Giovani, giovani, «gio… do dida»

Feb 23 • L'editoriale, Prima Pagina • 73 Views • Commenti disabilitati su Giovani, giovani, «gio… do dida»

Eros N. Mellini

A scanso di equivoci, parlo esclusivamente del mondo occidentale industrializzato, evoluto economicamente dal secondo dopoguerra, anche se ormai anche il Terzo mondo in via di sviluppo sta dando segni di essere sulla stessa via.

Tutti noi – almeno quelli più fortunati – giungono alla vecchiaia, passando da una giovinezza per alcuni più o meno problematica e travagliata, per altri corredata dalla spensieratezza e dall’irresponsabilità permessa loro dall’agiatezza. La differenza fra la mia generazione e quella di oggi è che, ai miei tempi, i problemi della gioventù erano perlopiù a carico dei genitori, secondo la regola «hai voluto dei figli e adesso sono cavoli tuoi». Lo Stato metteva a disposizione le condizioni quadro minime indispensabili (scuola pubblica, formazione professionale), ma il futuro i giovani e le loro rispettive famiglie se lo dovevano costruire mattone dopo mattone, con impegno e sacrifici. Nessuno toglieva dalla loro strada gli ostacoli, lo Stato non li aiutava più di tanto a superarli. E i giovani, a loro volta, mettevano su famiglia e generavano un numero di figli che ritenevano sostenibile con il loro reddito. Paradossalmente, alcuni fattori – la religione che vietava l’uso di anticoncezionali e anche  l’idea che i figli, una volta raggiunta l’età per farlo e fino a che non si creassero una famiglia propria, contribuissero con il loro lavoro al budget familiare (il cosiddetto bastone per la vecchiaia) – facevano spesso sì che fossero proprio le famiglie meno agiate ad avere otto, dieci o dodici figli, mentre il ceto più abbiente si accontentava di uno o due. Ma, sia in un caso che nell’altro, la responsabilità della famiglia era affidata ai genitori, non a uno Stato che, a suon di sussidi, contributi e assistenze varie, toglie sempre più responsabilità individuale alle nuove – ma anche attuali – generazioni.

L’eccessiva (e superflua) condiscendenza: una conseguenza dell’accresciuto benessere

Oggi – spesso solo per giustificare un atteggiamento condiscendente nei confronti di pigrizia, indolenza, vita comoda e «vöia da fann, saltom adoss» di una generazione che ha, esige e ottiene tutto – ci si riempie la bocca di parole come «giovani» o «future generazioni». Si pretende che abbiano a godere di privilegi a spese degli adulti attivi professionalmente, cui nessuno ha mai pensato di concedere gli stessi benefici quando a loro volta erano giovani, semplicemente perché il benessere popolare non era ancora abbastanza diffuso da poterlo permettere.

L’accresciuto benessere economico ha fatto sì che l’umano, risolta ormai gran parte dei problemi vitali, rivolga oggi la sua attenzione su quelle che una volta erano considerate questioni di lana caprina o, ancora più semplicemente, non erano considerate affatto. È particolarmente appropriato a questo proposito un pensiero pubblicato recentemente su Facebook: «Nonno, perché ai tuoi tempi non c’erano le intolleranze alimentari? – Perché il cibo era poco e la fame era molta!»

Le rivendicazioni di categoria sono di moda

Già, è di gran moda rivendicare la parità di diritti: fra donna e uomo (e le diverse aberrazioni – oops, scusate: interpretazioni – della società moderna in cerca di futili temi per smuovere la monotonia), fra gruppi religiosi, politici o quant’altro e, appunto, fra giovani e vecchi. Personalmente, sono d’accordo, l’unica differenziazione dovrebbe essere di carattere meritocratico. Ma purtroppo, questo metro comporta impegno e lavoro, emergere su una massa per godere di meritati ancorché ragionevoli privilegi costa fatica. E allora… avanti con le rivendicazioni sulla base di categorie di cui si fa parte del tutto casualmente. La parità di trattamento, per gran parte di chi strumentalizza astutamente queste categorie, ha lasciato il posto all’inversione di trattamento. A fronte di una vera o presunta disparità passata (io preferisco parlare di una diversa visione della società), si mira oggi alla prevaricazione di chi finora era ritenuto predominante. Movimenti femminili che rivendicano privilegi andanti addirittura oltre quelli una volta riservati all’altro sesso, LGBTQ+ (XYZ) che parlano di «Gay pride» (orgoglio omosessuale: come se ci fosse un motivo di andarne fieri – io non ho mai ostentato una maglietta inneggiante all’amore eterosessuale, ho sempre dato per scontato che fosse «beautiful») e, infine, movimenti giovanili che pretendono di scavalcare la parte adulta della società, che peraltro è quella che con l’attività professionale più garantisce il finanziamento delle loro – a volte giustificate, a volte no – pretese.

Una società equanime fra giovani e vecchi?

È auspicabile, ma non deve essere orientata esclusivamente all’avvenire. Se è naturale che i giovani pensino di essere il futuro, è altrettanto legittimo da parte degli anziani rivendicare un trattamento equo e riconoscente per una vita spesa a educare e mantenere quelli che oggi sono adulti e che, con la loro attività, permettono ai giovani un livello di vita sempre più alto e sicuramente migliore del proprio.

E piantiamola, una volta, di riempirci la bocca con dichiarazioni altisonanti e cattedratiche: «i giovani, i giovani, i giovani…». È una condizione dalla quale tutti siamo passati, passiamo e passeremo. Una cosa è certa: nessuno di noi si ferma per restarci in una di queste categorie. Da qui l’effimerità di misure rivendicate a senso unico.

Perciò, giovani, «giò do dida» (non esagerate) con le vostre pretese, ma «giò do dida» anche agli adulti che soddisfano acriticamente ogni loro richiesta rendendoli viziati ed esigenti. E, già che ci siamo, «giò do dida» pure ai vecchi anche se, in verità, mi sembra che siano meno pretenziosi. Ma, dopotutto, a 76 anni sono di parte.

Comments are closed.

« »