Grande Poschner e grande Orchestra per Dvorak a Lugano Festival

Mag 29 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 1439 Views • Commenti disabilitati su Grande Poschner e grande Orchestra per Dvorak a Lugano Festival

Spazio musicale

 

Al centro del programma svolto il 18 maggio al Palazzo dei congressi per Lugano Festival stava il concerto per violoncello e orchestra di Schumann. È un lavoro sul quale i giudizi divergono. I detrattori insinuano che la frequenza relativamente intensa delle sue apparizioni è dovuta al fatto che la letteratura in questo campo scarseggia, per cui i violoncellisti, piaccia o non piaccia, hanno poche possibilità di scelta. Una posizione estrema occupa Giuseppe Rausa in “Invito all’ascolto di Schumann” (Mursia, 1992), il quale, dopo aver elogiato la melodia di apertura, non risparmia critiche: “Spiace dirlo ma questo concerto pare proprio l’opera di un onesto musicista, tanto colto quanto poco ispirato; attentamente costruito esso non ci stupisce, né ci avvince”. E ancora: “…… a tratti si ha la sensazione di ascoltare uno scolastico tentativo di emulazione delle opere beethoveniane.” Sul versante opposto si parla di “opera splendida” e si esprime ammirazione per la “cantabilità del tempo lento” e la “febbrile intensità del finale”. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Il “langsam”, senza dubbio la parte migliore del concerto, possiede una straordinaria densità di sentimento e conta tra le pagine migliori del romanticismo. Convince meno il “nicht zu schnell” iniziale, nonostante la bellezza del motivo principale, al cui confronto gli episodi secondari – qui si può essere d’accordo con il Rausa – “appaiono vanificati”. In particolare chi scrive trova banale e stucchevole il breve inciso puntato e a note staccate inserito nel secondo tema e che ricorre spesso nel tempo.

A Lugano il concerto di Schumann è stato eseguito dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner e con la partecipazione del violoncellista Jean-Guihen Queyras. Forse perché condizionato da un volume scarso e da una cavata asciutta, il solista ha dato la preferenza a una interpretazione raffinata, intima, spesso sussurrata, conseguendo i risultati migliori nel tempo di mezzo, diventato un dolcissimo e meraviglioso sogno; nel primo tempo invece avrei voluto una maggior intensità espressiva, in accordo con il carattere romantico della composizione, e nel terzo tempo più mordente e trasporto. L’orchestra lo ha accompagnato molto lodevolmente, a volte assecondando il solista nelle sue scelte, altre volte supplendo alla scarsa presenza di questi con interventi calibrati e decisi.

Nella seconda parte della serata è stata la volta dell’ottava sinfonia di Dvorak, un lavoro che riflette l’amore del musicista per la natura, ma nel quale trovano posto anche altri aspetti e sentimenti. In tale profilo il tempo più particolare è l’”allegretto grazioso”. Prende avvio con un motivo in cui i primi violini si inerpicano verso l’acuto mediante un arpeggio ma poi ricadono, inizialmente per grado congiunto, verso la fine con intervalli più larghi. La melodia perde lo slancio dell’esordio e si accascia. Si avverte un sentimento che va oltre la semplice malinconia ma diventa un vero e proprio disagio interiore. Più avanti un secondo motivo conferma e rende ancora più evidente l’impressione: è un’altra discesa, questa volta cromatica, scambiata tra legni e bassi, che porta qualcosa di ombroso e perfino cupo. Naturalmente gli aspetti negativi, in Dvorak, non assumono mai tinte marcate; nel presente caso si infilano in un discorso agile, fine ed elegante, assumendo un carattere affatto speciale, che fa la bellezza artistica di questo frammento di musica. Noto che il Poschner, non solo ha conferito il giusto tono al passaggio in questione, ma nell’episodio a ritmo puntato e note ribattute che fa seguito ha immesso un che di triste, perfino un accenno di desolazione. Naturalmente i meriti del direttore e dell’orchestra non si esauriscono qui. Tutta la sinfonia è stata oggetto di grande accuratezza in ogni particolare, con esito interpretativo impeccabile. Delizioso, per esempio, l’inizio del secondo tempo, con gli interventi dei clarinetti a terze, che creano una densa atmosfera notturna, alternati agli incisi dei flauti, imitanti il canto di uccelli.

Il pubblico, che aveva accolto con cortesia l’esibizione del violoncellista nel concerto di Schumann, ha manifestato entusiasmo dopo la sinfonia di Dvorak.

 

Balanchine, Van Manen e Kylian a Zurigo

Per “balletto astratto”, secondo il significato delle parole, si dovrebbe intendere uno spettacolo di danza mirante a procurare soddisfazione utilizzando pose e passi che creano forme particolarmente belle. All’estremo opposto il balletto narrativo racconta una vicenda, ricorrendo alla danza o alla mimica, laddove l’equilibrio tra questi due elementi, nel corso della storia, si è rotto a favore dell’uno o dell’altro. In mezzo stanno lavori che rinunciano a esporre fatti precisi ma non si limitano a perseguire scopi puramente formali e manifestano passioni, sentimenti, aneliti, contrasti e quindi hanno uno stretto legame con la nostra vita, per cui non ha senso definirli astratti. A questa categoria appartengono i tre balletti allineati dall’Opernhaus di Zurigo in uno spettacolo messo in programma per maggio e giugno. Si è iniziato con “I quattro temperamenti” di Balanchine, sulla musica di Hindemith, un lavoro comprendente cinque numeri, il tema e quattro variazioni, queste intitolate “malinconico”, “sanguigno”, “flemmatico” e “collerico”. Malinconico, ma non senza reazione e palpiti di vitalità, è il primo personaggio, ben danzato da Eric Christison, che ha eseguito, tra l’altro, alcuni ottimi salti, qualcuno anche con un certo effetto “ballon”. Alle evoluzioni stringate del “sanguigno” hanno provveduto con bravura Viktorina Kapitonova e Denis Vieira. Convincente è la traduzione coreografica della flemma nella terza variazione, dove si è distinto Manuel Renard con le quattro ballerine di contorno. Da ultimo, dopo una brevissima variazione in cui ha brillato Katja Wünsche, tutti sono tornati in scena per la bellissima conclusione.

Se la coreografia di Balanchine è sempre composta, leggera ed elegante, non per questo, però, scarsamente intensa, quella di Van Manen, del quale sono state presentate le “Frank Bridge Variations”, su musica di Britten, ha un carattere più vigoroso, muscoloso, perfino rude. Ancora una volta sia detto ogni bene degli interpreti, Viktorina Kapitonova e Katja Wünsche in coppia con Matthew Knight rispettivamente Denis Vieira. Una parentesi va aperta per dire che il programma di sala contiene opportunamente una nota biografica su Frank Bridge. Costui viene ricordato, non per la sua musica, ma solo per la circostanza che Britten utilizzò un suo tema per queste variazioni. Ebbe un destino analogo a quello di Alfano, noto per aver completato “Turandot”, ma non per le sue partiture. Da posizioni nel solco del romanticismo il Bridge passò all’avanguardia e forse per questo la sua fama si perse.

La serata zurighese di cui sto parlando ha voluto riunire tre dei più grandi coreografi del nostro tempo e quindi, per il terzo numero, dopo Balanchine e Van Manen, ha chiamato in causa un altro pezzo grosso: Kylian. Di lui è stato presentato “Falling Angels”, un lavoro particolarissimo, che porta in scena otto ballerine, le fa scendere dal fondo al proscenio con molta circospezione, poi a poco a poco le anima e infine le scatena in una danza irresistibile, tutta ritmo ed energia; bravissime le interpreti.

Molta ammirazione sia espressa a tutti gli artefici della parte musicale: la pianista Kateryna Tereshchenko per “I quattro temperamenti”, la Philharmonia Zürich (in ottima forma e splendidamente diretta da Mikhail Agrest) per “I quattro temperamenti” e “Frank Bridge Variations”, infine i quattro percussionisti per “Falling Angels”.

 

Eccellenti strumentisti a Chiasso

Un complesso di quattordici musicisti membri di una delle più famose orchestre del mondo – la London Symphony Orchestra – che eseguono due rarità – la Serenata op. 44 di Dvorak e la Serenata “Gran Partita” di Mozart – avrebbe dovuto esaurire, l’8 maggio, il Cinema Teatro di Chiasso. Purtroppo pochi chiassesi si sono scomodati ma molte persone venute dal resto del Ticino e dall’Italia hanno fatto sì che il pubblico fosse passabilmente numeroso.

Qualificherei come graziosi e piacevoli i due tempi iniziali e il tempo finale della composizione di Dvorak. Ma il terzo tempo, “andante con moto”, ci presenta lo Dvorak migliore, e questo fin dalle prime battute, con l’innalzarsi di una melodia assai bella e originale. L’esecuzione è stata impeccabile, come era lecito aspettarsi da musicisti di così alto rango.

Quanto al lavoro di Mozart direi che si tratta di musica di intrattenimento. Però intrattenimento ad alto livello. Poi qua e là sembra che il compositore si ricordi di essere un genio e allora la musica spicca il volo, arricchendosi di accattivanti valori artistici, come nel raffinato e quasi romantico “adagio”. Dal canto loro gli interpreti, oltre a mettere in evidenza i passaggi più pregevoli, hanno saputo impreziosire e rendere godibili anche i momenti convenzionali o manierati. Tutti sono stati bravissimi, ma senza far torto agli altri vorrei segnalare l’incisività e la chiarezza di fraseggio del primo oboe nonché la dolcezza di suono e l’espressività del primo clarinetto, autore di alcuni stupendi “legati”.

Carlo Rezzonico

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