La cultura della paura

Mag 14 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 36 Views • Commenti disabilitati su La cultura della paura

Eros N. Mellini

«È meglio prendere decisioni imperfette che essere alla continua ricerca di decisioni perfette che non si troveranno mai.» (Charles De Gaulle)

L’uomo è sempre vissuto nella paura. Paura della morte, della miseria, delle malattie, dell’infelicità e di quant’altro, alle quali ha reagito a volte razionalmente, a volte no. Così, si è inventato le religioni che gli hanno permesso di superare in qualche modo il terrore della morte, tranquillizzandosi con l’idea che, finita questa, un’altra vita ci aspetta nell’aldilà. Alla miseria ha reagito assicurandosi degli introiti grazie al lavoro, ma anche al furto o allo sfruttamento e alla prevaricazione dei suoi simili. Alle malattie ha contrapposto la medicina e la ricerca, all’infelicità tutti gli agi che il denaro può procurare – non importa se guadagnato onestamente o no – o, in alternativa, il pigro e spesso ipocrita atteggiamento rassegnato di chi afferma che tanto «il denaro non dà la felicità». La paura, dunque, accompagna ogni nostra decisione importante, ma perlopiù riusciamo a superarla anche assumendo qualche rischio, per non ridurre la nostra vita a una triste e inerte attesa della morte, senza alcuna ambizione né tantomeno alcun piacere. Personalmente, il fenomeno non mi disturba più di tanto, finché rimane individuale e non mi coinvolga direttamente nelle conseguenze. Ma purtroppo, sta vieppiù coinvolgendo la collettività che, si sa, è pur sempre governata da esseri umani e, quel che è peggio, da esseri umani sempre meno convinti e rispettosi di quei valori che in passato erano considerati sacri e immancabili nel bagaglio di chi voleva dirigere il paese: dignità, lealtà, orgoglio nazionale.

Quando la paura frena la politica

L’esempio più recente ne è l’atteggiamento servile del Consiglio federale e di gran parte della Berna federale nei confronti dell’UE. Dalla propaganda a favore dello Spazio economico europeo (SEE) nel 1992, a quella dei nostri giorni per l’accordo-quadro, è stato un trentennio di diffusione di scenari apocalittici qualora non ci piegassimo alle pretese – spesso assurde – dell’Unione europea. E, peggio ancora, trent’anni di continue concessioni (segreto bancario, miliardi di coesione, libera circolazione delle persone, eccetera) sempre fatte, e fatte accettare dal popolo svizzero, sventolandogli davanti al naso il «babau» UE, l’orco che non esiterebbe a divorarci se osassimo avanzare qualche pretesa di sovranità e autodeterminazione.

In realtà, le poche volte che, in un anomalo rigurgito di dignità, i nostri governanti hanno osato respingere le sue richieste, non è che l’UE ci abbia fatto soffrire le pene dell’inferno e quando ha tentato di farlo (equivalenza borsistica), ci si è accorti che il «piano B» di Ueli Maurer ha portato alla Svizzera solo vantaggi. Ma, niente, si persiste con la politica della paura, incuranti del fatto che gli scenari apocalittici alla base di questo pusillanime atteggiamento sono gli stessi che NON si sono avverati nel 1992 (la domenica nera di Felber e Delamuraz) dopo il NO allo SEE, né tantomeno nei quasi trent’anni che vi hanno fatto seguito.

L’accordo-quadro è propagandato al popolo non tanto per i presunti vantaggi che porterebbe – di fatto, solo all’UE – ma per le altrettanto presunte rappresaglie che il nostro scomodo vicino potrebbe esercitare nei nostri confronti. Dopo il viaggio a Bruxelles di Guy Parmelin, di fronte all’intransigenza della Commissione UE, dovrebbe essere evidente a tutti che il trattato istituzionale è affossato, ma no, guai fare noi il passo decisivo e comunicarlo ufficialmente a Bruxelles: si «continuano i colloqui», la nostra segretaria di Stato Livia Leu continua a «negoziare tecnicamente».

Eppure, non mancherebbero neanche a noi degli argomenti convincenti, basterebbe ventilare la possibilità di una chiusura al transito stradale Nord-Sud, per riportare l’UE a riconoscere alla Svizzera una parità di livello nei colloqui. Ma, naturalmente, per farlo occorrono dei politici con gli attributi e, soprattutto, consci del fatto che la Svizzera può sì scendere a ragionevoli compromessi, ma che ci sono dei limiti che non può superare senza debordare nella prostituzione. Dei politici consci delle potenzialità del nostro paese, e non tremanti di fronte al pericolo di rappresaglie peraltro solo ipotetiche.

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