Grande “Sylvia” alla Scala e chiusura di stagione a Como

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Spazio musicale

“Sylvia” è un balletto ispirato dalla favola pastorale “Aminta” di Torquato Tasso, rappresentato la prima volta a Parigi il 14 giugno 1876 con la coreografia di Louis Mérante e la musica di Léo Delibes. Non ebbe molta fortuna e le sue rappresentazioni si sono fatte rare nel corso degli anni. Ora, dalla collaborazione tra il Wiener Staatsballett e la Scala, è nata una nuova versione dovuta a Manuel Legris. Ecco i propositi del coreografo, così come sono esposti in un testo pubblicato sul programma di sala del teatro milanese: “Mantenendo lo spirito del lavoro di Mérante, tramandato in Francia nel secolo scorso, ma aggiungendo anche un tocco che non posso definire contemporaneo, ma rinfrescante, grazie all’aiuto della scenografa Luisa Spinatelli, ho cercato di donare al pubblico di oggi il piacere di assistere a un balletto classico.” Bisogna dargli atto di esserci riuscito. Con il suo lavoro ha portato la prova che la danza accademica, magari con qualche “rinfrescamento”, può sempre costituire la base per spettacoli nuovi di notevole valore. La coreografia del Legris aderisce strettamente alla musica, con grande vantaggio, considerato che la partitura di Delibes, giudicata molto positivamente fin dalla prima assoluta del 1876, è assai pregevole (tra l’altro fu ammirata con entusiasmo da Cajkovskij). Molti sono i numeri affascinanti del balletto: oltre all’originalità e alla fluidità delle variazioni e dei passi a due, siano menzionate la sortita delle cacciatrici nel primo atto, una stupenda manifestazione di giovinezza e vigore, la suggestiva scena del buon mago (in realtà il dio Eros travestito) o le effervescenti danze di gruppo all’inizio del terzo atto.

L’allestimento di questa “Sylvia”, effettuato esclusivamente con ballerine e ballerini scaligeri, ha messo in luce l’ottima forma attuale della compagnia diretta da Frédéric Olivieri. Per la parte della protagonista ha danzato, nella rappresentazione alla quale ho assistito, quella del 14 gennaio, Martina Arduino, una ballerina molto giovane, non più solo promessa ma già interprete di alto livello. A una tecnica ammirevole, caratterizzata tra l’altro da giri sciolti, punte impeccabili e sicurezza negli equilibri (qui penso particolarmente al grande passo a due del terzo atto) unisce forte presenza, eleganza ed espressione. Un caldo elogio merita pure Maria Celeste Losa, a sua volta dotata di ottima tecnica e intelligenza interpretativa (ho apprezzato in modo speciale i suoi salti, eseguiti con molta leggerezza e senza sforzo apparente); è stata una Diana più che convincente. In una coreografia che fa largo spazio alla danza maschile, con larghe concessioni al virtuosismo, la Scala ha potuto allineare una fila di ballerini assai validi: Claudio Coviello (Aminta), Christian Fagetti (Orione), Nicola Del Freo (Eros) e Gabriele Corrado (Endimione). Ma anche i numerosi solisti e tutto il corpo di ballo si sono fatti molto onore. Sul piano musicale il direttore Kevin Rhodes ha scelto una linea fine e carezzevole, talvolta con tendenza alla filigrana. Grazie alla collaborazione inappuntabile dell’orchestra della Scala, ha ottenuto risultati spesso deliziosi; ma in certi punti un po’ più di vivacità e di risalto alle bellezze della partitura non avrebbe guastato.

 

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La stagione d’opera 2019/2020 del Teatro Sociale di Como, iniziata con un “Guglielmo Tell” compromesso dalla totale incapacità del regista di comprendere e rispettare le concezioni di Rossini, è proseguita con una buona “Sonnambula”, un ottimo “Macbeth” e un’eccellente “Aida”, per concludersi felicemente, il 10 gennaio, sulle vicende e le note spregiudicate dell’”Heure espagnole” di Ravel e del “Gianni Schicchi” di Puccini. Insomma, il bilancio complessivo può essere considerato più che soddisfacente e sia fatta ampia lode agli organizzatori.

L’”Heure espagnole”, benchè venga designata “commedia musicale in un atto”, in realtà ha tutti gli attributi di una farsa. La vicenda è meccanica, geometrica e sarebbe inutile andare alla ricerca di valori drammaturgici significativi. Dal canto loro i personaggi hanno una caratterizzazione semplice, rispondono a certi tipi teatrali e rammentano la commedia dell’arte. Come mai allora ci troviamo in presenza di un capolavoro? La concatenazione degli avvenimenti, nonostante lo schematismo, è congegnata con abilità e senso del teatro, non perde mai il ritmo, porta molte sorprese e termina con una svolta che sarebbe stata impensabile inizialmente. La musica sta al gioco. Il canto aderisce efficacemente al testo e ne sottolinea argutamente ogni particolarità. Soprattutto, però, Ravel si distingue nel trattamento dell’orchestra, alla quale ha dato un organico assai vasto, non per produrre sonorità voluminose e imponenti, ma per offrire una grande varietà di effetti: così sforna a profusione ritmi, armonie e timbri assai belli e originali. Prendiamo, per fare un esempio, la terza scena. Il mulattiere Ramiro, nel suo “a parte”, medita sull’imbarazzo che prova sempre nei confronti delle donne. Viene accompagnato in orchestra dal suo motivo conduttore che, grazie all’andamento ritmico e melodico come pure al colore, assume un tono rude ma bonario, come si conviene per un uomo semplice, forte e generoso. Poi Concepcion, l’unica donna dell’opera, sulle parole “Vraiment, Monsieur, vraiment j’abuse!” si esibisce in deliziosi portamenti di sesta o settima dove manifesta il suo carattere civettuolo, spregiudicato, incline a pungente ironia, ma in fondo anche ingentilito da una raffinata femminilità.

A Como, la soprano Antoinette Dennefeld ha corrisposto pienamente a questi tratti del personaggio, sia con una azione scenica accattivante, spesso arricchita da movimenti di danza, sia con una prestazione di primo ordine nel canto; il recitativo costante della parte non le ha impedito, in alcuni momenti, di mettere in evidenza lo smalto della sua splendida voce. Degni di lode tutti gli altri cantanti. Sul direttore Sergio Alapont pesava il compito oneroso di dar vita alla partitura orchestrale; lo ha adempiuto correttamente, dando la preferenza a una lettura piuttosto morbida e quindi evitando di spingere Ravel troppo in avanti nella modernità. La regia di Carmelo Rifici, le scene di Guido Buganza, i costumi di Margherita Baldoni e le luci di Valerio Tiberi hanno creato attorno agli avvenimenti un’opportuna atmosfera di magia.

Dopo l’intervallo si sono spalancate le porte, per così dire, alle scanzonate ed esilaranti vicende del “Gianni Schicchi”. Tutti i numerosi cantanti si sono rivelati all’altezza delle rispettive parti. A titolo di esempio, e senza far torto agli altri, menziono i due protagonisti dell’amor giovanile: il tenore Pietro Adaini, capace di svettare agevolmente sugli acuti e di tenerli a lungo, e la soprano Lavinia Bini, dolce e toccante interprete dell’aria in cui implora il padre di agire per salvare il suo matrimonio. Vivace e appropriata la direzione di Sergio Alapont. La squadra della parte visiva, la stessa dell’”Heure espagnole”, pur collocando l’opera discutibilmente in tempi moderni e svolgendola in una specie di cinematografo, ha saputo tenere il ritmo con la musica, in altre parole ha animato lo spettacolo con molte idee, senza commettere eccessi.

 

Carlo Rezzonico

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