Chailly e Matsuev grande coppia al Lucerne Festival

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Spazio musicale

Il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninow, eseguito il 17 agosto al Lucerne Festival con la direzione di Riccardo Chailly e la partecipazione del pianista Denis Matsuev, presenta notevoli dislivelli di valore. Il primo tempo si basa su un tema che, grazie a intervalli stretti e a un ritmo esitante, suscita un senso di smarrimento, disagio e inquietudine: è assai originale e nonostante il modo di procedere modesto e poco appariscente richiama subito l’attenzione dell’ascoltatore. Diverso, anche se non palesemente contrastante, è il secondo tema, pervaso di tenera malinconia ma leggermente manierato. Al ritorno del primo tema segue un “più mosso” in cui la musica si anima sempre più, si agita, diventa incandescente e infine sfocia in una successione di accordi poderosi e sussultanti del pianoforte (fino a quattro note per mano), acquistando uno spessore e una intensità inaudita e sprigionando una forza rude per non dire brutale. L’esito artistico è apprezzabile: non frastuono fastidioso nè una occasione offerta al solista per una esibizione atletica ma veri valori d’arte. Il tempo successivo, designato “intermezzo”, prende avvio felicemente con una graziosa ed espressiva melodia discendente affidata all’oboe ma, non appena abbandona la dolce intimità, diventa inconcludente e quando si lancia in qualche corsa o burrasca sonora non va oltre un virtuosismo vuoto. Arido, nonostante lo sfoggio tecnico, il terzo tempo.

Il programma di sala del concerto lucernese cita l’affermazione seguente di Arthur Rubinstein: “Rachmaninow era un pianista del mio cuore. Quando suonava le composizioni proprie era insuperabile. Quando si sentivano i suoi concerti suonati da lui ci si convinceva che mai fu composta musica più grandiosa. Se venivano suonati da altri pianisti risultavano ciò che in realtà sono: pezzi brillanti orientaleggianti e opprimenti” (traduzione dal tedesco). Come dobbiamo valutare l’esecuzione dell’”altro pianista” Matsuev? Ha esposto il primo tema dell’”allegro ma non tanto” iniziale con la massima delicatezza e a un volume più vicino al “pianissimo” che al “piano” figurante sulla partitura. Controllatissimo, quasi distaccato, privo di ogni compiacenza sentimentale eppure affascinante è risultato il secondo tema. E quando nello sviluppo è giunto il passaggio incandescente al quale ho accennato sopra il Matsuev non ha ceduto alla tentazione di scatenare un uragano ma ancora una volta si è imposto una certa moderazione, rimanendo però coperto dagli strappi dell’orchestra. In conclusione, il primo tempo ha avuto una lettura molto pregevole. In quelli successivi, specialmente nel terzo, il pianista ha aperto le cateratte della violenza virtuosistica mandando in visibilio il pubblico (che esauriva la sala): al termine grandi applausi e ovazioni.

Dopo la pausa, Riccardo Chailly e la Lucerne Festival Orchestra hanno eseguito la quarta sinfonia di Cajkovskij in modo esemplare, aderendo attentamente allo spirito della composizione. Così nel “moderato con anima” che fa seguito all’esposizione del motivo del destino, dove Cajkovskij descrive desideri futili e li avvolge in una visione negativa, l’interpretazione  è stata percorsa, in modo appropriato, da tristezza e inquietudine in una atmosfera ombrosa. Più avanti il sogno si è riflesso in una trama finissima di accattivanti spunti strumentali. Compio un balzo in avanti per menzionare la riapparizione del tema del destino nel quarto tempo, che in quel momento ha cambiato carattere, porta un senso di desolazione e risulta meno forte e minaccioso rispetto all’inizio della sinfonia, come se presagisse di essere travolto dall’esuberanza e dall’esultanza dei festeggiamenti popolari.

Qualche parola in più sia detta sulla Lucerne Festival Orchestra. Spesso i complessi non stabili si riducono a un insieme di musicisti, magari eccellenti presi ad uno ad uno, ma che non riescono ad amalgamarsi in una vera orchestra. Il discorso non vale nel nostro caso. Sotto la guida di Chailly il complesso lucernese ha raggiunto un grado di compattezza e di fusione che nulla ha lasciato a desiderare. Un solo esempio, tra i tantissimi che si potrebbero fare: nel tempo iniziale del concerto di Rachmaninow, quando corni e viole riprendono il primo tema, la sonorità densa, brunita e levigatissima prodotta da questi strumenti ha costituito un godimento, non solo per il contenuto espressivo, ma anche per la pura bellezza timbrica.

Sobrio Festival

Il Festival musicale di Sobrio, che si tiene ogni anno in luglio, ha acquisito un posto stabile e onorevole nella vita musicale del nostro Cantone. L’ultima edizione poi ha portato una novità di rilievo. Da un incontro tra l’infaticabile Mauro Harsch, presidente del comitato direttivo, ed Elizabeth Claudine Cajkovskij, discendente della famiglia del grande compositore russo, è sorta l’idea di un concorso pianistico internazionale con cadenza annuale. La prima edizione, sotto il nome “Premio Cajkovskij 2019” e con il patrocinio della Fondazione “Carlo Danzi”, si è svolta nel luglio scorso ed è stata coronata il giorno 20 dal concerto dei vincitori. Susanna Braun e Bernat Català hanno conseguito alla pari il terzo premio: la prima ha suonato con bella mano e fine sensibilità brani di Schumann, il secondo si è cimentato con la Fantasia Baltica di De Falla traendone una grande varietà di colori. Anche il secondo premio è stato assegnato alla pari a due concorrenti. Le grandi ondate sonore di Scarbo, da “Gaspard de la  nuit” di Ravel, hanno trovato in Matteo Dall’Ovo un interprete convincente. D’altra parte, un acume interpretativo ragguardevole ha messo in luce la giapponese Yuriko Hara nel “Thème varié FP 151” di Poulenc: la scelta di tale pezzo è da considerare coraggiosa pensando alla poliedricità della scrittura di Poulenc e ai contrasti tra un episodio e l’altro, che la Hara ha talvolta separato con pause di riflessione assai lunghe. Del primo premio ha beneficiato, questa volta singolarmente, l’italiano Elia Cecino, distintosi per una esecuzione di affascinante delicatezza del notturno op. 10 n. 1 di Cajkovskij (ha fatto bene a ricordarsi del compositore al quale il concorso è intestato) e poi per una poderosa interpretazione della Polonaise op. 44 di Chopin, mettendo in risalto una personalità forte e decisa. L’ottima qualità delle prestazioni offerte dai cinque vincitori ha dato la misura del livello raggiunto dal concorso, che ha ricevuto lustro anche da una giuria particolarmente qualificata (basti dire che vi faceva parte  un pianista del valore di Alexander Romanovsky) e dalla presenza a Sobrio di Elizabeth Claudine Cajkovskij.

 

Carlo Rezzonico

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