“Don Carlo” e “Il Trovatore” al Festival Verdi di Parma

Nov 18 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 1261 Views • Commenti disabilitati su “Don Carlo” e “Il Trovatore” al Festival Verdi di Parma

Spazio musicale

Nella quarta rappresentazione del “Don Carlo” al Festival Verdi di Parma, alla quale ho assistito, il baritono Stoyanov è stato colto da malore durante il duetto con il tenore nel primo atto e ha dovuto abbandonare la scena. Dopo una interruzione dello spettacolo durata una ventina di minuti è tornato in scena, ma solo per riprendere e concludere il duetto. Per il resto dell’opera gli è subentrato un altro cantante, Gocha Ahbuladze. Risolto il problema del baritono si è presentato quello del tenore José Bros, vittima di un abbassamento di voce; ha fatto annunciare l’indisposizione, tuttavia ha portato a termine dignitosamente la sua parte. In una serata in cui pareva quasi di assistere più alla “Forza del destino” che al “Don Carlo”, alcuni spettatori, a loro volta colti da malore, sono stati accompagnati all’uscita durante lo spettacolo. Eppure, nonostante la sfortuna, non sono mancati nella serata aspetti molto positivi. In primo luogo complimenti al Teatro Regio, che è stato in grado di effettuare in poco tempo una sostituzione più che decorosa del baritono, e complimenti anche al pubblico, generosissimo di applausi per mostrare solidarietà allo Stoyanov e incoraggiare il sostituto. In secondo luogo le tribolazioni suddette non hanno impedito, nel corso dello spettacolo, l’emergere di momenti grandi. Merito innanzitutto di Michele Pertusi, un basso dalla voce splendida, che ha saputo penetrare a fondo nell’animo di Filippo II e metterne in evidenza i tormenti pur mantenendo sempre nel canto una regale compostezza. Gli altri due bassi erano Ievgen Orlov come Grande Inquisitore e Simon Lim come Frate: posseggono mezzi potenti e non si sono risparmiati. I loro contributi alle scene che li vedevano impegnati sono stati validi e intensi. Con buona voce e fine espressione ha cantato Serena Farnocchia nei panni di Elisabetta. Infine Marianne Cornetti, che ha impersonato Eboli, ha una voce capace di invadere con gran forza ogni angolo della sala, ma di qualità non del tutto soddisfacente. Dal podio il direttore Daniel Oren ha offerto una lettura scrupolosamente precisa e accurata dello spartito. Ha però rinunciato a mettere in rilievo i valori espressivi della musica. È stato in altre parole più esecutore che interprete, come se volesse dire: “Verdi ha saputo fare bene tutto da solo e basta riprodurre diligentemente le note da lui scritte”. Con ciò viene a porsi il problema fondamentale dell’interpretazione musicale, che meriterebbe approfondimenti. Qui mi limito a dire che il risultato a Parma è stato misto, con momenti di grande bellezza e momenti in cui si è sentita la mancanza di una mano che infondesse più vita e intensità alla musica. Il direttore ha potuto avvalersi dell’ottima Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio, istruito a dovere, come sempre, da Martino Faggiani. Le scene di Maurizio Balò, costituite da grandi blocchi geometrici quasi tutti molto chiari, hanno contraddetto lo spirito dell’opera, che rispecchia, con un forte senso della storia, avvenimenti cupi e fortemente drammatici. Abbastanza buona è stata la regia di Cesare Lievi, però certi fatti, come quello in cui Filippo II scaraventa a terra il Marchese di Posa o quello in cui il Grande Inquisitore si abbassa a terra non si accordano affatto con la dignità che il librettista e il compositore attribuirono ai rispettivi personaggi.

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Nel “Trovatore” che ha concluso il Festival il direttore Massimo Zanetti ha moderato sensibilmente i volumi sonori. Certamente la partitura verdiana contiene un gran numero di “piano” e “pianissimo”, che spesso non vengono rispettati, ma lo Zanetti è andato anche oltre quanto prescritto. Per fare un esempio all’inizio dell’opera, dopo le tre scariche di timpani e gran cassa, tutta l’orchestra porta un motivo in “fortissimo” che si conclude su un lungo accordo; ebbene, benchè l’indicazione dinamica “fortissimo” sulla partitura non venga modificata, nell’esecuzione ascoltata a Parma quell’accordo è stato smorzato e quindi privato del “fortissimo”. A lode del direttore sia detto peraltro che, nonostante questa impostazione, la musica è risultata ricca e convincente. In altre parole lo Zanetti è sfuggito al pericolo che l’orchestra, quando è tenuta bassa, perda gli accenti: gli accenti ci sono stati, e come. Grazie anche a una Filarmonica Arturo Toscanini attenta e precisa il pubblico ha avuto il piacere di ascoltare una esecuzione tirata a liscio e melodie tornite con levità di svolgimento e intensità di sentimento. Insomma questo “Trovatore” non è stato fiammeggiante e trascinante come siamo abituati a sentire ma è piaciuto ugualmente e ha rivelato anche aspetti insospettati. Solo con la “pira” – ma era possibile fare diversamente? – le consuete energie si sono scatenate.

Nei panni del protagonista ha cantato il tenore Murat Karahan; ha voce incisiva, squillante, capace di imporsi, ma dovrebbe evitare di aprire troppo le vocali e curare maggiormente gli attacchi. Inutile dirlo, gli acuti della famosissima cabaletta, prodotti bene, gli hanno procurato un lungo applauso a scena aperta. George Petean ha prestato mezzi doviziosi e di ottima qualità al rivale Conte di Luna. Sul versante femminile si è disimpegnata lodevolmente  Dinara Alieva come Leonora. La sua voce ha un volume scarso e nei momenti drammatici il difetto si è fatto notare. Ma ha buon timbro e la cantante sa usarla con sensibilità e intelligenza. Ha eseguito “D’amor sull’ali rosee” con stile impeccabile, fraseggio perfetto e espressione toccante. Elogiato Carlo Cigni come Ferrando distinto ma commosso nel racconto dell’antefatto, resta da dire di Enkeleida Shkoza. Le risorse di questa mezzosoprano, fortemente timbrate e di rara potenza come pure il temperamento focoso ne hanno fatto una Azucena di forte rilievo. La sua rievocazione del momento in cui, nello sconvolgimento e nella confusione del suo animo, la zingara commise un errore e gettò sul rogo suo figlio al posto del figlio del Conte di Luna, ha avuto una forza tragica raccapricciante. Alla rappresentazione alla quale ero presente (quella del 27 ottobre) la Shkoza ha avuto la maggior copia di applausi. Ma anche tutti gli altri interpreti sono stati largamente festeggiati.

 

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Ha avuto così termine un Festival Verdi assai ricco di manifestazioni e di esperimenti nuovi. Poiché anche sul piano finanziario sono giunte buone notizie, aspettiamo con il più vivo interesse le prossime edizioni.

 

Carlo Rezzonico

 

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