Brexit, chi sarà perdente?

Apr 3 • L'opinione, Prima Pagina • 135 Views • Commenti disabilitati su Brexit, chi sarà perdente?

Dr. Alessandro von Wyttenbach
Presidente onorario UDC Ticino

L’uscita della Gran Bretagna dall’UE è realtà. All’origine del Brexit sta la sicumera e intransigenza dell’UE nel negare un compromesso per la Gran Bretagna sul principio della libera circolazione delle persone richiesta dal PM Cameron. Dopo il conseguente successo del referendum popolare di protesta, al fallimento delle trattative con l’UE del PM May, entrò in azione lo Zampanò Boris Johnson, acceso fautore del Brexit: il suo schiacciante successo elettorale aprì le porte all’uscita della Gran Bretagna dall‘UE. Che l’uscita sia dannosa soprattutto per il Regno Unito, è una valutazione politica solo a corto termine perché, se la fase di assestamento potrà creare problemi ai Britannici, a lungo termine la Gran Bretagna possiede delle ottime carte per uscirne vincente. Politicamente è una potenza nucleare con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Dal passato imperiale ha ereditato una fitta rete di contatti con tutto il mondo anglofono o parzialmente anglofono, legami con lontane radici storiche. La sua potente piazza finanziaria non rischia così presto di abbandonare il Regno unito. Il Governo ha dietro di sé un popolo che accetta sacrifici ed è stato sempre capace di risollevarsi (vedi l’ultima guerra). Un popolo orgoglioso, animato da un forte spirito patriottico simboleggiato dall’attaccamento alla secolare monarchia. Per i suoi comportamenti originali, si tende a sottovalutare il PM Johnson, un politico di coraggio e di statura con un solido bagaglio culturale – anche umanistico. Il suo messaggio è chiaro: sì alla liberalizzazione degli scambi economici, no all’invadente intervento della CE nella politica britannica, libertà di contrarre accordi internazionali nell’interesse britannico e no al tribunale dell’UE. Quando l’UE crede di poter fare la voce grossa e punire la Gran Bretagna, si sbaglia.  Dimentica che la bilancia economica tra UE e Gran Bretagna è favorevole all’UE (fra l’altro, un terzo del pescato consumato nell’UE proviene dalle acque di sovranità britannica). La minaccia di interrompere diverse collaborazioni tra la GB e l’UE sono pretestuose. Interrompere la collaborazione con i servizi segreti britannici o nel settore della sicurezza e dell’anti-islamismo, sarebbe un autolesionismo. La minaccia di interrompere la collaborazione nel settore della scienza e della ricerca ignora il fatto incontestabile, che la GB (con la Svizzera) dispone di Università storiche fra le più prestigiose al mondo, superiori a quelle dei paesi dell’UE, quindi a perdere sarebbe l’ UE. Se non v’è dubbio, che la somma delle economie dei paesi dell’ UE rappresenti un notevole potere economico a livello internazionale, si dimentica però che il potere geopolitico dell’UE è ai minimi termini. L’UE è incapace di elaborare una strategia per difendere i suoi interessi politici ed economici a livello internazionale, in particolare nel Mediterraneo, è incapace di attuare una sua politica unitaria – vedi il problema della migrazione di massa. Senza parlare poi della sua debolezza nel settore militare. Vale ancora oggi il detto romano: “si vis pacem, para bellum”, e che la diplomazia può avere successo solo se ha dietro di sé un credibile potere militare dissuasivo. Una debolezza che dovrebbe indurre Bruxelles a un atteggiamento nei confronti della Gran Bretagna meno arrogante. Il popolo svizzero, fuori dall’UE, difende gli stessi identici diritti del Regno Unito. La Svizzera non ha le stesse carte da giocare della GB, ma non deve nemmeno sottovalutare le proprie. La bilancia commerciale è favorevole all’Unione, il solo Baden-Württemberg esporta in Svizzera merci per 30 miliardi l’anno. Oltre 300mila frontalieri guadagnano il loro pane da noi. Con la via del Brennero tra il nord e sud europeo al limite del collasso, i valichi alpini svizzeri diventano per l’ UE sempre più importanti. Non per nulla, il dipartimento francese dell’Alto Reno, il Land del Baden-Württemberg e il Voralberg austriaco, hanno invitato ufficialmente Bruxelles a trovare una soluzione consensuale col nostro paese, una notizia che sottolinea la nostra forza contrattuale – notizia pressocché ignorata ad arte dai mass media, tutti favorevoli al trattato istituzionale. È pretestuosa la tesi, che gli accordi bilaterali abbiano fatto dei “regali” al nostro paese: essi sono stati conclusi nel comune interesse.  È ora di smetterla di far credere ai cittadini che, in caso di una limitazione della libera circolazione delle persone, l’UE possa disdire con facilità gli accordi, essa non può nemmeno permetterselo. Come dopo il NO allo SEE, anche in questo caso la Svizzera, come la GB, può uscirne vincente.

Cosa deve fare la Svizzera? Deve essere disponibile a trattare, rifiutando però con l’autostima e il coraggio del PM Boris Johnson, sia l’automatismo dell’ accettazione delle leggi dell’Unione, sia la sovranità del tribunale dell’UE. Attraverso i canali diplomatici, deve cercare alleati fra i membri dell’UE per difendere le nostre istituzioni (una disdetta dei bilaterali richiede l’unanimità del Consiglio europeo), impresa tutt’altro che proibitiva, specie con i paesi dell’est europeo, sempre più insofferenti alle ingerenze di Bruxelles. Non deve in ogni caso ratificare l’accordo istituzionale prima di conoscere i nuovi accordi tra il Regno Unito e l’UE. Poiché un accordo istituzionale inciderebbe sull’assetto politico svizzero, esso deve in ogni caso essere sottoposto al referendum obbligatorio.

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