Cosa ci aspetta dopo la pandemia?

Giu 12 • L'opinione, Prima Pagina • 316 Views • Commenti disabilitati su Cosa ci aspetta dopo la pandemia?

Dr. Alessandro von Wyttenbach
Presidente onorario UDC Ticino

La pandemia sta monopolizzando tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media. Una reazione comprensibile con il riaffiorare della paura esistenziale dell’Uomo confrontato con la fragilità della vita e la morte, il lutto per la perdita di cari o di amici e con le drastiche misure prese per il rallentamento del contagio, che hanno paralizzato i contatti sociali. La forza di questi sentimenti sta mettendo quasi in ombra le future ricadute della crisi. Le senz’altro opportune decisioni del Consiglio federale di immettere grosse cifre di capitali e liquidità per sostenere l’economia, saranno utili per attutire le conseguenze della pandemia, ma non riusciranno a evitare una grave recessione che durerà anni, se non decenni. La crisi involverà tutte le economie del pianeta, anche la Svizzera dall’economia di esportazione. Durante la stagione della buona congiuntura, nonostante le elevate entrate fiscali, gli Stati hanno smisuratamente aumentato le spese correnti e aumentato enormemente il debito pubblico – a livello mondiale intorno al 300% del prodotto lordo annuo. La crescita economica degli ultimi decenni è fondata sui debiti pubblici e privati con errate allocazioni di mezzi. Buona parte delle auto che girano sulle nostre strade non sono di proprietà, sono debiti su quattro ruote. Lo stallo di molte attività economiche durante quattro mesi, sono una enorme perdita di ricchezza, in buona parte irrecuperabile.

Fra i settori più colpiti dalle perdite figurano le attività intorno al turismo e il trasporto aereo di persone e merci. Colpita è anche una rete di moltissime attività economiche minori quali le PMI e le attività indipendenti. Molte attività economicamente fragili, rischiano di sparire con la conseguente massiccia disoccupazione. Il trauma psicologico della pandemia muterà in modo subconscio imprevedibile le scelte e le priorità dei cittadini consumatori. Si avrà ancora voglia di volare per passare un fine settimana a Parigi, Londra o Berlino o intorno al pianeta per fare due settimane di vacanze al mare? Saranno ancora attrattive le crociere su navi col rischio di finire in quarantena?

Un altro settore a rischio è quello delle auto: con la prevedibile riduzione del potere d’acquisto, ci si renderà forse conto che un’auto economica medio-piccola, oggi offre già tutto quello che serve.

Imprevedibile è la contrazione delle entrate del settore della pubblicità sulle quali si fondano i colossi della rete quali Google, Amazon, Facebook e Apple o le sponsorizzazioni di innumerevoli manifestazioni culturali, musicali e sportive. Con la prevedibile grave recessione, la domanda di prodotti e servizi dei consumatori subirà imprevedibili mutamenti, molte imprese chiuderanno inevitabilmente i battenti per far posto a nuove attività: la “distruzione creativa” dell’economista liberale Schumpeter, un processo che richiederà parecchi anni di riassestamento.

Anche in politica vi saranno mutamenti sostanziali. Affinchè i vantaggi economici della globalizzazione non finiscano come oggi solo nelle tasche del mondo della finanza e delle grandi imprese multinazionali, ma anche in quelle delle popolazioni delle regioni più povere. Come ogni libertà, la globalizzazione va regolata onde prevenire squilibri economici internazionali ed evitare, a causa della delocalizzazione della produzione, il ripetersi, ad esempio, dell’attuale penuria di materiale di protezione o di medicamenti contro l’infezione Covid-19. Nella crisi, l’UE si sta dimostrando una disunione, il suo futuro è imprevedibile. Poiché con la recessione diminuiranno sensibilmente le entrate fiscali, gli Stati dovranno rivedere e ristrutturare la spesa pubblica. In politica sociale si dovrà abbandonare l’ideologia dell’egualitarismo, per tornare al principio liberale dell’aiuto mirato solo a chi ha veramente bisogno. Per facilitare la ripresa economica sarà indispensabile ridurre la fiscalità, la burocrazia e allentare l’impedimento di inutili lacci, leggi e regolamenti. Con la recessione, la diminuzione dei consumi energetici ridurrà sensibilmente le emissioni di CO2 e l’inquinamento dell’ambiente, per cui i sogni di spese miliardarie a favore dell’ambiente, per anni finiranno nel cassetto per scarsità di mezzi.

Qui non si tratta di indulgere al pessimismo, ma di essere mentalmente pronti ad accettare gli sforzi e sacrifici collettivi necessari per affrontare le sfide di un futuro incerto. Nella storia, le gravi catastrofi e crisi hanno sempre offerto all’uomo l’opportunità di mostrare tutta la sua creatività per affrontare e risolvere problemi nuovi sconosciuti. La pandemia, per fare un esempio, ha costretto a scoprire le possibilità del lavoro via internet, ciò che potrebbe favorire la delocalizzazione sul territorio di diverse attività economiche, alleviando così i problemi dell’inurbamento e del pendolarismo.

Nell’attuale periodo storico, dominato dall’utilitarismo economico e dal fascino dell’intelligenza artificiale, il riaffiorare con la pandemia delle umane paure esistenziali e il brutale confronto con la morte, potrebbe contribuire a ridare all’essere umano la sua centralità e risvegliare l’interesse per la cultura e la storia del passato, per il pensiero filosofico e per le belle arti, esigenze di valori immateriali quali componenti irrinunciabili dell’esistenza umana. Diversi decenni fa, il professor Kaegi, del Politecnico di Zurigo, formulò la consolante tesi che i periodi di grande progresso della scienza e della tecnica non sono la fine delle scienze umane, ma l’inizio di una loro fioritura: un nuovo “Rinascimento”?

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