Dalla neurosi della neutralità alla confusione della neutralità

Mag 13 • L'opinione, Prima Pagina • 75 Views • Commenti disabilitati su Dalla neurosi della neutralità alla confusione della neutralità

Dr. rer. publ. Rolando Burkhard

La discussione sulla neutralità è stata lanciata: è imperativo che sia condotta in modo approfondito!

Nel numero 7 del 1° aprile 2022 de «Il Paese», ho espresso la mia opinione sulla questione della neutralità della Svizzera dal punto di vista della politica statale, nel mio articolo « La Svizzera soffre di una cronica nevrosi da neutralità». Da allora, è iniziata nel nostro paese una controversa discussione, di un’intensità senza precedenti, sulla nostra politica di neutralità e la nostra interpretazione del diritto in materia di neutralità: nella politica e soprattutto nei media. Questo è un bene, ma la discussione tende a sfuggire completamente di mano in questo momento e sta assumendo forme preoccupanti. Oggi (5 maggio), la NZZ ha sottolineato la situazione con un articolo intitolato: «Persi nella confusione della neutralità». L’alto valore della neutralità svizzera è sempre più separato dal principio che una volta sosteneva lo Stato e trasformato in una strategia di marketing subdola e opportunistica, che mette in discussione i suoi principi fondamentali. A volte, la nostra neutralità viene semplicemente dichiarata un «mito» superato e da abolire.  Questa è una tendenza molto pericolosa per il nostro paese! Vorrei quindi esprimere ancora una volta il mio punto di vista sulla questione della neutralità nel seguente articolo.

Non esiste una neutralità unilaterale

Ciò che è spaventoso è che ora non solo la nostra politica di neutralità, ma addirittura l’utilità stessa del nostro diritto alla neutralità, che è stato rigorosamente osservato per anni, viene messo quotidianamente in discussione in modo completamente unilaterale, per ragioni politiche opportunistiche. Il fatto che la nostra precedente politica di neutralità, che dopo tutto ci ha salvato da due guerre mondiali, sia occasionalmente messa in discussione non è una novità; da tempo ci pensano i nostri storici indottrinati a sinistra. Ma adesso la nostra posizione è ormai completamente unilaterale nell’attuale conflitto ucraino, ed è sottolineata dalla sconsiderata e faziosa apparizione del nostro ministro degli esteri Cassis sulla Piazza federale e dall’egocentrico e propagandistico viaggio a Kiev della nostra presidente del Consiglio nazionale Kälin, smaniosa di profilarsi (perché, se si pretende di essere neutrali, visitare allora solo l’Ucraina e non anche la controparte russa?)

Invece di tirare fuori dal cassetto la posizione più popolare per la propria immagine politica nazionale in occasione di ogni conflitto internazionale attualmente in corso, sarebbe più appropriato un rispetto credibilmente ancorato e rigorosamente osservato del diritto in materia di neutralità e una conseguente politica di neutralità perseguita coerentemente. 

Per quanto riguarda l’interpretazione del diritto in materia di neutralità e della politica di neutralità, è ancora peggio

Ma che i Verdi Liberali e rappresentanti di spicco dei cosiddetti partiti borghesi (il presidente dell’Alleanza di Centro Pfister, in una certa misura anche il presidente del PLR Burkart, ecc.) siano ora addirittura favorevoli alla fornitura di armi/munizioni a una delle due parti belligeranti, che si discuta perfino di entrare nella NATO, non solo scuote il rispetto dei principi fondamentali della politica di neutralità, ma anche i principi di osservanza del diritto in materia di neutralità, almeno come la Svizzera l’ha inteso finora.

Non ho nemmeno molte obiezioni al fatto che la nostra interpretazione svizzera del diritto in materia di neutralità sia fondamentalmente messa in discussione. Perché su una cosa sono completamente d’accordo con i nostri oppositori interni alla neutralità: le guerre oggi non si decidono più esclusivamente sui campi di battaglia, ma soprattutto in anticipo attraverso le guerre economiche e di comunicazione. Ma, in parole povere, questo può significare solo una cosa: l’approvazione, rispettivamente la partecipazione alle sanzioni economiche (UE) e alle misure di boicottaggio – praticamente ordinate dall’alto – a favore di una sola delle due parti in conflitto, significa che la Svizzera si schiera chiaramente. Questa non è solo un’interpretazione completamente unilaterale della politica di neutralità, bensì, in definitiva – se addirittura anche solo si flirta con l’adesione alla NATO e si approvano le consegne unilaterali di armi agli Stati in guerra – anche un palese disprezzo del diritto in materia di neutralità.

Perché qualsiasi nuova sanzione economica unilaterale, boicottaggio, ecc. dallo scoppio di un conflitto non sono in definitiva altro che atti collaterali assolutamente decisivi per la guerra. Per essere e rimanere neutrali, sarebbe stato sufficiente congelare le relazioni economiche con i due Stati in conflitto al livello prebellico, ossia continuare il «courant normal» e impedire, per esempio, il siluramento della politica di sanzioni degli Stati amici tramite nuove misure di aggiramento.

Ma no! L’attuale discussione sulla neutralità va nella direzione assolutamente opposta e sta sfuggendo completamente di mano.

Sulla base delle recenti affinità NATO di Finlandia e Svezia (due paesi con una posizione di partenza geostrategicamente completamente diversa dalla nostra), si dichiara che la Svizzera ha un quasi dovere di aderire in qualche forma alla NATO.

Inoltre: le consegne di armi dovrebbero ora essere possibili anche agli Stati in guerra, purché siano «paesi democratici vittime di una guerra di aggressione» (questa è la posizione dei Verdi Liberali, che vogliono reinterpretare il diritto in materia di neutralità, perché la Convenzione dell’Aia del 1907 è superata; anche il presidente PLR Burkart e quello del PPD (Alleanza di centro) Pfister (invocando la legge di emergenza!) argomentano in questa direzione. Così, si vorrebbero permettere le consegne di armi all’Ucraina. Ma attenzione: quando eventuali consegne di armi a Stati belligeranti diventano non solo il principio base della nostra politica di neutralità, ma addirittura il nostro criterio di interpretazione del diritto in materia di neutralità, allora le cose si fanno avventurose. Chi deve determinare quali Stati sono «democratici» e quali no? Questa è una pura e delicatissima questione di interpretazione. Molti Stati sono democratici sulla carta. Ma la Turchia, l’Ungheria o anche la Russia sono democratiche oggi? E l’Ucraina è mai stata o è oggi democratica? Bisogna guardarsi dall’arroganza svizzera nei confronti degli altri Stati. (Domanda: come avrebbe reagito la Svizzera se gli altri Stati avessero classificato il nostro paese come non democratico fino al 1971, perché fino ad allora da noi le donne non avevano il diritto di votare e di essere elette?)

Infine, l’ultimo temporaneo capitolo di questa storia della neutralità è stato scritto dalla Commissione di politica estera del Consiglio nazionale. Questa vuole «autorizzare» il Consiglio federale a imporre sanzioni a persone o imprese senza tener conto dell’ONU o dell’UE. In altre parole, la Svizzera neutrale dovrebbe in futuro essere in grado di andare anche oltre i suoi partner stranieri (che agiscono unilateralmente). L’UDC parla di «megalomania del piccolo Stato».

È imperativo che la questione della neutralità sia chiarita rapidamente, e che il popolo abbia l’ultima parola

Invece di continui slittamenti avventurosi da parte di politici smaniosi di profilarsi, sono urgenti un dibattito fondamentale e una votazione popolare sul contenuto e il valore della nostra neutralità, perché una questione così centrale della nostra concezione dello Stato deve essere assolutamente inclusa come principio nella Costituzione federale. Questo per evitare che un ministro degli esteri che non conosce il diritto in materia di neutralità o la politica della neutralità, un Consiglio federale disorientato o un parlamento litigioso possano improvvisamente tirare fuori dal cassetto la posizione in quel momento politicamente più opportunistica nell’ottica della propria politica quotidiana.

Sono quindi molto favorevole all’idea di Christoph Blocher di lanciare un’iniziativa per la neutralità. Blocher ha in mente l’ancoraggio di una «neutralità integrale» nella Costituzione, su cui mi sono già espresso a favore nel mio precedente articolo. Resto della mia opinione e credo fermamente che rifletta l’opinione di ampie fasce della popolazione. Almeno questo è quello che i sondaggi sembrano indicare. Alla domanda posta dal giornale «20 Minuten»: «La Svizzera dovrebbe fornire armi all’Ucraina?», il 30% ha risposto «Sì» e il 65% «No, la neutralità vale nella buona e nella cattiva sorte».

Certo, non sarà facile ancorare la neutralità nella Costituzione o definirla in una legge, in una forma intelligente e in grado di ottenere una maggioranza nell’attuale corso unilaterale della discussione politica e mediatica. Ma, come sappiamo, l’opinione pubblicata non sempre significa opinione pubblica. Molto dipenderà anche da quello che sarà scritto nella versione aggiornata del (tuttora valido) rapporto sulla neutralità del 1993, che dovrebbe essere disponibile quest’estate.

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