Frontalieri sì, frontalieri no…

Feb 19 • Dal Cantone, L'editoriale, Prima Pagina • 3232 Views • Commenti disabilitati su Frontalieri sì, frontalieri no…

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Il problemi occupazionali in Ticino sono sempre, purtroppo, d’attualità. Da una parte – come apparso recentemente in un post su Facebook che, riferendosi alla Manor, dice: “90% di dipendenti  frontalieri – è il negozio principale di Lugano” – lo slogan semplicistico che fa di ogni erba un fascio posizionando tutti gli imprenditori in una stessa categoria di mascalzoni senza scrupoli. Dall’altra, degli imprenditori che – come fa Emanuele Centonze in un articolo apparso ne Il Caffè – fanno altrettanto di ogni erba un fascio, affermando che” OGNI frontaliere genera un contributo positivo al prodotto interno lordo di circa 70’000 franchi”. Per onor del vero, bisogna osservare che Centonze, nel suo citato articolo, ammette che “sia possibile che ci siano state pecore nere tra gli imprenditori e che questi possano ancora causare disagi”. Ma a parte questa ammissione – magari un po’ a denti stretti – di una verità sotto gli occhi di tutti, la situazione vede due fronti: “imprenditori tutti santi” sostenuta da un’economia che giustamente difende i suoi sacrosanti interessi, e “imprenditori tutti mascalzoni” sostenuta da chi soffre sulla sua pelle o su quella di parenti e amici il fenomeno della crescente disoccupazione.

Forse mai come in questo caso appare appropriato il manzoniano aforisma “La ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell’uno e dell’altra”.

 

La situazione di partenza

 

Prima dell’entrata in vigore della libera circolazione delle persone nel 2002, in Ticino lavoravano già ca. 35’000 frontalieri ma, a differenza di oggi, con il sistema dei contingenti e dei tetti massimi, erano perlopiù impiegati in settori nei quali avevamo effettivamente bisogno (edilizia, ristorazione, sanità, eccetera) e quindi non costituivano un pericolo per la manodopera indigena. Prima di ottenere il permesso di lavoro per un lavoratore frontaliere, il datore di lavoro doveva dimostrare di avere fatto tutto il possibile per trovare un indigeno. È vero che, in qualche caso, la misura veniva aggirata con qualche escamotage e magari con la compiacenza di qualche addetto ai lavori ma, di regola, il sistema funzionava e gli stranieri che ogni giorno varcavano la frontiera per venire a lavorare presso le nostre aziende non davano alcun fastidio ai residenti e costituivano un valido apporto alla nostra economia. E peraltro continuano a farlo. È perciò sbagliato parlare di un fronte favorevole ai frontalieri e di un altro contrario agli stessi. Qui non si tratta di “frontalieri”, ma di “35-40’000 frontalieri o di “65’000 frontalieri”. Se alla ventesima polpetta smetto di mangiarne, sarebbe assurdo affermare che non mi piacciono le polpette: semplicemente non ho più posto per loro nel mio stomaco, salvo dover rinunciare al contorno, rispettivamente al dessert.

 

La sciagurata libera circolazione delle persone

 

La rovina di questo stato di cose – se non  ideale, quantomeno accettabile da tutti – è stato unicamente l’accordo di libera circolazione delle persone siglato con l’UE. Perché da allora è caduto il dispositivo – un po’ protezionistico, ma alla luce dei fatti benefico – dei contingenti e dei tetti massimi che permetteva l’importazione senza problemi di manodopera effettivamente necessaria alla nostra economia, assicurando nel contempo la priorità degli indigeni sul mercato del lavoro.

Da quel momento si è data via libera a quegli imprenditori – e non sono poche eccezionali pecore nere, come ci vorrebbe far credere Centonze – che, caduto l’ostacolo del “mini-protezionismo” in vigore fino ad allora, hanno legittimamente (l’economia di per sé non ha impedimenti morali, solo quelli legali hanno un effetto concreto) approfittato dell’offerta in azione “paghi 2, prendi 3 (o 4 o 5)” per spendere meno e aumentare il margine di profitto. E non si venga a evocare la caduta del tasso di cambio fisso Euro/Franco quale causa ineluttabile del fenomeno di “estromissione” del personale indigeno a opera di quello frontaliero meno costoso, la decisione della BNS è avvenuta a metà gennaio del 2015, quando i frontalieri erano già oltre 60’000 (contro i 35’000 del 2002).

 

Manodopera specializzata non esistente in Ticino?

 

Sempre per citare l’articolo di Emanuele Centonze, “Bisogna inoltre tenere presente che l’impiego di lavoratori transfrontalieri è cambiato: mentre prima le imprese cercavano forza lavoro a basso costo (abbigliamento, orologi) nelle zone di frontiera, dove grazie all’emigrazione dal meridione c’era un eccesso di offerta di lavoratori “non qualificati”, oggi l’economia ticinese può contare su personale altamente formato. E soprattutto su manodopera specializzata che non esiste in Ticino”. Ciò è vero per alcuni settori altamente specialistici – nei quali, però, contingenti e tetti massimi permetterebbero comunque di continuare ad attingere a personale straniero – ma non mi si dica che nel terziario (in particolare il settore bancario e finanziario) non esista manodopera specializzata in Ticino.

 

Laddove il torto sta anche dall’altra parte

 

Ma, come diceva il Manzoni, il torto non può essere identificato da una sola parte. Da parte nostra, abbiamo una legge sulla disoccupazione che, per una parte di “lavoratori” (si fa per dire), è un vero invito all’abuso – anche qui non dobbiamo fare di ogni erba un fascio, ma pure fra i disoccupati c’è qualcuno ben felice di percepire cospicue indennità senza far nulla per meritarsele. Una maggiore severità da parte delle autorità preposte sarebbe auspicabile (a volte le ragioni addotte per non occupare un posto di lavoro offerto puzzano di pretesto a chilometri di distanza). Apparentemente questa è la prassi, per esempio, nel canton Grigioni dove il tasso di disoccupazione ad agosto 2015 era dell’1,7% contro il 3,4% del Ticino. D’accordo, ogni cantone è una realtà differente, ma qualche domanda è comunque legittima.

 

La manodopera e l’economia: è nato prima l’uovo o la gallina

 

È evidente che l’economia ha bisogno della manodopera, ma è altrettanto vero che la manodopera senza l’economia diventa inutile. Il benessere del paese nasce da una collaborazione fra i due concetti, che li porti a remare nella stessa direzione. Uno sciopero da parte delle maestranze è altrettanto assurdo quanto una serrata da parte dell’azienda. E questo l’avevano ben compreso imprenditori e sindacati durante i primi due terzi del secolo scorso. Settanta o ottant’anni di partenariato che portarono sì al boom imprenditoriale del secondo dopoguerra, ma anche a delle conquiste meritate e sacrosante della classe dipendente. E tutto ciò solo con la pace del lavoro, un concetto apparentemente concepibile solo nella saggia e ponderata Svizzera. In anni nei quali all’estero si scioperava un giorno sì e l’altro pure, da noi era credenza popolare che in Svizzera lo sciopero fosse addirittura proibito. Ma poi prese il sopravvento la scuola sindacale della vicina Italia, organizzazioni altamente politicizzate non più partner dell’imprenditoria, bensì avversari pretenziosi e intolleranti di qualunque proposta avanzata da quest’ultima.

 

Nell’impossibilità di una soluzione capillare…

 

Una soluzione capillare – che faccia la distinzione fra le pecore nere e quelle bianche (su entrambi i fronti) – è impossibile da trovare, ci sarà sempre qualcuno colpito ingiustamente e qualcun altro ingiustamente non toccato. Ma fintanto che si prenderanno singoli esempi per dimostrare opportunisticamente la totale disfunzione del sistema, non si faranno passi avanti.

 

… l’unica soluzione è generica

 

È rappresentata da un ritorno al passato, ossia la reintroduzione di contingenti e tetti massimi, come vuole l’iniziativa contro l’immigrazione di massa accettata da popolo e cantoni il 9 febbraio 2014. Rispettivamente, in Ticino, l’accettazione dell’iniziativa “Prima i nostri” che vuole inserire gli stessi princìpi a livello cantonale.

La reintroduzione di questo dispositivo renderà un po’ più complicata la vita a chi cerca personale straniero qualificato, ma non ne impedirà assolutamente l’assunzione una volta dimostrata la necessità e l’effettiva indisponibilità in loco di tale personale.

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