«Il trovatore» incandescente al Teatro Sociale di Como

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Spazio musicale

Ci sono due modi per interpretare «Il trovatore» di Verdi. Uno consiste nello smorzare l’esuberanza dirompente di gran parte della musica, tentando di correggere quelli che vengono giudicati eccessi o aspetti di dubbio gusto. L’altro invece prende l’opera come è, accetta i cosiddetti eccessi quali trascinanti manifestazioni di energia e li considera elementi di uno stile capace di imporre alla musica una impronta unica e di alto valore artistico. Il direttore Jacopo Brusa, per l’allestimento andato in scena il 2 dicembre al Teatro Sociale di Como, ha scelto la seconda opzione. Si è lanciato sulla partitura senza falsi ritegni e ha messo alla frusta l’ottima Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, facendo zampillare melodie e ritmi con tutta la loro carica di vitalità. Naturalmente «Il trovatore» non è solo fiamma e fuoco, benché questa sia una caratteristica speciale e inconfondibile di molti episodi. Ci sono anche momenti lirici sublimi e passaggi di notevole pregio strumentale; in essi il direttore ha mostrato una fine e duttile sensibilità. Se proprio si vuole cercare un appunto direi che talvolta l’equilibrio tra orchestra e palcoscenico non è stato ideale, ad esempio nel racconto di Azucena, dove le insistenti figurazioni lamentose dell’oboe solo, per le quali sarebbe prescritto un «pianissimo sottovoce», sono state troppo marcate e tali da disturbare l’ascolto della cantante.

Per la compagnia di canto ci sono da distribuire molti elogi. Matteo Falcier (Manrico), benché non abbia la potenza e il colore di un tenore drammatico, possiede una voce assai incisiva, fluida nei fraseggi e senza problemi con gli acuti. Di mezzi splendidi, limpidi, vibranti e smaltati dispone la soprano Marigona Qerkkezi (Leonora); in «D’amor sull’ali rosee» ha incantato per la purezza e la flessibilità della voce, ma soprattutto per l’intensità dell’espressione. Una prestazione di primo ordine ha dato Alessandra Volpe (Azucena). È un’artista intelligente e sa utilizzare le sue risorse nel migliore dei modi; sarebbe una mezzosoprano perfetta se il volume di voce fosse più ampio. Il baritono Leon Kim (Conte di Luna), rispetto a precedenti interpretazioni in cui l’avevo sentito, ha perso parte del suo eccezionale splendore vocale ma ha guadagnato in profondità. La sua caratterizzazione del personaggio è stata straordinariamente efficace, non da ultimo grazie a una dizione e a una proprietà di accenti »verdiani» che destano stupore in un cantante nato a Seoul. È incredibile quanto certi artisti asiatici (cantanti, ma anche direttori d’orchestra, pianisti e altro) riescano ad inserirsi validamente in valori artistici assai diversi da quelli delle loro civiltà. Ottimi contributi allo spettacolo hanno dato Alexey Birkus (Ferrando), Sabrina Sanza (Ines) e Roberto Covatta (Ruiz). In generale, un aspetto positivo è stata l’insolita attenzione dedicata ai recitativi, anche a quelli dei comprimari (e qui appare, credo, un altro merito del direttore). Prendiamo ad esempio questa frase di Ruiz: «Siam giunti, ecco la torre, ove di Stato gemono i prigionieri…ah! l’infelice ivi fu tratto!», spesso buttata là dal cantante senza convinzione (magari anche a causa del testo scadente). Qui il Covatta, rispettando il «sommesso» prescritto, ha modulato la voce in modo da esprimere, con un canto ben articolato e differenziato, la pietà per il destino di Manrico.

Per la parte visiva dello spettacolo direi che lo scenografo Emanuele Sinisi non si è affaticato molto, presentando semplicemente un siparietto grigio che mostrava una architettura ad arcate, più altri siparietti e fondali generalmente molto scuri: c’è stata una certa monotonia, però l’allestimento nel complesso ha richiamato lo spirito dell’opera. Niente da rimproverare al regista Roberto Catalano per la conduzione dei personaggi. Quanto alla costumista Ilaria Arienne, dimentichiamo l’elegante e raffinata tenuta per quella che, nella vicenda, è una fosca e stravolta figura di zingara vendicativa.

Successo incandescente, come l’opera.

Recensioni sui quotidiani

Il «Corriere della sera», ai tempi in cui era un grande quotidiano, ossia attorno agli anni cinquanta e primi anni sessanta del secolo scorso, pubblicava un resoconto critico per ogni manifestazione musicale data a Milano, anche se si trattava di un concerto avente scarso interesse, con uno o più interpreti non di grido. Il giornale ridondava di recensioni, molte delle quali brevissime, magari di una quindicina di righe. Non solo, ma ogni recensione appariva il giorno dopo il concerto o la «prima» di un’opera: una fatica non da poco e una lotta contro il tempo per l’estensore dell’articolo, tenuto conto anche che allora concerti e spettacoli serali iniziavano più tardi di adesso. Per le opere una via di «salvezza» consisteva nello scrivere il pezzo sulla base della prova generale. Franco Abbiati, per molti anni critico musicale del quotidiano milanese, disse che al povero recensore non sarebbe bastata neppure l’ubiquità. In seguito, si rinunciò a pubblicare un articolo per ogni manifestazione musicale, onorando di una recensione soltanto quelle importanti, però sviluppando maggiormente gli argomenti e occupando più spazio. Poteva essere una soluzione ragionevole. Oggi però, molti quotidiani sono passati all’estremo opposto e ospitano pochissime recensioni, trascurando perfino spettacoli e concerti di alto valore. È curioso che invece per le manifestazioni sportive, anche di poco conto, svolte magari alla presenza di un numero esiguo di appassionati, appaiano resoconti particolareggiati (spesso, sia detto di passaggio, usando parolone decisamente sproporzionate alla levatura degli avvenimenti). Credo che la nuova impostazione dei quotidiani nei confronti della musica non sia gradita alla maggior parte dei lettori. A questi interessano poco ampi articoli di presentazione. I computer offrono già informazioni in grande quantità. Anche le interviste agli interpreti prima delle manifestazioni raramente contengono elementi interessanti e spesso ripetono le stesse cose (quando si domanda a un interprete se le composizioni che eseguirà sono impegnative, figuriamoci se quello risponde di no). Ciò che il lettore di un quotidiano invece desidera è poter confrontare l’opinione che lui si è fatta del concerto con l’opinione del recensore. Questa sì che è originale e attuale. Non può essere sostituita da voci di enciclopedie, testi forniti da computer né presentazioni o interviste anticipate.

Carlo Rezzonico

 

 

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