Allucinazioni e follia nel “Macbeth” all’Opernhaus di Zurigo

Mag 20 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 1431 Views • Commenti disabilitati su Allucinazioni e follia nel “Macbeth” all’Opernhaus di Zurigo

Spazio musicale

Nell’allestimento del “Macbeth” di Verdi rappresentato tra aprile e maggio all’Opernhaus di Zurigo il regista Barrie Kosky ha concepito l’opera come un seguito di allucinazioni del protagonista. Quando il sipario si apre appare al centro del palcoscenico una strana figura somigliante a un ammasso di rottami. Dopo un lungo indugio nel silenzio attacca il preludio e anche durante questo nulla accade. Infine, a opera cominciata, la strana figura si muove, diventa riconoscibile e risulta essere Macbeth, che in quel momento entra nelle allucinazioni. All’inizio del terzo atto la sequenza si ripete. Con tale impostazione molti elementi dello spettacolo, esistendo soltanto nella mente sconvolta del protagonista, restano invisibili al pubblico. Le vittime più importanti del Kosky sono le streghe, di cui sopravvive solo la parte musicale con le coriste relegate nella fossa dell’orchestra, mentre in scena si muovono esseri nudi e grotteschi. Ora chi conosce la genesi dell’opera e sa quanto peso Verdi attribuisse alle streghe, che sono le motrici della vicenda e costituiscono, prese nel loro insieme, un vero e proprio terzo personaggio, oltre a Macbeth e la sua consorte, non può non rimanere sorpreso di questa iniziativa registica. D’altro lato l’aver messo ancor più in evidenza il re usurpatore ha permesso di effettuare uno scavo spinto all’estremo nei suoi turbamenti e anche nei rari ma non trascurabili morsi della coscienza. Al riguardo ci sono stati alcuni momenti convincenti, particolarmente nel terzo atto, tutto dedicato a Macbeth. Ma, come sempre avviene quando si forza una vicenda per assoggettarla a una concezione estranea alle idee del librettista e del compositore, non sono mancate perdite di qualità e anche qualche caduta del gusto. Cito come esempio i malori del protagonista nel secondo atto, avvenuti senza la presenza in scena dei convitati: si sarebbe dovuto ricordare che la drammaticità dell’episodio nonché le preoccupazioni e l’irritazione della moglie in quel frangente derivano proprio dal fatto che le debolezze del re si manifestano davanti a tutti i notabili del paese. Difficilmente conciliabili con gli avvenimenti e lo spirito della vicenda sono le effusioni e i trasporti amorosi, un tantino ridicoli, dell’efferata coppia. Nel finale Macbeth ricupera il passaggio “Mal per me / che m’affidai”, solitamente tagliato, e lo canta al proscenio, davanti al sipario chiuso; quando poi il coro esulta per l’uccisione del tiranno questi, benchè già al di là, si intrattiene con alcuni uccellacci neri e la scena, in quel momento di luminosa gioia, rimane buia buia.

Sul piano musicale questo “Macbeth” zurighese merita grande ammirazione. Benchè impegnato a fondo, oltre che dalla musica di Verdi, da una regia esigentissima, il baritono Dalibor Jenis ha sostenuto la parte del protagonista da un capo all’altro dell’opera con bravura e senza alcun cedimento. La soprano Tatiana Serjan possiede voce e temperamento ideali per il personaggio di Lady Macbeth. I suoi mezzi vocali sono straordinari per le non comuni caratteristiche timbriche, che li rendono particolarmente intensi e penetranti; poco importa se sugli acuti avviene un leggero calo di volume e qualità. Alle prese con una parte irta di difficoltà tecniche (intervalli larghi che puntano ora all’acuto ora al grave) e interpretative (una donna estremamente ambiziosa e quasi sempre esagitata) la Serjan ne è uscita vittoriosa. Non credo che il teatro d’opera disponga attualmente di una cantante capace di uguagliarla come Lady Macbeth. Bene ha cantato Wenwei Zhang nel ruolo di Banco, un personaggio che scompare presto, ucciso dai sicari, ma che fa in tempo a cantare un’aria assai bella. Se Banco scompare presto Macduff arriva tardi, però anche lui canta un’aria commovente, una delle migliori scritte da Verdi per il tenore; nei suoi panni Joshua Guerrero si è disimpegnato decorosamente. Tutti da lodare i comprimari e il coro. Resta da dire di Gianandrea Noseda, che ha diretto con mano sicura e grande sensibilità uno spartito al quale il compositore, che era entusiasta del soggetto, ha dedicato molte energie e attenzioni. Sia però fatto un appunto su un particolare piccolo e tuttavia significativo. Il direttore avrebbe dovuto curare maggiormente la banda fuori scena che saluta l’arrivo del re Duncano, della quale si è sentito troppo fortemente il ritmo e troppo debolmente la melodia. Quel brano ha una sua dolcezza che riflette l’animo buono del monarca creando un contrasto con l’introduzione angolosa e inquietante alla festa, nel secondo atto, inscenata dal suo assassino e usurpatore.

Alla rappresentazione che ho visto (quella del 9 maggio) teatro gremito e moltissimi applausi.

Concerti OSI

Al concerto del 28 aprile, tenuto all’Auditorio Stelio Molo di Lugano Besso, ha conferito un interesse speciale l’esecuzione del concerto per flauto e orchestra numero 7 in mi minore di François Devienne, sia per il carattere di rarità della composizione, sia per la fama del solista. In questo lavoro il Devienne, che sicuramente si è trovato a suo agio essendo stato un eminente flautista, mostra capacità notevoli. Le sue melodie sono suadenti e gradevoli ma mai banali. L’orchestra è trattata con mano sicura e non si limita a effettuare un modesto accompagnamento ma presenta un tessuto musicale solido e consistente. Il virtuosismo è presente in larga misura, tuttavia non ha il solo scopo di fornire al flautista l’occasione per una esibizione di bravura tecnica; presenta invece un fitto seguito di idee assai belle e convincenti per la loro intensa musicalità. Senza dubbio a Lugano la composizione del Devienne ha potuto mettere in luce tutti i suoi pregi grazie all’eccellenza dell’esecuzione. Il flautista Emmanuel Pahud ha pienamente confermato la sua fama di interprete per il quale la tecnica non presenta alcun problema e tutta l’attenzione viene dedicata ai valori artistici della partitura: così ha offerto una esecuzione ricchissima di inflessioni, sfumature, colori e tocchi espressivi che hanno affascinato il pubblico.

La medesima serata ha incluso anche la Sinfonia numero 31 in re maggiore KV 297, designata “Parigi”, e l’andante per flauto e orchestra in do maggiore KV 315 di Mozart. Inoltre, nella seconda parte, la serenata per orchestra d’archi in do maggiore op. 48 di Cajkovskij. Non più che volonterosa è stata la direzione di Nicholas Milton e encomiabile la prestazione dell’Orchestra della Svizzera italiana.

 

Molti applausi, soprattutto per il Pahud.

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Il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Prokof’ev ha occupato la prima parte del concerto svoltosi al LAC l’11 maggio. Nikolai Lugansky ne è stato, come solista, un interprete stupendo. Le sue straordinarie risorse tecniche gli hanno permesso di dar vita in modo avvincente a tutti gli aspetti della composizione. In particolare i contrasti, che costituiscono una sua caratteristica fondamentale, hanno ricevuto pieno risalto. Per esempio nel secondo tempo si sono ammirate le sognanti delicatezze della quarta variazione. D’altro lato, grazie alla potenza delle sue mani, il pianista non si è mai lasciato sopraffare dal denso tessuto orchestrale della quinta e, pure lì, si è imposto con autorità. Di fronte a una partitura che esige molto anche dall’orchestra il direttore Pablo Gonzalez e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno a loro volta offerto una prestazione assai valida. Applausi entusiastici.

La seconda sinfonia di Sibelius, ascoltata dopo la pausa, è un lavoro difficile da eseguire. All’inizio, con la fanfara dei legni su austere figurazioni ascendenti degli archi, ha apparenze pastorali, ma sotto sotto tradisce una inquietudine che prelude ai toni foschi di quanto segue. Le prime battute del secondo tempo, con i pizzicati dei violoncelli e dei contrabbassi, sembrano descrivere un uomo che si aggira misteriosamente senza meta. Il “vivacissimo” ha qualcosa si spettrale mentre il tempo conclusivo indulge nella magniloquenza. Si potrebbe parlare di ricchezza di contenuti, però il tutto viene trattato sottoforma di passaggi staccati e incoerenti. Ci sono momenti buoni (pochi) e momenti mediocri (molti). Il Gonzalez e l’orchestra si sono prodigati per collegare i vari episodi e non lasciar cadere l’interesse degli ascoltatori, con risultati complessivamente positivi.

 

Carlo Rezzonico

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