Cosa deve fare la signora Leu a Bruxelles?

Feb 19 • L'opinione, Prima Pagina • 205 Views • Commenti disabilitati su Cosa deve fare la signora Leu a Bruxelles?

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Livia Leu è l’attuale capo-negoziatrice della Svizzera con l’UE in materia di accordo-quadro

La signora Leu non è da invidiare. Con quale risultato tornerà a casa, dai negoziati a Bruxelles sull’accordo-quadro, è scritto nelle stelle. Ma altrettanto non è chiaro con quali richieste da parte svizzera dovrebbe presentarsi. Certo, il suo mandante ufficiale è naturalmente il DFAE, rispettivamente il Consiglio federale, e da quella parte si tiene un basso profilo. Da quanto ci è dato di sapere, a Bruxelles la signora Leu dovrebbe chiedere unicamente dei “chiarimenti” riguardo alle tre note questioni, ossia la protezione dei salari, la direttiva sulla cittadinanza europea e gli aiuti statali. Tutto il resto sarebbe un’aggiunta del tutto inaspettata. Ma il suo mandante ufficiale è davvero nel giusto?

Perché succede che – a prescindere dal DFAE, rispettivamente dal Consiglio federale – l’intera Svizzera sta lentamente estendendo ben oltre le sue aspettative da questi “negoziati”; altrimenti è quasi di sicuro un funerale di terza classe, quello che attende l’accordo-quadro in una prossima votazione popolare.

Le associazioni economiche sperano quantomeno in una concessione per quanto riguarda la clausola ghigliottina. La sinistra e i sindacati, almeno qualche concessione in materia di protezione dei salari. Ma una vasta fascia della popolazione vorrebbe conservare la sovranità e l’indipendenza della Svizzera e, perciò, rifiuta categoricamente la ripresa automatica di qualsiasi nuova legge UE e la sottomissione del nostro paese ai diktat della Corte di giustizia UE. In questo senso si profila in prima linea l’UDC, ma delle cerchie sempre più ampie sembrano lentamente seguirla.

Nel frattempo, si sono annunciati addirittura due comitati di imprenditori con “preoccupazioni democratiche”, i quali combattono veementemente l’accordo. Per esempio, Alfred Gantner, co-fondatore del potente Partner Group costituito con Allianz „Kompass/Europa“, o il nuovo comitato “Autonomiesuisse” (in contrapposizione a Economiesuisse). Da parte loro, viene posta in primo piano la questione della rinuncia alla sovranità del paese, finora volutamente ignorata dalla Berna federale. Alfred Gantner considera tossica la combinazione della ripresa dinamica del diritto con le clausole ghigliottina, di rescissione e di revisione contenute nella bozza di accordo, e vi vede una neanche tanto celata adesione de facto all’UE. Si dichiara a favore di una sospensione dei negoziati, scusandosi con l’UE – a giusta ragione arrabbiata per il fatto che il Consiglio federale abbia per anni accettato da parte svizzera un accordo privo di legittimità democratica – del quale resterebbe da chiarire solo qualche piccolo dettaglio.

Non sarebbe certamente la prima volta che il Consiglio federale, in materia di UE, si sia fondamentalmente sbagliato circa l’assenso popolare, dovendo poi fare marcia indietro. Non è forse stato così nel 1992 con il progetto d’adesione allo SEE, definito allora in modo ingenuo (sebbene fondamentalmente onesto) “campo d’allenamento per l’adesione all’UE”? E non dovemmo poi, anni dopo, ritirare in sordina una domanda d’adesione all’UE inviata del tutto sconsideratamente a Bruxelles?

Perciò, non ci sarebbe nulla di eroico, bensì sarebbe del tutto ragionevole se la Svizzera – invece di cercare faticosamente di condurre in porto a Bruxelles un trattato che fa acqua da tutte le parti – interrompesse l’intero esercizio. Ci si potrebbe benissimo scusare con l’UE per l’errore di valutazione della situazione politica interna: forse, diciamo forse, anche l’UE potrebbe cogliere l’occasione per scusarsi del suo atteggiamento qualche volta inadeguato nei confronti della Svizzera, per esempio per l’arbitraria abrogazione dell’equivalenza borsistica (cosa che perfino l’ex-presidente della Commissione UE Juncker ha dichiarato, in una recente intervista, essere stata cosa poco saggia).

La capo-negoziatrice Leu dovrebbe recarsi solo per un’ultima volta a Bruxelles, per comunicare – in nome del Consiglio federale (per l’esattezza, in nome del popolo) – l’interruzione dell’esercizio. Dopodiché questa, peraltro capace, diplomatica avrebbe più tempo per altri impegni. Che ne direste, se il Consiglio federale la incaricasse di ritirare, presso i gremi internazionali competenti, il sostegno promesso al Patto per la migrazione, da esso approvato ma, sotto ogni aspetto, del tutto fuori di testa?

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