla dei loro figli, non brillano certo per raziocinio e serenità.

E ora, la lenta ripresa

Oggi, ormai toccato il picco dei contagi e iniziato il calo degli stessi, è più che mai urgente riaprire, riaprire e riaprire, seppure progressivamente e mantenendo le necessarie precauzioni. Ciò vale soprattutto per le attività economiche, senza le quali la popolazione non morirebbe più di coronavirus, bensì di fame. Ma anche qui, mi sembra che il senso della misura, o semplicemente il buonsenso, sia a volte andato perduto. Infatti, se l’economia – e non dimentichiamo che la spina dorsale di quella svizzera non è tanto rappresentata dai giganteschi gruppi multinazionali, quanto dalle piccole e medie imprese (PMI) che ne costituiscono oltre il 98% – ha assoluto bisogno di riprendere a lavorare, lo stesso discorso non vale per la riapertura delle scuole dell’obbligo. Quest’ultima avrebbe un senso se si considerasse la chiusura avvenuta finora come un anticipo delle vacanze estive, recuperando il tempo perso con un proporzionale posticipo della chiusura. Ma che senso ha, mi chiedo, riaprire le scuole per un paio di settimane – oltretutto a partecipazione ridotta degli allievi – per poi chiudere di nuovo con evidente perdita irricuperabile di una non indifferente parte del programma d’insegnamento?

E che la controversa misura di schedatura di chi frequenta bar e ristoranti?

Qui la mancanza di proporzionalità viola addirittura la privacy del cittadino che dovrebbe essere garantita costituzionalmente. Se ne sono accorti anche in alto loco, per fortuna, e hanno reso la misura facoltativa. Per accedere a un ristorante o a un bar ed esservi debitamente serviti, si dovrebbe fornire le proprie generalità al cameriere, tramite un apposito formulario, dati che sarebbero poi raccolti in un database per favorire la tracciatura in caso di contagio da Covid-19. Sullo stesso principio funzionerà l’app per il telefonino. Se si pensa allo scandalo – a mio avviso, come sempre, esagerato – che, a fine anni ’80, suscitò la notizia che la Confederazione aveva schedato abusivamente una gran parte dei cittadini, fa strano che una tale idea possa essere proposta dalle autorità elvetiche, sia pure con il pretesto della sanità pubblica. Se si pensa che per effettuare delle intercettazioni telefoniche, si deve ottenere l’autorizzazione da non so quante istanze governative e giudiziarie, l’imposizione di fornire i propri dati a un cameriere – che, con tutto il rispetto per la categoria, non è che sia particolarmente indicato per questa delicata bisogna – semplicemente per accedere a un locale pubblico, non mi sembra sia un grande passo verso la normalizzazione. Tanto più che una norma come questa vanifica, a mio avviso, buona parte dei vantaggi della riapertura per l’esercente. È infatti probabile che buona parte della potenziale clientela rimandi la frequentazione del locale a tempi migliori, quando potrà farlo senza incorrere in misure che violano la sua privacy. L’efficacia della misura sulla tracciabilità del contagio poi, non può essere che parziale, visto che l’interessato ha mille altre possibilità di infettarsi (assembramenti fino a cinque persone, bus, tram e treni, eccetera).

Una pericolosa rassegnazione

Ciò che mi preoccupa, tuttavia, al di là dell’abnormità di certe misure, è una sorta di supina rassegnazione che l’astinenza forzata degli ultimi mesi ha inculcato nella gente. La protezione della sfera privata (privacy) è un diritto tanto importante e fondamentale da essere iscritto nella Costituzione federale, e quindi non lo si può banalizzare con frasi tipo “tanto siamo già tutti schedati con la carta Cumulus” o “se non vuoi dare i dati, non andare al ristorante”. Significa accettare una grave incursione dello Stato nella nostra vita privata, primo prodromo – se lo accettiamo oggi – di chissà quali altri futuri interventi sulla base di ancora meno credibili pretesti.

“Chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere” – ho sentito dire. Chissà cosa ne pensano coloro che, alla fine degli anni ’80, diedero in escandescenze per avere scoperto di essere stati schedati? Se in trent’anni lo sdegno si trasforma in totale comprensione e accettazione, siamo davvero su una brutta china.

Comments are closed.

« »