Zibaldone (di tutto un po’)

Gen 27 • L'opinione, Prima Pagina • 853 Views • Commenti disabilitati su Zibaldone (di tutto un po’)

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

Ho letto che ogni ospite del penitenziario cantonale ci costa 330 franchi al giorno. Visto che i mesi hanno in media 30,4166 giorni (qualcosa in più negli anni bisestili), fanno esattamente 10’037,47 franchi al mese. Un costo aberrante a prima vista. Più del 50% della popolazione svizzera sarebbe felicissimo se lo Stato si accollasse i costi per garantire anche ai cittadini che non possono beneficiare di un soggiorno al penitenziario la metà di questi 10’037,47 franchi mensili. Aberrante a prima vista, dicevo. Ma più che giustificato se si approfondisce anche di un solo millimetro l’esame contabile. Nella somma sono compresi i salari dell’amministrazione, dei secondini e di quant’altri sono stipendiati per garantire il buon funzionamento dell’accogliente caseggiato. Senza contare l’indotto economico per chi fornisce la verdura, la carne, gli abiti e su su fino al dentifricio, senza dimenticare i preservativi nella saletta riservata alle fisiologiche effusioni. Fortunatamente, il canone per le centinaia di televisori è ancora unico, ma con la nuova regolamentazione proposta dal CF e votata dalle camere saremo chiamati a versare alla Billag l’intero canone per ogni ospite, ciechi, pardon, non vedenti compresi. A meno che la raccolta di firme in corso per un referendum contro questa assurda decisione non sia coronata da successo.

A ben considerare, dobbiamo grande riconoscenza agli ospiti del nostro penitenziario cantonale, come a tutti gli ospiti dei penitenziari mondiali. Sono creatori infaticabili e duraturi di posti di lavoro a centinaia (parlo del Cantone, nel mondo sono milioni), con un indotto economico milionario a due cifre se non a tre. Si dovesse, per malaugurata e balzana ipotesi, arrivare alla chiusura per mancanza di clienti, sarebbe una vera e propria catastrofe per i consuntivi cantonali. Sborsiamo quindi di buon grado questi 330 franchi al giorno che ci erano sembrati aberranti a prima vista e chiediamo scusa per l’affrettato (pre)giudizio.

 

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Capita sovente che persone che hanno idee geniali rimangano perfettamente sconosciute al grande pubblico. Compito indefettibile (letteralmente, che non può patir difetto) di chi viene a conoscenza di queste idee geniali anonime è quello di fare tutto il possibile per rendere omaggio e pubblicità al loro autore rimasto sconosciuto.

“Regio Basiliensis” è un’associazione a scopo indeterminato, a parte quello di ridar vita al latino nel triangolo franco-teutonelvetico. È diretta da Manuel Friesecke (di padre tedesco e madre spagnola, si potrebbe dedurre da nome e cognome), con uno stipendio che potrebbe essere a 6 cifre, vista l’importanza dell’associazione. Cosa c’entra con le idee geniali questo signor Friesecke, potrebbe chiedermi un gentile lettore? C’entra, eccome. Ha proposto l’abolizione delle targhe cantonali dei veicoli in circolazione. Non mi sembra un’idea così geniale, ribatterà il summenzionato lettore: abolire è facilissimo, ma biasimevole quando non si è in grado di proporre un qualcosa di alternativo o sostitutivo. Ma la genialità dell’idea sta proprio nella proposta sostitutiva ideata dal direttore finora sconosciuto al di fuori della stretta cerchia di collaboratori e familiari. Vediamola brevemente: istituire (in Svizzera) 5 aree socio-economiche, ognuna con targhe proprie. Per esempio targa NWCH (sta per Nord-West della Svizzera, CH) con Soletta, le due Basilea e Argovia. Per le 4 aree mancanti, il direttore geniale ha fatto sapere che le proposte le avrebbe, ma che non può essere compito di un direttore della “Regio Basiliensis” fare proposte fuori dalle sue competenze territoriali. Ricordati, amico lettore: Manuel Friesecke, uomo di geniali idee!

 

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In Austria si è costituita già da tempo un’associazione che si propone l’uscita del paese dall’UE. Il 17 dicembre 2014 ha inoltrato alle competenti autorità (Ministero dell’Interno) una richiesta per indurre una votazione popolare sul tema uscita o permanenza. Richiesta motivata da molte considerazioni di natura prettamente giuridica, ma soprattutto dalla considerazione che praticamente tutte le promesse del governo austriaco formulate prima della votazione sull’adesione di 20 anni fa sono rimaste senza conseguenze e quindi risultate false. Invece di un forte sviluppo economico la stagnazione e anche il regresso. In crescita solo la disoccupazione, il debito pubblico e la perdita del potere d’acquisto di larghi strati della popolazione, per non parlare della impressionante crescita della criminalità. Con in più la pratica perdita della neutralità nazionale, come ha dimostrato l’obbligo di applicare le sanzioni contro la Russia decretate dall’UE senza nessuna concertazione con il Governo austriaco. Tutti argomenti a nostra disposizione se il 6 dicembre 1992 il popolo svizzero non avesse sonoramente smentito CF, Camere, partiti (con la sola eccezione dell’UDC-SVP) e i media ministeriali, servi e codini (Flavio Maspoli dixit).

 

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Ho scritto a più riprese che la decisione di CF e Camere di uscire dal nucleare è stata una decisione viscerale (sull’onda della disgrazia di Fukushima, che è stata uno tsunami venduto per disastro nucleare), insufficientemente ponderata, prematura, frettolosa, rischiosa e improvvida. A deciderla è stata una maggioranza del CF e del Parlamento, guidata da alcuni mattatori che meritano ampiamente di passare, se non alla storia, almeno alla cronistoria. Prima di tutti e tutte Doris Leuthard, conosciuta fino al 25 maggio 2011 (data della decisione a stretta maggioranza del CF, 4 contro 3, di uscita dal nucleare) come “Atom-Doris”, per essere stata fino a quel momento favorevole all’atomo. Poi la Giuda in gonnella, che non poteva mancare. Con lei la mite e gentile pianista e la mai abbastanza rimpianta mina vagante che risponde(va) al nome di Michelina Calmy-Rey. 4 donzelle che meritano una statua di gruppo ai portali nord e sud del nuovo tunnel del Gottardo su un basamento disegnato da Mario Botta in persona, festeggiate dai media nazionali come le eroine che hanno ristabilito il primato della politica sull’economia. Cosa possa aver spinto la Signora Ministra DATEC (Dipartimento Ambiente, Trasporti, Energia e Comunicazioni) a una svolta tanto rapida quanto inopportuna non si sa. Certamente non è stata la preoccupazione per il suo partito minacciato di estinzione, partito che lei ha costretto ad appoggiare la sua linea con metodi che gli addetti ai lavoro hanno definito bruschi con raffinato eufemismo. Una scelta, credo, che non mancherà di avere ripercussioni negative per il PPD-CVP il prossimo mese di ottobre.

Poi Nick Beglinger, un lobbista e quasi sconosciuto proprietario di un’azienda ecologica che è diventato il nume tutelare della politica energetica della direttrice del Dipartimento dei Trasporti e dell’Energia.

La manovra per imporre l’uscita era stata innestata da due consiglieri nazionali, uno vallesano PPD-CVP e l’altro PS, un mese appena dopo lo tsunami giapponese. A occuparsi della messa a punto delle manovre di retroscena è stato poi il segretario generale del DATEC, Walter Thurnherr, fisico diplomato del Poli di Zurigo, quindi la persona ideale per il compito. Poi Daniel Büchel, ai tempi collaboratore personale della ministra e da lei propulsato come vice-direttore alla sezione Efficienza energetica e Energie rinnovabili. Segue a ruota Marianne Zünd, fitofisiologa, attiva prima nel controllo della sicurezza degli impianti nucleari, adesso addetta alla propaganda e a rappresentare la ministra in determinate manifestazioni. Complessivamente il DATEC è in mano socialista, cosa che non può meravigliare dopo 15 anni di Moritz Leuenberger.

Il consigliere nazionale PPD-CVP Stefan Müller-Altermatt ha scritto sul suo portale che l’energia del futuro deve provenire al 100% dalle fonti rinnovabili. Precisando però che ciò non dovrà avvenire a scapito del paesaggio, vale a dire senza impianti eolici e senza grandi superfici a pannelli solari. Un bel dilemma insomma, come tutta la politica energetica decisa da CF e Camere, una specie di quadratura del cerchio.

Sono però, oltre a quelli  di natura partitica, gli interessi concreti di natura pecuniaria ad aver condotto alla decisione di abbandono dell’ atomo. Ritorneremo presto sull’argomento.

 

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