“I due Foscari” e “Luisa Miller” di Verdi

Ott 18 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 164 Views • Commenti disabilitati su “I due Foscari” e “Luisa Miller” di Verdi

Spazio musicale

Il Festival Verdi di Parma offre quest’anno, come di solito, quattro opere oltre a moltissime manifestazioni di contorno: “I due Foscari”, “Nabucco”, “Aida” e “Luisa Miller”. Le prime due vengono date al Teatro Regio, la terza al Teatro Verdi di Busseto e la quarta nella Chiesa di San Francesco del Prato. Per “Luisa Miller” è dunque stata scelta una sede inconsueta. La monumentale Chiesa di San Francesco del Prato è del tredicesimo secolo. Scrive l’ufficio stampa del Teatro Regio che l’edificio è “oggi vero e proprio cantiere in corso di restauro nel cuore della città”. Agli organizzatori del Festival Verdi, è proprio il caso di dirlo, non mancano spirito di iniziativa e coraggio. Dedico alcune parole ai “Due Foscari” e alla “Luisa Miller”, riservandomi di riferire in un secondo tempo sulle rispettive esecuzioni.

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Nei “Due Foscari” Jacopo, figlio di Francesco, Doge di Venezia, è accusato ingiustamente. Il Consiglio dei Dieci lo condanna all’esilio. Straziato dal dover lasciare la sposa, i figli, il padre a la sua Venezia muore di crepacuore subito dopo essere stato imbarcato. Non ancora pago il Consiglio dei Dieci costringe Francesco ad abdicare e questi, già fortemente scosso dalla perdita del figlio, muore a sua volta di crepacuore. Insomma, la vicenda si riduce alla storia di un processo e delle tragiche conseguenze per il condannato e suo padre. Manca una vera azione. Per tutta l’opera Jacopo non fa che lamentarsi della sua sorte e chiedere al genitore di usare il potere di Doge per salvarlo. Questi, benché fortemente commosso a causa delle sofferenze del figlio, si trincera dietro i doveri di magistrato ed è inflessibile. Solo alla fine, quando gli tolgono il potere, mostra una certa fierezza. In fondo è assai strano e poco edificante il suo comportamento: rivela carattere e usa parole dure quando cerca di difendere la sua carica ma non fece altrettanto quando era in gioco il destino del figlio. In una vicenda teatralmente monotona si inserisce, per fortuna, il personaggio di Lucrezia, moglie di Jacopo, che invece nulla lascia di intentato, con grande coraggio e senza compromessi, per salvare il marito. Quando lei irrompe in scena il dramma esce dal grigiore e diventa incandescente. È come se l’opera subisse una spinta che la rianima, almeno momentaneamente.

La partitura di Verdi ha parecchie pecche. Per esempio, il coro del secondo atto, che inneggia all’incorruttibile giustizia veneziana, manifesta anche nella musica un trionfalismo banale e lontano dalla realtà. La festa delle gondole che apre il terzo atto, necessaria per introdurre una pausa tra situazioni tristissime, è una pagina senza vita e adempie male la sua funzione. Invece i momenti migliori, concesso qualche elogio ad alcune espressioni dolorose o raccapriccianti di Jacopo e a qualche nobile passaggio del Doge, riguardano Lucrezia. Le sue apparizioni sono regolarmente precedute da una specie di motivo conduttore rapido e incisivo che caratterizza inequivocabilmente il personaggio. Nel primo atto l’arrivo della donna innalza subito il livello, fino a quel punto scarsamente convincente, della musica. Lucrezia canta un’aria (“Tu al cui sguardo onnipossente”) dalla melodia frastagliata, con puntate all’acuto e vocalizzi in funzione espressiva, alla quale fa seguito una cabaletta (“La clemenza?…”) violenta e irta di sdegno. Poco più avanti c’è una toccante implorazione della donna (“Tu pur lo sai che giudice”) al “barbaro genitor”. Notevole è poi il concertato del finale secondo, avviato da una bella frase di Jacopo ma nella quale Lucrezia non manca di portare note frementi.

Certamente Verdi non è riuscito a compiere il miracolo di creare un melodramma di primo ordine su un libretto inadeguato e il suo valore compare solo a sprazzi. Ma quegli sprazzi bastano per giustificare la rappresentazione dell’opera anche nei nostri tempi.

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Neppure “Luisa Miller” è un capolavoro, ma fa presagire capolavori. A molti episodi manca solo l’ultimo tocco per diventare sublimi. Tutto il finale, nel suo lento svolgersi verso la tragedia, è di grande dignità ma non raggiunge vertici altissimi. Il personaggio che dà il nome all’opera è senza dubbio riuscito eppure le sue melodie non spiccano mai il volo verso momenti di bellezza assoluta. Nel pensiero dell’ascoltatore si affaccia spesso l’idea del “Rigoletto” o della “Traviata” in arrivo, tuttavia quei traguardi sembrano ancora assai lontani.

Il discorso suesposto, piuttosto riduttivo, deve però lasciare spazio a una grande eccezione. Mi riferisco alla scena del tenore, con il recitativo “Oh! Fede negar potessi agli occhi miei”, e all’aria “Quando le sere al placido” (c’è anche la cabaletta, ma quella è di qualità inferiore). Rodolfo, figlio del Conte Walter, ama Luisa, una ragazza del popolo, e ne è riamato. In questa relazione si inseriscono lo scetticismo di Miller, padre della ragazza, l’opposizione di Walter ma soprattutto la perfidia di Wurm, pure innamorato di Luisa e deciso a sbarazzarsi del rivale senza badare ai mezzi. Wurm approfitta del fatto che Miller sia stato arrestato (ingiustamente) e rischi la pena capitale per promettere a Luisa di liberarlo (ha autorità sufficiente alla corte del conte), tuttavia a una condizione: la ragazza deve sottoscrivere una lettera in cui dichiara di aver sempre amato Wurm stesso e di aver intessuto una relazione con Rodolfo esclusivamente per interesse. Luisa cerca di ribellarsi ma la minaccia che un suo rifiuto significherebbe la condanna del padre la induce a firmare. Con un raggiro Wurm fa sì che lo scritto finisca nelle mani di Rodolfo. Lo sdegno e la lacerazione dell’innamorato credutosi tradito ispira a Verdi la sua più bella scena per la voce di tenore. Il recitativo dà corso alla disperazione del personaggio con impeto straordinario. All’aria spetta poi il compito di esprimere tutta la struggente tristezza che nasce dalla rievocazione e dal rimpianto di tempi felici.

 

Carlo Rezzonico

 

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