Al LAC grande Ticciati con la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin

Nov 30 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 336 Views • Commenti disabilitati su Al LAC grande Ticciati con la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin

Spazio musicale

Il concerto per violino e orchestra di Beethoven, che ha aperto la serata del 18 novembre al LAC nell’ambito della stagione Lugano Musica, è una composizione difficile da eseguire. Non per ragioni tecniche, poiché il virtuosismo vi svolge una funzione secondaria e appare solo nella cadenza del primo tempo e nel rondò finale. Difficile invece, benché sembri paradossale, per la sua semplicità, sia nella forma sia nell’espressione. Lascia di stucco il rapporto straordinariamente alto tra i risultati artistici raggiunti e i mezzi utilizzati per conseguirli. Al solista o alla solista si chiede un grande impegno e una grande sensibilità per saper porgere all’ascoltatore i valori offerti da una scrittura sobria e tale che, quando si dà per la prima volta uno sguardo alla partitura, potrebbe sembrare insignificante. Faccio un esempio. All’inizio del “larghetto” i violini eseguono un inciso di quattro note che sembra esitante e interrogativo. Lo ripetono. Ma quando ne riprendono il ritmo, come se volessero suonarlo un’altra volta, una terza sopra, cambiano strada e compiono un largo intervallo ascendente: parrebbe che il cuore, superate le incertezze, si apra in una espressione di liberazione e sollievo. Il tutto si svolge però in punta di piedi, i violini suonano con sordina, il “pianissimo” viene mantenuto. Il motivo procede poi su una linea distesa, aliena da problemi.

Alla semplicità di cui dicevo si è ispirata Vilde Frang al LAC. Già il modo di presentarsi dimesso e, per così dire, antidivistico è stato significativo. Sul piano tecnico la violinista possiede agilità e ottima intonazione. Sul piano interpretativo è fraseggiatrice sensibile e predilige i volumi moderati. In alcuni punti però una cavata più ampia e consistente avrebbe giovato. In generale la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, diretta da Robin Ticciati, l’ha accompagnata con riguardo, ma alcuni interventi poderosi, specialmente nel primo tempo, hanno creato un certo squilibrio con la solista. Oppostamente, all’inizio del “larghetto” il direttore ha scelto un “pianissimo” assoluto in cui la cura per la fusione degli archi e la delicatezza del velluto sonoro hanno preso il sopravvento sull’emersione dei valori melodici.

Nella seconda parte del programma è stata eseguita la seconda sinfonia di Rachmaninov. In un’epoca in cui molti compositori si impegnano in grandi questioni filosofiche e sociali oppure in scabrose costruzioni tecniche la musica di Rachmaninov, che mira a esprimere in modo molto diretto quanto viene dal cuore, si trova a dover navigare controcorrente. Eppure, nonostante le critiche di chi si addentra volentieri negli intellettualismi e spesso purtroppo anche nelle astrusità, il pubblico non le volta le spalle. Superficialità o cattivo gusto da parte degli ascoltatori? Non direi. Solitamente i rimproveri colpiscono i passaggi giudicati pomposi, enfatici o pletorici nell’orchestrazione. Non di rado però, a un esame più attento, alcuni di questi passaggi rivelano una drammaticità autentica. D’altro lato le melodie dolci e carezzevoli, a loro volta oggetto di critica, anche se talvolta sminuite da un certo compiacimento sentimentale e da ripetizioni eccessive celano nelle loro pieghe profondità e verità insospettate. Attingo qualche esempio dalla seconda sinfonia. L’introduzione in “largo” prende avvio negli archi bassi e porta un breve motivo scuro e severo al quale legni e corni rispondono con accordi tetri; su questi si inserisce sorprendentemente una melodia dei primi violini che pare l’insorgere di una reazione volitiva ma subito si inabissa. I tre elementi (il motivo in zona grave, gli accordi tetri e la melodia dei primi violini) compongono un quadro molto variato nella forma ma pienamente coerente nell’espressione conturbante. In seguito, il compositore costruisce un tessuto musicale a contrappunti complessi, con molte ripetizioni (effettivamente troppe) che si intensifica fino al “fortissimo” per poi sciogliersi in una atmosfera meditativa. Vuota enfasi? No di certo, bensì musica avente vero respiro sinfonico a maestosità. Salto ora al terzo tempo, dove troviamo, subito dopo gli iniziali incisi dei primi violini in progressione discendente, una lunga melodia del clarinetto. Procede, secondo uno stilema frequente in Rachmaninov, quasi sempre per grado congiunto, è delicata, cullante e dolcemente elegiaca. Ma tutto qui? Ancora una volta no, poiché dalle ripetizioni che la caratterizzano emerge una tristezza insistente, dalla quale l’uomo fatica a liberarsi e che gli causa un senso di smarrimento e perfino di desolazione.

L’esecuzione ascoltata al LAC il 18 novembre induce a usare gli aggettivi più belli al superlativo assoluto. Robin Ticciati ha rivelato un istinto musicale fortissimo, che gli ha permesso di scoprire e mettere in evidenza tutti i valori dello spartito, da quelli più minuti alle perorazioni torrentizie e alle grandi ondate sonore. Ha tenuto saldamente in pugno un’orchestra di primissimo ordine ed efficentissima in tutte le sezioni. Nonostante la complessità della scrittura di Rachmaninov non sono mai mancati ordine, equilibrio e trasparenza.

Pubblico numeroso e applausi intensi alla fine di entrambe le parti del concerto.

Usare la testa

Durante il concerto del 18 novembre al LAC una persona, per fortuna relativamente lontana da me, ha tenuto sulle ginocchia un apparecchio che guardava continuamente. Presumo che sull’apparecchio facesse scorrere la partitura poiché di quando in quando faceva gesti come se stesse dirigendo. Ora nelle manifestazioni musicali basta un solo direttore, quello che si trova sul podio. Non c’è bisogno di altri direttori in platea. Sicuramente le luci dell’apparecchio e i gesti hanno disturbato in modo notevole i vicini. Un ascoltatore veramente competente e rispettoso rinuncia ad esibizionismi del genere.

L’episodio me ne rammenta un altro, avvenuto a Lucerna. Una persona, che chiamo A, disse a un’altra persona, che chiamo B: “Durante l’esecuzione sfoglierò la partitura e vi farò delle annotazioni. So che disturbo, me ne spiace.” B: “Se sa che disturba, perché lo fa?” A: “Devo scrivere una recensione.” B: “Anch’io”. A: “E allora come fa a ricordare le cose che deve scrivere?” B: “Per questo dispongo di una testa. Lei no?” A mise da un lato la partitura e non la toccò più.

“Falstaff” a Como

Il 9 novembre al Teatro Sociale di Como è andato in scena il “Falstaff” di Verdi. In quest’opera la musica aderisce strettamente al testo, senza però diventarne schiava, e ne approfondisce magistralmente i contenuti, fornendo indicazioni ineludibili alla regia. È stato un merito di Roberto Catalano, che l’ha curata nello spettacolo di cui sto parlando, aver recepito queste indicazioni e mosso i personaggi con mano spigliata senza cadere in eccessi. Meno adeguate all’opera le scene di Emanuele Sinisi e i costumi di Ilaria Ariemme, le prime squallide e in contrasto con la ricchezza del testo e della musica, i secondi non sempre belli e non sempre appropriati. I difetti hanno menomato alquanto l’episodio finale, al quale è mancato il senso del mistero che avrebbe dovuto avvolgere la tregenda e che da ultimo si è risolto in una specie di mascherata di gusto dubbio.

Parole molto elogiative sono da spendere per la parte musicale dello spettacolo. Marcello Mottadelli ha diretto una orchestra I Pomeriggi Musicali in ottima forma ricavando il massimo, o quasi, dalla splendida partitura. In qualche punto una presenza un pochettino più marcata dello strumentale avrebbe giovato. Quanto ai cantanti, passo in rassegna quelli principali in ordine crescente di merito. Impegno e buon fraseggio ha mostrato il tenore Oreste Cosimo, ma la qualità della sua voce ha lasciato a desiderare. A Daniela Innamorati è stata affidata la parte di Mrs. Quickly, importante perché questa donna tira i fili della vicenda e Verdi ha composto per lei passaggi (“Reverenza”, “Povera donna”, “Un paio in tre”) di grande finezza e irresistibile comicità. La cantante sarebbe stata una interprete ideale se disponesse, specialmente nel registro grave, di mezzi più ampi, necessari proprio per conferire il giusto rilievo ai passaggi suddetti. Paolo Ingrasciotta come Ford ha vissuto in modo convincente il dramma di gelosia del suo personaggio. Voce bella e vibrante ha messo in luce Sarah Tisba, che i ticinesi già conoscevano per averla sentita in “Madama Butterfly” e “Traviata” al Cinema-Teatro di Chiasso. Alle doti vocali abbina quelle di attrice sciolta e sicura nei movimenti: è stata una Alice Ford inappuntabile. Lei, Ingrasciotta e il regista Catalano siano lodati per una azzeccata soluzione al termine della vicenda, con marito e moglie affiancati, il primo in piedi con una ridicola espressione di sconforto e confusione per quanto ha combinato, la seconda tranquillamente seduta su un divano mostrando ironicamente indifferenza e sufficienza. Un ritorno molto gradito è stato quello di Maria Luisa Iacobellis: aveva deliziato nel “Viaggio a Reims” prestando la sua voce dolce, limpida ed estesa a Corinna e ora si è fatta ammirare delineando con grazia giovanile e fine femminilità l’innamorata Nannetta. Resta Alberto Gazale, che ha vestito i panni del protagonista. Possiede una bella e forte voce baritonale e sa usarla con intelligenza. Del personaggio ha saputo presentare nel migliore dei modi tutte le sfaccettature psicologiche, quelle comiche ma anche quelle di amarezza.

Pubblico numeroso, con la presenza costante di parecchi fedelissimi ticinesi, provenienti anche dal Sopraceneri; meritato successo.

Carlo Rezzonico

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