Il Consiglio federale deve preparare concretamente la riapertura

Apr 5 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 118 Views • Commenti disabilitati su Il Consiglio federale deve preparare concretamente la riapertura

Magdalena Martullo-Blocher, Consigliera nazionale UDC

L’epidemia di coronavirus e le sue conseguenze non erano ben conosciute all’inizio. Oggi è chiaro che il virus è principalmente pericoloso per le persone anziane affette da certe patologie preesistenti. Inoltre, c’è da prevedere che le misure di prevenzione causeranno dei danni enormi alle imprese, ai lavoratori, ai datori di lavoro e alla popolazione nel suo insieme. Per questa ragione, il Consiglio federale deve fin da ora preparare un piano completo di rilancio dell’economia. A questo riguardo possiamo imparare dall’esempio cinese.

I danni causati dalle misure statali all’economia sono considerevoli, tanto per i lavoratori quanto per i datori di lavoro. Non dobbiamo dimenticare che, con la disoccupazione parziale, solo l’80% del salario dei lavoratori è indennizzato e che la disoccupazione parziale è perciò collegata a una riduzione significativa del reddito. Vorrei ricordare qui che, secondo il consigliere federale Ueli Maurer, lo Stato avrà bisogno di 25 anni per rimborsare i crediti transitori promessi! (Nel caso l’economia si riprenda effettivamente e che l’epidemia si attenui). Aggiungerei a ciò che l’industria d’esportazione è pure colpita, e questo dall’estero: molti paesi d’Europa, come pure gli Stati uniti e altri paesi del continente americano entreranno in recessione, il che avrà naturalmente degli effetti negativi sulle esportazioni svizzere. È perciò importante che il Consiglio federale, e lo esortiamo vivamente a farlo, prepari ora un piano concreto per il rilancio dell’economia. Esso deve pianificare concretamente la riapertura dell’economia e definire le misure e le norme sanitarie con le quali i commerci potranno riaprire e la popolazione potrà di nuovo spostarsi.

La Cina è il paese che è stato toccato per primo dal coronavirus. Questo paese ha potuto acquisire esperienza e oggi riapre la maggior parte delle sue imprese e della sua economia, pur mantenendo il controllo sulla propagazione del virus. La Cina registra oggi solo qualche raro caso di contagio locale. Ha messo in atto dei controlli rigorosi e una quarantena per gli immigranti. Quando si esamina il caso cinese – e noi stessi abbiamo riaperto cinque fabbriche sul posto – si vede che la riapertura di certi settori è un successo ed è sempre accompagnata da misure individualizzate d’igiene e di protezione.

L’obbligo di portare la maschera guadagna terreno

Tutti i settori d’attività che hanno potuto aprire in Cina hanno un punto in comune: in tutte le aziende è obbligatorio indossare una maschera di protezione. Poiché la protezione effettiva di queste maschere è stata messa in discussione in queste ultime settimane dall’UFSP, sotto la pressione di una loro potenziale penuria, tengo a esprimermi più dettagliatamente.

Il piano svizzero di pandemia afferma chiaramente che gli ospedali devono prevedere una riserva di maschere di protezione per 4,5 mesi e che i privati devono averne 50 al loro domicilio. Sulla base delle esperienze del SARS e dell’influenza del 2012 a Ginevra, si è giunti alla conclusione che le maschere offrivano verosimilmente una protezione. Nel caso del coronavirus, l’UFSP ha dapprima affermato che le maschere sono utili solo per evitare di contagiare altre persone – non per proteggersi. Più tardi, l’UFSP ha comunicato che nessuno studio dimostra l’utilità delle maschere di protezione. Adesso, dichiara che i cittadini sono – per parlare francamente – troppo stupidi per utilizzare correttamente una maschera, che non manterrebbero più le distanze sociali e rispetterebbero meno seriamente le norme igieniche. Per cui, alla fin fine, il fatto di indossare una maschera aumenterebbe il rischio di trasmissione del virus…

Non si deve tuttavia dimenticare questo: le maschere di protezione non sono utilizzate unicamente in ambito sanitario, bensì sono anche impiegate da decenni nell’industria alimentare, in chimica e in edilizia, per esempio. In particolare, mirano a evitare la trasmissione di virus influenzali tramite goccioline. Nel mondo, già 10 paesi hanno reso obbligatorio indossare le maschere di protezione o l’hanno perlomeno espressamente raccomandato, sull’insieme del loro territorio o in certe regioni. In Lombardia si è reso pubblico ufficialmente che bisogna abituarsi a non poter uscire di casa se non muniti di maschera, e ciò per una lunga durata. L’Austria ha invece deciso recentemente di rendere obbligatoria la maschera su tutto il territorio e per tutta la popolazione, dal momento in cui ci saranno sufficienti maschere a disposizione.

Le maschere bloccano fino al 98% delle particelle virali

È falso affermare che non esiste alcuno studio sull’utilità delle maschere di protezione. Come per altri strumenti di sicurezza, le maschere igieniche sono specificate in modo molto preciso. Non unicamente per il coronavirus, ma anche per gli altri virus che si propagano tramite goccioline, come quelli influenzali. Sono abbondantemente collaudati a questo scopo. Così, negli Stati uniti, l’Infection Disease Society ha effettuato 280 test delle norme sanitarie durante 4 anni per arrivare al risultato che le maschere (in funzione del loro tipo) impediscono dal 95 al 98% dei contagi tramite goccioline. In altri termini, fra il 95 e il 98% delle trasmissioni di un virus tramite goccioline è impedito. Non a caso, queste maschere igieniche sono utilizzate anche negli ospedali (a eccezione del settore delle cure intense, dove si preferiscono delle maschere ancora più adatte), quantomeno nel trattamento dei pazienti affetti dal Covid19. Queste maschere proteggono il personale sanitario dal contagio.

Come si usano correttamente queste maschere? Si deve veramente seguire una «formazione si diversi anni», come vorrebbe farci credere l’UFSP? L’utilizzo corretto è indicato sulle istruzioni per l’uso che si ritrovano in immagini sui pacchetti. Quasi 1,5 miliardi di Cinesi hanno dovuto imparare l’uso corretto delle maschere. I nostri collaboratori nell’industria l’imparano molto in fretta. Sono convinta che il buon utilizzo delle maschere sia meno costrittivo della regola dei due metri di distanza che si dovrebbero sempre mantenere fra noi. Molti Svizzeri l’hanno peraltro assimilato rapidamente. L’utilizzo corretto di una maschera è stato appreso da molte persone, anche al di fuori del personale sanitario, senza che ciò necessitasse di anni d’allenamento. Per tutte queste ragioni, a mio avviso, l’argomento secondo il quale indossare la maschera sarebbe complicato non regge.

Naturalmente, dovremo mantenere le altre misure di protezione nelle imprese, parallelamente all’uso della maschera. Le maschere costituiscono comunque una protezione fondamentale ed elevata in tutte le situazioni nelle quali la distanza non può essere mantenuta: dal 95 al 98% delle particelle virali sono bloccate! La Confederazione e l’UFSP affermano oggi che avrebbero ormai (finalmente!) sufficienti maschere per il personale sanitario. Noi lo speriamo! Ma lo Stato ritiene che il suo obbligo si limiti a equipaggiare con maschere il sistema sanitario, l’amministrazione federale e l’esercito. Non considera suo dovere fare lo stesso per l’economia e per la popolazione. A livello federale, la farmacia dell’esercito (sotto la direzione della consigliera federale Viola Amherd) è responsabile dell’acquisizione di materiale di protezione. Essa dovrebbe fornire un deposito custodito sufficientemente grande da poter distribuire rapidamente ciò di cui il paese ha bisogno. Purtroppo, la farmacia dell’esercito si è dimostrata poco influente, esitante, poco preparata a prendere decisioni e, soprattutto, assolutamente sotto equipaggiata. Solo ora, dopo tre settimane, delle grandi quantità di maschere sono finalmente disponibili per il sistema sanitario. Ma oggi come ieri, la farmacia dell’esercito non ritiene che sia suo dovere acquisire maschere per l’economia e per la popolazione. Ciò, nonostante che, a causa della diminuzione del traffico aereo, i privati non possono quasi più ordinare maschere a destinazione della Svizzera.

La Confederazione deve mettere delle maschere a disposizione dell’economia e della popolazione

Le maschere igieniche sono attualmente disponibili in tutto il mondo. Il 90% di esse è prodotto in Cina. È perciò là che ci si deve rivolgere in primo luogo. La Cina, da parte sua, non ha bisogno di così tante maschere, perché i suoi ospedali d’emergenza hanno potuto essere di nuovo chiusi. Nondimeno, la Cina ne produce 185 milioni al giorno. Anche Taiwan ha fatto sapere che ne produce 13 milioni al giorno. Quasi tutti I paesi del mondo vogliono attualmente acquistare delle maschere, ma so per esperienza personale – perché anch’io ho bisogno di maschere per le mie aziende in Cina – che ogni giorno se ne possono acquistare sempre maggiori quantità e firmare contratti ancora più grandi per le prossime settimane. Ma la Confederazione, semplicemente, non ordina maschere laggiù! Nell’UDC esigiamo che la confederazione acquisti immediatamente delle maschere di protezione per l’economia e per la popolazione. Deve procedere a queste acquisizioni adesso, affinché le maschere siano disponibili per il 20 aprile. Se lo Stato si ritiene competente per promettere 42 miliardi di franchi, è sicuramente competente anche per acquistare delle maschere. Naturalmente, aziende e privati potrebbero anche acquistare direttamente queste maschere, ma i problemi logistici rendono la cosa molto complicata. Non ci sono quasi più collegamenti aerei dalla Cina verso la Svizzera o via altri paesi. La compagnia aerea Swiss è tuttavia pronta a effettuare dei trasporti eccezionali di materiale d’emergenza e, d’altronde, ha già cominciato a farlo. Anche la Confederazione è responsabile per la logistica di tale operazione. Essa deve convogliare le maschere in Svizzera, affinché l’economia svizzera si rimetta al lavoro in tutta sicurezza e i posti di lavoro e i salari siano di nuovo garantiti!

A questo riguardo, ricordo che la Svizzera ha ottime relazioni di cui avvalersi con Cina e Taiwan, anche politicamente, al fine di garantirsi l’acquisizione di maschere.

In Cina, le maschere sono obbligatorie in tutti i settori

Come ha potuto la Cina riaprire di fatto l’economia? Essa ha emesso delle misure particolari per ogni settore d’attività, al fine di proteggerli dal contagio. Ma tutte le branche sottostanno a una misura comune: i lavoratori devono indossare delle maschere. Inoltre, esiste una regolamentazione che stabilisce quante volte al giorno ogni elemento debba essere disinfettato, per esempio le camere d’albergo e le maniglie delle porte. Una grande importanza è attribuita alle regolamentazioni alimentari, secondo le quali tanto il personale quanto i clienti devono rispettare la distanza di sicurezza durante i pasti. Ogni azienda deve indicare alle autorità una persona di riferimento responsabile del rispetto delle misure sanitarie al suo interno. L’autorità sorveglia parallelamente la fedele applicazione delle misure di protezione specifiche di ogni settore.

Così, la Cina è il primo paese ad aver riaperto tutti i commerci. Se i negozi alimentari e le farmacie sono sempre rimasti aperti, gli altri commerci hanno potuto rapidamente riprendere le loro attività con degli orari ridotti. È quindi di nuovo stato possibile acquistare indumenti, scarpe, fiori e altri prodotti da giardino o bigiotteria. I clienti erano, come oggi da noi, ammessi nei negozi con il contagocce. Anche i parrucchieri hanno potuto riprendere la loro attività, pur mantenendo un maggiore spazio fra le poltrone e limitandosi al taglio dei capelli, mentre gli altri servizi più laboriosi non potevano essere offerti. In seguito, le autorizzazioni sono state accordate nei settori cosmetici e ai dentisti. Infine, i ristoranti e i bar hanno potuto riaprire, rispettando tuttavia una distanza sufficiente  – più di un metro – fra i tavoli. Le scuole, i teatri e i trasporti pubblici hanno fatto seguito, i bus limitati al 50% dei posti a sedere al fine di garantire un distanziamento sufficiente. I concerti e i grandi eventi non sono ancora autorizzati in Cina.

Il Consiglio federale deve decidere la riapertura in accordo con i settori interessati

Il Consiglio federale deve ora stabilire un piano di riapertura concreto anche in Svizzera. Questo deve essere elaborato e deciso in stretta collaborazione con i settori coinvolti. A questo scopo, il Consiglio federale deve studiare le esperienze cinesi, esaminandole concretamente in funzione della Svizzera. Dopotutto, l’apertura cinese è un successo (nel rigoroso rispetto delle norme di quarantena per gli immigranti)! Il Consiglio federale deve definire precisamente il suo piano di riapertura e le sue misure di protezione, affinché le imprese possano organizzarsi e la maggior parte di esse possa ricominciare la sua attività il 20 di aprile. Le aziende hanno bisogno di tempo per adeguarsi alle misure e organizzarsi in vista della riapertura!

Berna, 03 aprile 2020

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