I danni di un’epoca senza conflitti mondiali

Gen 21 • L'editoriale, Prima Pagina • 208 Views • Commenti disabilitati su I danni di un’epoca senza conflitti mondiali

Eros N. Mellini

È triste doverlo constatare, ma la ricerca di pace – che ha assunto toni parossistici dopo le atrocità dei due conflitti mondiali – al di là delle motivazioni più che encomiabili a monte, e il parziale fallimento a valle (i conflitti armati, seppure non di dimensioni planetarie, non hanno smesso di esistere come dimostrano le guerre di Corea, Vietnam, Iraq, Balcani, eccetera), guardando l’evolversi della nostra società dal punto di vista umano e morale non è che laddove si sia potuto godere di un lungo periodo di pace la cosa abbia portato solo dei vantaggi.

Un’inflazione di «problemi grassi»

Con questo termine, i nostri vecchi definivano i problemi di per sé superflui, che ci si inventa in mancanza di cose ben più serie cui dovremmo dedicare il nostro tempo e le nostre energie. Sia detto senza alcuna nostalgia, sia ben chiaro, in tempo di guerra i problemi erano pochi ma di importanza vitale anzi, tutto sommato si potrebbero riassumere in uno solo, seppure con diverse sfumature: sopravvivere. Benché in Svizzera – grazie alla nostra neutralità – non sia mai arrivati a doversi preoccupare di portare a casa la pelle dal fronte, anche i nostri nonni e genitori furono impegnati nell’arduo compito di conciliare il pranzo con la cena. Un compito che, impegnando la totalità del tempo e delle energie a disposizione, non lasciava spazio a problemi magari psicologicamente e moralmente elevati ma, alla luce della realtà quotidiana, assolutamente privi di rilevanza esistenziale. O pensate forse che negli anni ‘40 a qualcuno sarebbe importato qualcosa che Djokovic potesse o no rimanere in Australia a giocare a tennis, o se rivolgersi alla platea con un «Signore e Signori» avrebbe potuto offendere qualcuno non in chiaro circa il proprio orientamento sessuale? E, come questi, c’è un’inflazione di «problemi grassi» che imperversano oggi, spesso abilmente manipolati da autorità politiche e media per ottenere il consenso popolare a operazioni di imposizione di un potere non più ottenibile con la forza. Si martella la gente con slogan e frasi roboanti su un determinato tema, finché a un certo punto si convince il gregge di cittadini a battersi per l’imposizione del pensiero unico, nella falsa convinzione che ciò sia frutto di spontanea e matura riflessione, mentre invece è il prodotto di un lavaggio del cervello.

Una generazione di deboli e dipendenti

A fronte di una generazione – quella delle due guerre – che i «problemi grassi» li ignorava o, in alternativa, li risolveva da sola senza fare tante storie, è andata creandosi una generazione di deboli e dipendenti dagli altri per risolvere dei problemi che non sarebbero tali se solo ci fosse ancora un ragionevole senso delle priorità. Si è arrivati a un punto tale di dipendenza che oggi si chiede il «sostegno psicologico» perché si ha la sfortuna di conoscere un poveretto che si è suicidato o è morto in un incidente, perché si è stati presenti (non coinvolti, si badi bene!) a un atto di violenza. Ancora un po’ e si manda dallo psicologo il ragazzino che è caduto in bicicletta. Personalmente, a sedici anni fui vittima dell’esplosione della Selectochimica di Locarno. Mi salvai uscendo dalle macerie del laboratorio in cui mi trovavo, un’esplosione che provocò sei morti. Ebbene, non ci fu alcun «sostegno psicologico» (per fortuna!), il mio medico generico mi prescrisse per un certo periodo qualche benzodiazepina in uso all’epoca, e oggi sono qui a scrivere di «problemi grassi». Era il 1964, la seconda guerra mondiale era finita da tempo, ma la generazione era ancora quella. I giovani pensavano a fare i giovani, a divertirsi, a portare a termine un diploma che assicurasse loro in futuro la pagnotta. Non si riempivano la bocca con «missions impossible» volte al salvataggio del pianeta, la loro parte di ecologia la esercitavano quotidianamente mettendo in pratica le lezioni di buona educazione impartite loro da genitori e maestri nelle piccole cose: non buttavano rifiuti per terra, spegnevano la luce prima di uscire di casa, spazzavano la neve davanti alla propria abitazione, eccetera.

Purtroppo, a quell’unico «vantaggio» dei conflitti mondiali – evidentemente non tale da giustificarli, ma comunque da non sottovalutare – non si è trovata finora un’alternativa pacifica. Anzi, il benessere che non ha mai smesso di crescere dalla seconda metà del secolo scorso, ha portato a un aumento demenziale dei «problemi grassi». Ecologia e cambiamento climatico, cavalcati abilmente dalla politica e dai media – e amplificati a dismisura con l’avvento di Internet –  hanno travalicato da tempo ormai i confini del ragionevole, per passare all’isteria collettiva. Anche a dei problemi seri e innegabili, se affrontati con ragionevolezza, si è aggiunta una inutile e fastidiosa dose di «grasso» che, oltre a non costituire assolutamente una soluzione, ci sta quotidianamente avvelenando la vita. E, come se non bastasse, ci si è messa pure la pandemia.

Il troppo stroppia. Anche in materia di pace?

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