Consiglio federale: chi e dove?

Nov 18 • L'opinione, Prima Pagina • 58 Views • Commenti disabilitati su Consiglio federale: chi e dove?

Elezioni ai singoli ministeri invece del Consiglio federale in corpore?

Black Rot

L’attuale bizzarro braccio di ferro sul successore della dimissionaria consigliera federale Sommaruga, lo mette ancora una volta in evidenza: la modalità attualmente in vigore per l’elezione sostitutiva dei singoli membri o del Consiglio federale in corpore presenta delle insidie. È adatta a garantire che nel nostro governo nazionale ci siano sempre le persone giuste al posto giusto per guidare il destino del nostro Paese nel miglior modo possibile? Gli anni di mediocrità – per usare un eufemismo – del Consiglio federale, sperimentata ormai da diverso tempo solleva seri dubbi a questo proposito. Come si potrebbe innalzare il livello di prestazioni del nostro governo nazionale dall’attuale scarso 4 (sufficiente) a un 5 o addirittura 5 1/2 (da buono a molto buono)? Avrei una proposta rivoluzionaria di soluzione.

L’attuale prassi è insoddisfacente

Le elezioni per la sostituzione o il rinnovo dei membri del Consiglio federale sono tenute dal Parlamento federale e non, come in molti Cantoni, dal voto popolare. È possibile che l’elezione popolare dei consiglieri federali potrebbe portare a soluzioni migliori, ma il tema è molto controverso (finora le proposte corrispondenti sono sempre state respinte). La mia proposta non intende cambiare questa situazione. No, sono più interessato alle modalità dell’elezione, cioè ai criteri che sono determinanti in Parlamento per l’elezione o la non elezione dei candidati.

Come stanno le cose oggi è chiaro: dal punto di vista giuridico non sono molto vincolanti, se si prescinde – dopo l’abolizione della clausola cantonale nel 1999 – dalla «adeguata rappresentanza delle regioni e delle comunità linguistiche». Anche la cosiddetta «formula magica», concordata nel 1959, ossia l’attuale distribuzione proporzionale dei seggi del Consiglio federale in base alla forza dei partiti, è tutt’altro che sacrosanta. Infatti, i Verdi sono alla porta.

Ci sono sempre stati criteri di esclusione o di inclusione nel senso di requisiti «soft law». In passato, si trattava spesso di religione (cattolica o protestante), origine (cantoni urbani o rurali) e altro. Oggi sembra essere più una questione di genere (uomo o donna o addirittura anche «es»; per le donne, sembra che un ruolo decisionale lo abbiano anche i figli in fase di educazione). Domani potranno essere utilizzati altri criteri come l’età (giovane/vecchia), il background migratorio esistente/non esistente dei candidati o chissà cos’altro.

Stranamente, il processo elettorale non ha quasi mai dato peso al criterio che è comune per le nomine ai vertici del settore privato: la semplice idoneità di una persona per un determinato lavoro.

Un’altra enorme lacuna

A tutto ciò, si aggiunge la seguente lacuna: il Parlamento elegge i consiglieri federali secondo i criteri sopra menzionati senza sapere quale funzione sarà poi assegnata agli eletti nel futuro governo. I membri del governo sono definiti per nomina, ma non i rispettivi ministeri. Questo è problematico. Perché… (ma devo approfondire un po’):

la Svizzera non ha un sistema presidenziale come i paesi vicini, in cui un primo ministro o un cancelliere eletto in base alla forza del partito politico può poi (se possibile, ma purtroppo non sempre) mettere insieme il suo gabinetto e assegnare i seggi di ministro secondo criteri professionali. Qui eleggiamo sette persone, che insieme formano un governo, ma che oggi hanno soprattutto il compito di presiedere una determinata area tematica (un dipartimento). E dobbiamo essere chiari su una cosa: oggi, la politica federale è determinata dai dipartimenti. Proprio perché di solito non sono diretti da ministri competenti, a determinare il destino dei dipartimenti e quindi del Consiglio federale. sono i consiglieri personali dei membri del governo, desiderosi di mantenere il loro potere personale, i loro segretari generali, i loro capi della comunicazione e i direttori degli uffici federali .

Il problema della ripartizione dei dipartimenti

Che il nostro governo non abbia la persona più adatta a capo di ogni dipartimento è anche in gran parte dovuto al fatto che l’assegnazione dei dipartimenti agli eletti dal Parlamento è di esclusiva competenza del Consiglio federale. In una riunione segreta e misteriosa dopo le elezioni, i sette membri del Consiglio federale decidono loro stessi chi deve assumere il comando di quale dipartimento, in base alle preferenze – oltre alle linee guida dei partiti dettate dalla politica di potere – e perfino all’anzianità dei membri in carica. Di idoneità per la funzione non si parla nemmeno.

Il risultato è che – per citare due esempi – un medico cantonale ticinese diventa improvvisamente ministro degli Esteri completamente estraneo ai problemi, invece di occuparsi, come sarebbe molto più logico, del Dipartimento dell’Interno con integrato il settore medico che conosce bene; oppure che gli ultimi eletti dal Parlamento vengono costretti a occuparsi del poco amato Dipartimento militare (DDPS), anche se non hanno la minima idea della politica di sicurezza e cercano quindi di cambiare dipartimento il più rapidamente possibile.

Questo problema lo si potrebbe risolvere

Si potrebbe risolvere questo problema sistemico? Forse sì. Ma occorrerebbe un riassetto completo delle elezioni sostitutive o di rinnovo complessivo del Consiglio federale e dell’assegnazione dei dipartimenti. Ecco la mia proposta:

una nuova procedura elettorale comportante non più la semplice elezione dei consiglieri federali, ma di ministri specialisti specificamente competenti, ossia direttamente i capi dei dipartimenti che si rendono vacanti caso per caso. Ciò significherebbe che, in futuro, il Parlamento non eleggerebbe qualcuno che poi guiderebbe uno qualsiasi dei dipartimenti a discrezione dei sette eletti, bensì direttamente il capo, per esempio, del DFAE, rispettivamente del DDPS, del DFGP, eccetera. I candidati per la rispettiva carica vacante (in caso di elezioni di rinnovo) sarebbero naturalmente gli attuali titolari, ma potrebbero anche candidarsi per l’assunzione di altri dipartimenti. I candidati per i seggi che si renderebbero vacanti dovrebbero essere proposti dai partiti/regioni/gruppi d’interesse al Parlamento, che poi prenderebbe le decisioni.

Il mio suggerimento vi sembra forse un po’ troppo complicato?

Allora cerco di spiegare la mia idea con un esempio:

  1. Ueli Maurer si è dimesso. Quindi il DFF sarà presto vacante. I consiglieri federali in carica potrebbero essere interessati. Ma anche nuovi candidati idonei (come la direttrice delle finanze Eva Herzog, PS/BS). Lasciamo che sia il Parlamento a decidere.
  2. Sommaruga si è dimessa, quindi il DATEC sarà presto vacante. Dei membri in carica del Consiglio federale sono interessati a questo dipartimento. Ma anche il candidato di punta dell’UDC Albert Rösti, UDC/BE. Il Parlamento vota e decide.
  3. L’anno prossimo si terranno le elezioni generali del Consiglio federale. Tutte le direzioni dei dipartimenti sarebbero aperte alle candidature, sia per i consiglieri federali in carica sia per i nuovi candidati. Il Parlamento deciderebbe per ogni singolo dipartimento. Ossia deciderebbe chi sarebbe il miglior candidato per il posto di ministro degli Esteri, della Difesa, dei Trasporti, della Sanità, ecc.

Le mie considerazioni rivoluzionarie vanno ben oltre gli interessi di partito. A me interessa la futura soluzione dei grandi problemi attualmente esistenti, la nostra governabilità a lungo termine e il benessere del nostro Paese. L’attuazione a breve termine delle mie idee, qui solo brevemente delineate, è ovviamente del tutto illusoria. Ma forse varrebbe la pena di rifletterci.

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