La democrazia diretta: un bene unico, da salvaguardare!

Giu 13 • L'editoriale • 1991 Views • Commenti disabilitati su La democrazia diretta: un bene unico, da salvaguardare!

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

La maggior parte della classe politica svizzera odierna farebbe rivoltare nella tomba qualunque politico l’abbia preceduta fino ad alcuni decenni fa. Chiunque abbia fatto politica – raggiungendo gli usuali traguardi di una carriera, Gran Consiglio e Consiglio di Stato a livello cantonale, Camere federali e Consiglio federale a Berna – in un passato non poi tanto remoto, poteva commettere degli errori certamente, ma su un concetto tutti erano d’accordo: essere svizzeri era un privilegio, la Svizzera era “migliore” degli altri paesi e tutto doveva essere fatto per continuare ad esserlo. Ciò comportava naturalmente un impegno non da poco, la sfida era quotidiana ma la consapevolezza che questa prerogativa invidiataci dal mondo intero bisognava guadagnarsela, rendeva sopportabile qualsiasi sforzo fatto in questo senso.

Lo so, è stucchevole rimpiangere i “bei tempi andati”, esercizio peraltro fatto da ogni generazione, il che è sintomatico di un continuo cambiamento che il progresso tecnologico e industriale ha reso e rende sempre più veloce. Il che fa sì che, mentre un tempo il confronto con il passato veniva perlopiù fatto su periodi di almeno un paio di generazioni – il tempo necessario a digerire i cambiamenti più radicali – oggi si tende a considerare un residuato del giurassico qualsiasi modello di telefonino che, oltre alla ormai quasi superflua funzione di telefonare, non abbia perlomeno un centinaio di applicazioni andanti dalla fotocamera al registratore, dal collegamento a Internet al GPS, senza escludere a priori che, con l’acquisto di un apposito abbonamento non possa offrirti anche una doccia o il caffè.

A questa frenetica offerta di comodità – perché indubbiamente questo progresso ci rende più facile e piacevole la vita – corrisponde però una sempre minore considerazione per quelli che una volta erano considerati come valori irrinunciabili, per i quali valeva la pena combattere strenuamente. Ed è logico, in un mondo nel quale tutto ci è reso più comodo, quando non addirittura dovuto, perché complicarsi la vita con dei princìpi il cui valore ci viene sempre più insegnato a disprezzare?

 

Siamo anche noi come gli altri…

Come detto, mentre una volta si faceva di tutto per dimostrare ogni giorno che eravamo migliori degli altri, da alcuni decenni a questa parte tale affermazione è diventata indice di inammissibile arroganza. In realtà, non è che alla Berna federale importi molto di essere arrogante, infatti lo fa regolarmente nei riguardi del popolo svizzero. No, il fatto è che “essere anche noi come gli altri” è molto più comodo, si fa meno fatica ad accettare come inevitabile l’immigrazione di massa, la criminalità, l’insicurezza generalizzata, che non combattere per arginare tutti questi deleteri fenomeni.

Gli Stati che ci circondano – uniti nell’Unione europea – stanno andando a catafascio ma, anziché reagire tentando di non farci trascinare in un letale mulinello, stiamo allegramente unendoci alla massa che sta annegando affermando spudoratamente che sta meglio di noi o che non possiamo far altro.

In altre parole, il frenetico cambiamento in corso sta diventando un degrado dei costumi e delle regole di vita che rendevano un privilegio l’essere svizzero. La Svizzera politica ha rinunciato ad essere il modello per eccellenza di una democrazia vincente, per accodarsi all’onda fallimentare di Stati che si trovano oggi a pagare anni di cecità politica e di incapacità gestionale.

 

Finora ci ha salvato la democrazia diretta

È un fatto. Senza la democrazia diretta – che nel 1992 ci ha evitato quell’anticamera dell’adesione all’UE che era lo Spazio economico europeo (SEE), che ci ha fatto dire NO all’Europa nel 2001, e NO lo scorso 9 febbraio alla libera circolazione delle persone – il nostro Paese sarebbe oggi membro dell’UE, con la perdita di sovranità e d’indipendenza che ne conseguirebbe.

Ma la Berna federale non demorde. Invece di optare per la via bilaterale quale alternativa all’adesione, il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento ha imboccato questa strada per trascinarci, nostro malgrado, nell’Unione europea.

 

La Svizzera non fa parte dell’UE

Delle centinaia di accordi bilaterali in vigore con l’UE, una buona parte è reciprocamente utile a entrambe le parti, alcuni non ci recano particolari danni, ma certi sono veramente di solo vantaggio dell’UE. Schengen/Dublino e libera circolazione delle persone, per citarne solo due, che vanno rinegoziati o, subordinatamente, rescissi. Per quanto riguarda la libera circolazione delle persone, il sovrano si è espresso chiaramente il 9 febbraio 2014.

Dopo le prime reazioni isteriche, Consiglio federale e Parlamento sono ora alla ricerca di un modo per invalidare la decisione popolare. Il motivo ricorrente è l’inapplicabilità dell’iniziativa, ma non in quanto giuridicamente fuori posto, no, semplicemente perché Bruxelles non è d’accordo. La libera circolazione delle persone è un pilastro irrinunciabile dell’UE. Ma appunto, dell’UE non della Svizzera che non ne fa parte! Nessuno Stato al mondo ha la libera circolazione delle persone con un altro Stato. Questa esiste all’interno di uno Stato federale, negli Stati uniti come in Svizzera fra i cantoni. E l’UE la vuole al suo interno perché brama di presentarsi come quello Stato unico che, di fatto, è solo sulla carta. Ma la Svizzera non è nell’UE e quindi, rispetto a quest’ultima, è uno Stato estero e, come tale, sovrano e indipendente.

 

Un’indegna campagna di colpevolizzazione

La mossa in atto da parte di Berna per aggirare l’ostinata refrattarietà del popolo svizzero all’UE, è estremamente subdola.

Intanto, dal 9 febbraio 2014, si sta facendo una campagna mediatica indegna, volta a colpevolizzare il fronte che ha votato l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Non passa giorno che qualche media non riporti il parere di eminenti personalità che mettono in guardia contro le conseguenze del SÌ popolare alla gestione autonoma dell’immigrazione, a volte attribuendo a questa votazione anche fenomeni del tutto estranei alla stessa. Tutto al solo scopo di convincere quanta più gente possibile che il NO alla libera circolazione è stato un colpevole errore.

Nel contempo, si sta preparando un’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa che, per prima cosa, verrà presentata a Bruxelles per accordo. Un atto di servilismo non necessario, ma utile per sollecitare un rifiuto da parte dell’UE, tornando quindi in Patria a dire: “vedete, non si può fare, e l’UE minaccia di far saltare tutti gli accordi bilaterali”. Il che, di transenna, è tutt’altro che probabile, perché fra questi ce ne sono di essenziali anche per gli Stati dell’UE.

 

L’accordo bilaterale più infido e pericoloso di tutti

L’accordo più subdolo – i cui negoziati sono peraltro già quasi conclusi – è quello sulle “questioni istituzionali”. In altre parole, per continuare sulla via bilaterale, si vuole che la Svizzera riprenda automaticamente il diritto UE, passato, presente e futuro, su qualsiasi fattispecie contenuta in qualsivoglia accordo bilaterale.

In altre parole, accettando questo accordo, l’iniziativa contro l’immigrazione di massa verrebbe automaticamente invalidata, in quanto in contrasto con la libera circolazione delle persone che fa parte degli accordi bilaterali I.

Di fronte a questo atteggiamento subdolo, che i nostri avi non avrebbero esitato a definire tradimento, delle nostre autorità, solo il popolo può imporre la sua volontà.

Avremo ancora modo di tornare su questo argomento, ma già sin d’ora vi invito ad aderire al comitato UE-NO, fondato da Christoph Blocher, che ha per scopo il rigetto di questo accordo bilaterale, le cui conseguenze fatali per il nostro paese non sarebbero inferiori a quelle di una nostra adesione ufficiale all’UE.

Fintanto che ci terremo stretti la nostra democrazia diretta non ce la faranno a toglierci la nostra libertà, la nostra sovranità e la nostra indipendenza!

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