Cajkovskij raro eseguito splendidamente ai Concerti d’autunno

Dic 12 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 1972 Views • Commenti disabilitati su Cajkovskij raro eseguito splendidamente ai Concerti d’autunno

Sorprende lo strano destino delle sinfonie di Cajkovskij: le prime tre sono quasi completamente ignorate, le successive tre invece appartengono saldamente al repertorio ed entusiasmano ogni volta il pubblico. Il concerto d’autunno svoltosi il 20 novembre al Palazzo dei congressi di Lugano ha avuto il merito di evitare questa frattura mettendo in programma la prima sinfonia (e sarebbe interessante se l’anno prossimo la stagione che prenderà il suo posto offrisse la seconda e la terza). Vista la rarità delle esecuzioni è giusto, nella presente nota, concedere spazio soprattutto a questo lavoro.

Non mi convince pienamente l’”allegro tranquillo” iniziale, il cui tema principale, portato dal flauto e dal fagotto, è vago e arioso, tuttavia troppo minuto, fragile e pertanto insufficiente a reggere l’impianto dell’allegro-sonata di una sinfonia. D’altra parte una certa attitudine costruttiva e una notevole abilità nel trarre partito dai timbri, già sensibilmente sviluppate nonostante la giovane età del compositore (aveva ventisei anni), rendono abbastanza piacevoli larghi tratti del tempo. Di maggior rilievo artistico è l’”adagio cantabile ma non tanto” che fa seguito. Esordisce con una melodia meditativa che sembra voler introdurre il racconto di una leggenda antica. Subito dopo una serie di spunti dell’oboe, inframezzati da svolazzi fantasiosi del flauto, intessono una specie di nenia che dominerà il resto del tempo apparendo in diverse versioni, tra cui una, pomposa e trionfante, affidata ai corni; alla fine torna, inattesa e suggestiva, la melodia meditativa iniziale, come se volesse segnalare la fine del racconto. Lo scherzo evoca felicemente un ambiente fantastico, vivacissimo, si potrebbe dire mendelssohniano (sia pure senza la leggerezza e la magia dei passaggi analoghi di Mendelssohn) mediante una cellula ritmica estrosa e guizzante ripetuta in tutte le salse, eppure mai noiosa, grazie soprattutto ai frequenti spostamenti da uno strumento o gruppo di strumenti all’altro. Al centro è inserito un episodio che reca un motivo elegante, espressivo, anticipatore delle grandi melodie che Cajkovskij avrebbe composto più tardi per il mondo fatato del balletto. Il finale si apre con un “andante lugubre” basato su un frammento davvero lugubre, nel quale Cajkovskij utilizza i legni in zona grave (uno stilema al quale avrebbe fatto ricorso spesso nei lavori successivi). Segue una struttura ancora una volta in forma sonata, con un primo tema dal ritmo fortemente rilevato e un secondo disteso melodicamente con dolcezza. La conclusione purtroppo è enfatica e fragorosa. Tutto sommato questa prima sinfonia è un lavoro più che dignitoso e a tratti notevolmente valido, benchè composto in condizioni fisiche e spirituali penose. Cajkovskij vi lavorò giorno e notte, tra insonnia, mal di testa e allucinazioni, al punto che il medico chiamato per curarlo in un primo tempo giudicò il caso senza speranza. Per fortuna si sbagliò.

John Axelrod e l’Orchestra della Svizzera italiana, con una esecuzione superlativa, hanno fortemente aiutato la sinfonia a superare le sue carenze: limpido e scattante il primo tempo, morbido e vellutato l’”adagio cantabile ma non tanto”, in punta di piedi ma effervescente e brioso lo scherzo (con la melodia centrale tornita con gran cura e intensità espressiva), immerso in modo impressionante in una visione nera dell’esistenza l’”andante lugubre”, calibratissimo il finale. Tutti i reparti dell’orchestra hanno dato soddisfazione, ma un elogio speciale sia detto per i violini, autori di una prestazione davvero maiuscola. Non stupisce che il pubblico abbia subissato di applausi gli esecutori 

In apertura della serata si è ascoltato il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Bernd Glemser come solista ha messo in luce un dominio tecnico totale della parte e un virtuosismo abbagliante. Sempre compatti e netti sono stati gli accordi che si succedono a ritmo serrato in parecchi difficilissimi episodi della composizione. Valido ma non altrettanto convincente è stato tuttavia nei passaggi delicati. Dal canto suo l’Axelrod ha dato alla lettura dello spartito orchestrale un tono piuttosto dimesso e un tantino grigio. Non ha insomma prodigato – così mi è parso – il medesimo impegno che, poco dopo, avrebbe profuso nella sinfonia di Cajkovskij. In ogni caso il pubblico ha apprezzato l’interpretazione del concerto e al termine non ha lesinato i consensi.

“Schiaccianoci” e “Nabucco” a Com 

La versione dello “Schiacccianoci” portata al Teatro Sociale di Como il 21 novembre dal Balletto del Sud, una compagnia fondata nel 1995 a Lecce e molto attiva sia in Italia sia all’estero, rispetta l’atmosfera natalizia, che è presente inconfondibilmente nella musica di Cajkovskij e va quindi mantenuta. Inoltre si attiene largamente ai principi della danza accademica, non solo nei pezzi in cui attinge alla tradizione, come nel passo a due del secondo atto, ma anche nei passaggi di nuova creazione, dovuti al direttore della compagnia Fredy Franzutti. Lo spettacolo porta novità nella drammaturgia, più complessa che nella versione abituale, nel personaggio di Drosselmeyer, il quale assume un’importanza molto notevole e diventa il motore della vicenda, e in un dinamismo alquanto marcato, grazie anche ai numerosi cambiamenti di scena a vista. Qualche riserva va però fatta. La successione rapida degli avvenimenti, se da un lato imprime allo spettacolo un ritmo intenso, dall’altro lo rende, in certi punti, difficilmente intelligibile. Le esigenze tecniche della coreografia sono talvolta superiori alle possibilità delle forze disponibili. Le scene e le luci sono troppo scure e i costumi così sontuosi da diventare ingombranti. Soprattutto deploro la cattiva qualità della registrazione musicale e l’alto volume. Ma tutto sommato questo “Schiaccianoci” nelle linee generali è piaciuto e il serrato succedersi delle scene ha tenuto vivo l’interesse del pubblico. La compagnia Balletto del Sud è ben preparata, volonterosa e comprende alcuni elementi di buon livello. Brava è stata Vittoria Pellegrino, una Clara corretta e sensibile, sia nel passo a due del primo atto, caratterizzato da numerosi sollevamenti (Alessandro De Ceglia è stato un ottimo portatore), sia in quello del secondo atto, danzato con grazia e delicatezza. Teatro colmo di pubblico, bel successo, anche se il ritardo di oltre un quarto d’ora all’inizio, senza che sia stata data una giustificazione né chiesto scusa, ha indispettito parecchi spettatori.

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Una esecuzione del “Nabucco” trascende il fatto teatrale per assumere le connotazioni di un rito. Fede religiosa, patria e anelito alla liberazione dalla schiavitù toccano l’apice nel coro famosissimo del terzo atto e nella scena successiva. Qui valori artistici e valori morali si fondono e tanto gli esecutori quanto il pubblico vivono un’esperienza che attinge il sublime. Me ne son reso conto nuovamente assistendo all’edizione dell’opera verdiana rappresentata il 3 dicembre al Teatro Sociale di Como. Da un lato il coro, istruito da Antonio Greco e sotto la direzione di Marcello Mottadelli, ha dato vita a un canto purissimo, levigato, marmoreo, in cui ogni nota era sentita intensamente nei suoi valori espressivi.  Dall’altro lato il pubblico è stato attentissimo, concentrato, avvinto dalla musica e dai sentimenti che ne scaturivano. Un grande momento, che si è ripetuto, intatto, nel bis.

A parte l’incanto del “Va pensiero” questa edizione dell’opera verdiana, pur non raggiungendo la perfezione, è stata d’un livello considerevole. Paolo Gavanelli ha sostenuto il ruolo del protagonista. All’inizio il suo canto è stato una strana alternanza di voce fissa ed emissioni fortemente timbrate. Con l’avanzare della rappresentazione il difetto si è attenuato e poi dissolto, facendo emergere le qualità di un interprete ammirevole. In tutti i punti in cui il personaggio era al centro della vicenda ha saputo trovare accenti toccanti, facendo uso anche, ad esempio in “Dio di Giuda!”, di eccellenti mezzevoci. La soprano Tiziana Caruso possiede in zona acuta e centro-acuta mezzi assai forti, vibranti e smaltati; invece nell’ottava bassa il volume cala e, all’altra estremità dell’estensione, qualche acuto è risultato calante. Ma la Caruso ha il temperamento giusto per un personaggio stravolto come Abigaille e ne ha sbalzato carattere e azione in modo superlativo. Alla fine ha commosso con una impeccabile espressione del pentimento per le malefatte di cui si è resa colpevole. Non sempre all’altezza del suo compito è stato Enrico Iori come Zaccaria, che ha un bel timbro di basso, ma incontra difficoltà con gli acuti. Sono piaciuti Raffaella Lupinacci come Fenena delicata e sensibile e Gabriele Mangione come Ismaele appassionato. Buoni i comprimari. Non sempre studiata fin negli ultimi particolari la lettura dello spartito orchestrale fatta del direttore Mottadelli.

Emanuele Sinisi ha predisposto un impianto scenico costituito da elementi monumentali molto semplici ma imponenti, Simona Morresi ha creato costumi belli e Fiammetta Baldiserri ha saputo variare la parte visiva dello spettacolo con luci quasi sempre indovinate. La regia era nelle mani di Andrea Cigni: ha curato con diligenza ed acume i movimenti dei personaggi, mettendone in evidenza caratteri e passioni, mentre in parecchi punti ha ordinato il coro in disposizioni geometriche, contraddicendone  – così mi è parso – la funzione, che in quest’opera non è ornamentale, bensì quella di un grande personaggio-folla.

Teatro esaurito, grandi applausi.

Carlo Rezzonico

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