Cajkovskij tra i favori del pubblico e le riserve della critica

Mar 4 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 194 Views • Commenti disabilitati su Cajkovskij tra i favori del pubblico e le riserve della critica

Ho una ammirazione particolare per i compositori che sanno creare musica avente un importante valore artistico e al tempo stesso capace di piacere ad ascoltatori semplici e inesperti. Diffondono godimenti di alto livello presso vaste cerchie della popolazione, occupando uno spazio spesso dominato da cose fasulle e banali. La critica ha sempre guardato con sospetto e perfino ostilità a questa parte della produzione musicale, senza lesinare accuse di insufficienze tecniche, povertà di pensiero, scarso impegno, superficialità, assenza di gusto, indulgenza alle preferenze momentanee della gente e altro. Salvo poi innestare poco decorose retromarce quando, con il passare del tempo, anche i critici più rigorosi devono riconoscere l’esistenza di pregi sfuggiti alla loro attenzione e alla loro sensibilità. Processi del genere si svolgono anche nell’ambito di persone singole. A molti italiani è capitato di disprezzare in gioventù le opere di Puccini, giudicate capaci soltanto di accarezzare, con melodie spianate e trascinanti, le orecchie di un pubblico di scarsa levatura. È poi venuto il momento di scoprire, magari in età adulta, non soltanto che sotto quelle melodie si nascondono accattivanti preziosità timbriche e armoniche, ma che le melodie stesse scaturiscono da un acume psicologico fuori del comune e posseggono, per così dire, una forte «verità» umana.

Queste considerazioni sono affiorate nella mia mente riflettendo sulle tortuose evoluzioni della critica nei confronti di Petr Il’ic Cajkovskij. In Italia le storie della musica pubblicate attorno alla metà del secolo scorso gli dedicarono pochissimo spazio. Un critico, recensendo l’«Eugenio Onegin», parlò di «musica povera d’invenzione, antiquata nelle forme, scolastica nello sviluppo, mancante di carattere» («La Gazzetta musicale», citata in Luigi Bellingardi: «Invito all’ascolto di Cajkovskij»).  Sorprende questa ottusità nei confronti di un compositore che invece si distinse per un uso intensissimo e intelligente delle risorse appartenenti alla sua arte. Cajkovskij fu un grande melodista, tanto nell’invenzione quanto nell’elaborazione. Si pensi al tema del cigno nel «Lago dei cigni». È caratterizzato da intervalli di terza con ritmo puntato che sembrano battiti di ali. Quando appare la prima volta, affidato alla voce dolce e mesta dell’oboe e accompagnato da trepidanti tremoli degli archi alti, tradisce una immensa tristezza e fa intuire un destino avverso. Invece alla fine, completamente rielaborato, si dibatte in convulsioni e tinte fortemente drammatiche sottolineando gli ultimi avvenimenti fino alla tragedia. Genio e originalità emergono pure in molti contrappunti: cito il preludio allo «Schiaccianoci», quando sotto il leggero e saltellante motivo principale il compositore oppone per contrasto una fine e delicata corsa di semicrome staccate nelle viole. Molto ci sarebbe da dire sull’abilità di Cajkovskij nell’orchestrazione e sui colori scintillanti che ne scaturiscono. Preferisco però dedicare qualche parola alla felice e originale idea di usare il pianoforte nell’«adagio» del passo a due tra Aurora e Désiré nel terzo atto della «Bella addormentata»: la sonorità dello strumento, utilizzato in velocissime scale ascendenti e discendenti, conferisce al momento in cui, con le nozze dei protagonisti, si celebra il trionfo del Bene, una ampiezza e una solennità imponente (che purtroppo vanno perse quando, presumibilmente per ragioni di economia, le evoluzioni del pianoforte vengono sostituite da bellissime, ma in questo caso inopportune, sottigliezze dell’arpa). In generale la ricchezza e spesso l’esuberanza della musica di Cajkovskij rendono auspicabili organici orchestrali proporzionati, quindi aventi uno spessore notevole. In certi momenti le melodie portate dai violini sono tali da richiedere una densità e luminosità di suono ottenibili solo da un numero consistente di esecutori.

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Molti artisti posseggono una sensibilità così intensa e acuta per una certa area dello spirito e dei sentimenti umani che tutta la loro attenzione e tutte le loro forze creative si concentrano su quelli. Nascono capolavori ma anche incapacità di apprezzare le qualità di tanti altri artisti. Su questi esprimono giudizi che per il comune mortale sono sorprendenti e strani. Cajkovskij non fece eccezione alla regola. Affermò che la musica di Bach, Haendel, Haydn e Gluck gli era completamente estranea e fu scettico nei confronti di Chopin. Che poi invece sentisse vicino alla sua sensibilità Grieg, un compositore sicuramente valido, ma non paragonabile a colossi come Bach e Haendel, rivela un gusto e una facoltà di comprensione assai sbilanciati. L’ostilità nei confronti della musica tedesca a lui contemporanea toccò un vertice quando, dopo aver assistito a una rappresentazione dell’«Anello del Nibelungo», parlò di «carnevalata» (un giudizio cattivo, certo, però   se si pensa allo stato pietoso in cui certi registi del nostro tempo riducono il grande capolavoro wagneriano quella parola potrebbe anche calzare).

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L’idea di scrivere alcune riflessioni su Cajkovskij mi è venuta dal fatto che la stagione 2021/2022 OSI al LAC è in larga misura dedicata a questo compositore. Ci sono state serate memorabili, come quella del 9 dicembre, con l’esecuzione del concerto per violino e orchestra, sotto la direzione di Markus Poschner e con la partecipazione del violinista Christian Tetzlaff; ne avevo riferito a suo tempo. Certamente sarebbe stato bello se ai concerti sinfonici si fosse affiancata la rappresentazione dei tre balletti, anch’essi per molto tempo guardati dall’alto in basso al di fuori della Russia, poi finalmente riconosciuti come capolavori sul piano musicale e, se l’allestimento viene effettuato secondo la linea tracciata da Petipa e Ivanov a San Pietroburgo, anche su quello coreografico.

Vorrei però segnalare che il Canton Ticino ospita un’altra manifestazione con al centro la figura di Cajkovskij. A Sobrio, piccola località sperduta della Valle Leventina, esiste un «Villaggio della musica» che offre la possibilità a musicisti giovani di praticare la loro arte in un ambiente semplice e tranquillo, lontano dal trambusto della vita moderna. Ideatore dell’iniziativa e direttore artistico è il professor Mauro Harsch, docente al Conservatorio della Svizzera italiana, che non lesina energia a favore di questo singolare «villaggio». Tra l’altro ogni anno, nel mese di luglio, viene organizzata una rassegna, chiamata «Sobrio Festival», in cui giovani leve e musicisti affermati presentano esecuzioni di ottimo livello. In tale ambito si effettua un concorso pianistico intitolato a Elizabeth Tschaikowsky, lontana cugina dell’insigne compositore. Tschaikowsky e non Cajkovskiy poiché, come informano i responsabili del Sobrio Festival, il padre di Elizabeth, dopo la sua naturalizzazione in Svizzera, ha tedeschizzato in tal modo il cognome. Sono andato alcune volte a Sobrio, nonostante la strada lunga e tortuosa (però negli ultimi tempi assai migliorata), per «respirare», oltre all’aria buona di montagna, il calore e l’entusiasmo dei musicisti.

 

Carlo Rezzonico

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