«La Gioconda» alla Scala in un pregevole allestimento

Lug 8 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 235 Views • Commenti disabilitati su «La Gioconda» alla Scala in un pregevole allestimento

Spazio musicale

Il libretto della «Gioconda» mette in azione personaggi estremi: Barnaba nella perfidia e nella spregiudicatezza quando persegue i suoi scopi, Alvise nella fredda determinazione con cui si vendica per l’infedeltà della moglie, Enzo e Laura nella reciproca infatuazione amorosa. Nascono in gran numero colpi di scena, capovolgimenti di situazioni, scontri violenti, efferatezze e avvenimenti inverosimili. Talvolta i momenti di cupa drammaticità sono abbinati a voci o cori lontani, che per contrasto rendono ancora più sinistro quanto accade in scena. Appare un certo compiacimento nel clima di orrore. Dai personaggi esasperati si distingue nettamente solo la madre della protagonista, la Cieca, tutta compresa di amore per la figlia e fede religiosa. Quanto a Gioconda stessa, mentre da un lato si comporta a sua volta in modo estremo, si innamora di Enzo alla follia e respinge brutalmente Barnaba, dall’altro mostra correttezza e umanità, in fondo si redime, per l’assoluta adesione alla volontà della madre di proteggere Laura con il santo Rosario. La complessità della vicenda e la successione incessante di fattacci genera nello spettatore stanchezza e perfino disgusto ma offre anche molte occasioni per intense espressioni liriche e drammatiche. Ponchielli sa trarne partito con intelligenza e non di rado attinge autentica grandezza grazie non soltanto ad alcune melodie di notevole levatura, ma anche a recitativi costantemente aderenti al testo e a una ammirevole accuratezza strumentale. La scena conclusiva del primo atto, quando Gioconda scopre di essere tradita da Enzo, tocca il cuore degli ascoltatori, suscita pietà e si innalza al sublime con la melodia dei primi violini su tremoli degli altri archi. L’accompagnamento poi porta finezze dei legni, che corrono il rischio di passare inosservate poiché l’attenzione si concentra sulla melodia: alludo particolarmente a due battute in cui clarinetti e fagotti a terze delineano una discesa cromatica nella quale la musica sembra accasciarsi nel dolore per il destino della donna. Ho detto anche della costante qualità dei recitativi. Prendiamo il monologo di Barnaba «O monumento!» Nel profilo drammaturgico o della caratterizzazione del personaggio è una scena inutile: su Barnaba e sulla sua totale malignità sappiamo già a sufficienza. Si sarebbe tentati di tagliarla e di abbreviare così un’opera eccessivamente lunga. Ma sarebbe peccato. Sulle parole «O monumento!» la frase musicale scende con imponenza, creando un senso di vera monumentalità. Subito dopo, quando Barnaba dice «regia e bolgia dogale», il canto striscia in zona bassa, per grado congiunto, alludendo all’uso ambiguo e diabolico della Bocca del Leone. Invece sulle parole «Atro portento!» la voce si inalbera nella manifestazione di un perverso orgoglio per le crudeltà del regime. Insomma: la trama ostica, le esagerazioni di ogni genere e certe lungaggini di stampo quasi wagneriano hanno allontanato il pubblico dalla «Gioconda», d’altro lato però i non pochi momenti assai validi dovrebbero indurre a tollerare gli aspetti negativi, riconoscendo a quest’opera un posto onorevole, se non proprio di primissimo piano, nella storia del teatro musicale.

E ora vengo all’allestimento mandato in scena alla Scala nel mese di giugno. Non mi ha convinto completamente la direzione di Frédéric Chaslin. Il patrimonio melodico e le finezze timbriche e armoniche avrebbero dovuto ricevere maggior attenzione. Solo nell’ultimo atto il direttore ha preso in mano l’orchestra con autorità e conseguito risultati positivi. Comincio la rassegna dei cantanti con Anna Maria Chiuri, che ha una tessitura troppo acuta per la parte della Cieca e manca della consistenza di timbro richiesta a una contralto; tuttavia, ha cantato con buon stile e, sotto questo punto di vista, si è fatta apprezzare. L’importante parte di Enzo è stata affidata a Stefano La Colla, un tenore lirico abbastanza valido, un poco fragilino, che in ogni caso si è destreggiato passabilmente. Salgo di un gradino nella scala dei meriti per elogiare l’ottima prestazione di Daniela Barcellona la quale, nei panni della rivale, si è battuta con molta energia e convinzione. Restano i due maligni e naturalmente la protagonista. Le qualità vocali, unitamente a una esperienza accumulata in una lunga carriera, hanno giovato a Roberto Frontali nel tessere le perfide trame di Barnaba mentre la voce splendida e ampia di Erwin Schrott ha delineato con bravura straordinaria la figura del crudele marito di Laura. Irina Churilova, che ha impersonato Gioconda la sera in cui ero presente (quella del 14 giugno), possiede mezzi voluminosi, limpidi, smaltati, con acuti forti, seppure un tantino gridati. Ha dato del personaggio del titolo una versione marcata. Il suo «Suicidio!» è stato impressionante. Quanto al Coro della Scala, istruito da Alberto Malazzi, si può dire che ha toccato la perfezione in ogni circostanza e si è fatto onore con una prestazione davvero maiuscola.

La regia, le scene, i costumi e le luci erano rispettivamente nelle mani di Davide Livermore, Giò Forma, Mariana Fracasso e Antonio Castro. Mi è sembrato strano presentare una Venezia a tinte chiare e sfumate per una storia che più fosca non potrebbe essere. In ogni caso ci sono almeno due punti positivi da accreditare alla parte visiva dello spettacolo. In primo luogo, l’enorme brigantino messo in palcoscenico nel secondo atto ha permesso al tenore di cantare suggestivamente la sua famosissima aria dall’alto dell’imbarcazione. In secondo luogo, Barnaba in «O monumento» e Alvise Badoero nel terzo atto, prima di comunicare le sue terribili intenzioni alla moglie, sono rimasti quasi immobili. L’assenza di attivismo scenico ha permesso di apprezzare maggiormente l’ottima dizione e gli accenti del Frontali come pure il cinismo agghiacciante di Badoero nell’impeccabile interpretazione dello Schrott.

Una menzione speciale va fatta per la danza delle ore. Veramente la struttura scenica non ha concesso molto spazio alla danza e non ha permesso grandi sviluppi coreografici; inoltre, alcuni inserimenti di non-danza che presumo voluti dal regista non hanno contribuito all’incanto del momento. Tuttavia, Frédéric Olivieri come coreografo ha svolto un buon lavoro. Il ballerino (del quale il programma di sala non ha indicato il nome) si è distinto per l’ottima tecnica, particolarmente nei salti; d’altra parte, le ballerine allieve della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala hanno portato grazia e fluidità su una delle partiture per danza più raffinate dell’Ottocento.

Detto delle calorose accoglienze del pubblico per ogni artefice dello spettacolo, con riferimento particolare alla Churilova, devo far spazio a un’ultima osservazione. Il finale dell’opera è stato modificato nel senso che Gioconda non muore suicida ma si salva grazie a uno stratagemma. Una edulcorazione siffatta poco si accorda con uno spettacolo tutto strazio e disperazione. Anni fa vidi a Zurigo una edizione del «Ballo in maschera» nella quale Riccardo non muore; in sua vece muore un pupazzo che tiene tra le mani. Devo prepararmi a vedere qualche «Otello» in cui Desdemona sopravvive alle macchinazioni di Jago e alla furia del geloso marito?

 

Carlo Rezzonico

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