Di nuovo un «campo d’allenamento»…

Mag 1 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 1481 Views • Commenti disabilitati su Di nuovo un «campo d’allenamento»…

Eros N. Mellini

La normativa sulle armi che l’UE vuole imporci – naturalmente con la pronta complicità della Berna federale sinistroide sempre pronta a inchinarsi al più becero conformismo internazionalista – è un diktat assurdo, in particolare per le ragioni addotte per giustificare la misura: in un primo tempo, la lotta al terrorismo poi, resisi conto anche loro dell’inconsistenza di questa tesi (che comunque mantengono, seppure con minore incisività), la necessità di impedirne l’abuso sfociante in atti di violenza.

Due pretesti privi di qualsiasi fondamento

La lotta al terrorismo, quale ragione per disarmare il cittadino onesto, è di un’assurdità tale che non dovrebbe nemmeno essere ipotizzata. È infatti risaputo che chi intende compiere un atto terroristico – ma anche semplicemente un atto criminale – non si munisce certamente di un’arma acquistata legalmente e la cui registrazione permette di risalire immediatamente al proprietario. Non solo ha a disposizione un mercato nero sul quale può acquistare praticamente qualsiasi arma da fuoco, ma recentemente il terrorismo sembra sempre di più tendere all’utilizzo di veicoli più o meno pesanti con i quali investire degli assembramenti di innocenti passanti o, come nei recenti casi in Sri Lanka, a tornare al collaudato metodo del suicidio mediante esplosivo in mezzo alla folla.

Anche l’arma da fuoco come origine della violenza – in particolare quella domestica, come qualcuno dei fautori della direttiva UE ha cercato pateticamente d’insinuare, in qualche articolo nella stampa – non regge. La nostra legge sulle armi è già abbastanza severa e non permette il possesso di armi da fuoco e munizioni a persone di cui è nota l’instabilità mentale o che sono stati protagonisti in passato di reati gravi, cosa che invece succede piuttosto regolarmente all’estero. Quante volte si legge, dopo stragi o atti di terrorismo, che il tale o il tal altro criminale “era noto alle forze dell’ordine”, quando non addirittura “già stato condannato” per atti di violenza?

Proibiamo tutto ciò che può trasformarsi in arma impropria?

Al di là del fatto che mi riesce difficile capire perché un fucile con un magazzino di 10 colpi dovrebbe essere meno letale di uno che può spararne 20 (è vero, il numero di potenziali vittime raddoppia, ma per chi è colpito mi permetto di affermare che non fa alcuna differenza), con un po’ di fantasia in ogni casa c’è un vero e proprio arsenale di oggetti che, usati con abilità, possono trasformarsi in “armi improprie”. Coltelli da cucina, batticarne, asce per la legna, prodotti chimici per stasare gabinetti, eccetera. A pensarci bene, anche un coniglio surgelato può essere utilizzato come clava per ammazzare qualcuno, nonostante che il povero roditore sia considerato un animale mite e timido. Che facciamo, allora? Proibiamo l’acquisto dei conigli o ne obblighiamo la registrazione presso un apposito ufficio?

La Svizzera ha una legge rigorosa ma liberale sulle armi, ma si vuole capovolgere il paradigma

Con il milite che si porta a casa l’arma d’ordinanza, con la secolare tradizione del tiro – che fa di quest’ultimo uno dei maggiori sport nazionali – e della caccia, la Svizzera ha una legge rigorosa ma liberale sulle armi, e non potrebbe essere altrimenti. Una legge che, come è abitudine nel nostro ordinamento giuridico, dà fiducia al cittadino fintanto che questo dimostra di non meritarla. In altre parole, oggi il cittadino svizzero ha il diritto di possedere una o più armi. Deve giustamente sottostare a determinate regole (richiesta dell’autorizzazione all’autorità, presentazione dell’estratto del casellario giudiziale, pagamento di una tassa amministrativa, ecc.), ma di principio HA IL DIRITTO di possedere l’arma, salvo eccezioni. Va poi da sé che l’arma di ordinanza del milite, sia in servizio sia una volta congedato, è di sua proprietà e può essere da lui alienata o trasmessa in eredità. Con la legge che andiamo a votare il 19 maggio – che, notoriamente, è figlia di una direttiva dell’UE che la fiducia nei suoi cittadini non l’ha – si capovolge il paradigma: al cittadino è PROIBITO possedere un’arma, con eventuali eccezioni (è poi ancora da vedere chi e in che misura deciderà su queste eccezioni). Fatte le dovute proporzioni, è come se si abolisse la presunzione d’innocenza in un processo giudiziario: oggi siamo innocenti fintanto che l’accusa dimostra il contrario, domani saremmo colpevoli e toccherebbe alla difesa l’onere della prova. È un gravissimo atto di sfiducia nei cittadini onesti che da una vita utilizzano le armi da fuoco per lo sport, per la caccia o ne fanno collezione.

Ma va, dai, per noi non cambia niente…

Come al solito, questo è l’abusato ritornello delle autorità quando vogliono far passare una legge che va a ledere i diritti del popolo. Non cambia niente? E allora che bisogno ne abbiamo? In realtà, cambiano parecchie cose, oltre allo stravolgimento del paradigma detto sopra. Il fucile d’assalto d’ordinanza, ci dicono, potrà continuare a essere custodito a casa: sì, ma solo fino a quando ci verrà espropriato! Il diritto di Schengen, infatti, continua a essere dinamico e una revisione della legge in oggetto è già prevista entro un paio d’anni, verosimilmente con ulteriori inasprimenti. Inoltre, già con questa legge – e qui si rasenta il ridicolo – il fucile d’ordinanza è legale (quindi devo desumere che non sia pericoloso) fintanto che è in mano mia; ma, dal momento in cui (tocchiamo ferro) lascio questa valle che i nostri governanti stanno facendo vieppiù diventare di lacrime, i miei eredi non potranno più possederlo, improvvisamente sarà illegale (e, quindi, pericoloso).

Se si è contrari all’accordo-quadro istituzionale con l’UE, non si può votare SÌ a questa revisione di legge

Ma non si tratta solo di armi, la posta in gioco è molto più alta. Ricordate quando nel 1992, il consigliere federale Adolf Ogi diede inconsapevolmente una mano al fronte contrario all’entrata della Svizzera nello Spazio economico europeo (SEE), dicendo ingenuamente che si trattava di un «campo d’allenamento» in vista dell’adesione all’UE, che rimaneva l’obiettivo strategico del Consiglio federale? Ebbene, i consiglieri federali odierni sembrerebbero aver imparato la lezione, e non commettono lo stesso errore. Ma la sostanza rimane: questa ripresa dinamica della direttiva UE sulle armi, è il «campo d’allenamento» in vista dell’accordo-quadro istituzionale!

Infatti, l’accordo-quadro istituzionale, che il Consiglio federale non ha ancora osato sottoscrivere per paura del verdetto popolare, prevede la ripresa dinamica, da parte della Svizzera, di ogni aggiornamento che l’UE decide in materia di accordi bilaterali. In altre parole, l’esautorazione del legislatore svizzero (popolo e cantoni – il parlamento non conta, perché tanto fa già adesso ciò che ordina Bruxelles) che non avrà più alcun diritto di decidere le regole nel nostro paese, limitandosi a eseguire gli ordini dell’UE.

La direttiva UE sulle armi, che governo e parlamento svizzeri hanno deciso di riprendere automaticamente con questa legge, è solo il primo assaggio. Tocca un settore importantissimo per gli Svizzeri ma, giustamente, solo un settore. Se accettiamo questo, tuttavia, l’effetto sarà a palla di neve. Sarà difficile poi dire NO all’accordo-quadro istituzionale che, di fatto, ci renderà vassalli dell’UE.

Quindi, il 19 maggio, diciamo NO al «campo d’allenamento», diciamo NO a una legge che, in realtà, è l’ennesima direttiva di Bruxelles alla quale i nostri euroturbo non vedono l’ora d’inchinarsi servilmente.

Eros N. Mellini

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