Zibaldone (di tutto un po’)

Mag 13 • L'opinione, Prima Pagina • 592 Views • Commenti disabilitati su Zibaldone (di tutto un po’)

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

Il mondo cambia, con una netta inclinazione, mi sembra, al peggioramento. Nei tempi andati era costume che un uomo di governo, smentito dal popolo in un suo progetto, presentasse le dimissioni,  dedicando poi il suo ammirevole impegno ad altre private attività. Al giorno d’oggi no, i politici clamorosamente sconfitti dal popolo si aggrappano tenacemente al proprio scranno, restando generosamente a disposizione per rieducare il popolo che ha ampiamente dimostrato, per il solo fatto di averli smentiti, la propria insufficienza mentale. È quel che abbiamo potuto constatare a più riprese, dal 6 dicembre 1992 in poi. La volontà di restare indipendente e sovrano in casa propria il popolo svizzero l’ha manifestata ripetutamente, con maggioranze sempre più schiaccianti. Ma ai suoi ministri incondizionatamente eurofili l’idea delle necessarie dimissioni non è mai passata per la testa. Una stortura accettabile da parte dei due socialisti, coerenti con il loro partito che mantiene tuttora nel proprio programma, danneggiando solo se stesso, l’adesione all’UE, ma assolutamente sconveniente da parte di rappresentanti dei partiti (pseudo)borghesi in inguaribile contrasto con la volontà dei loro elettori.

Adesso il CF sta studiando un sistema, per uscire dal dilemma della votazione del 9 febbraio 2014, che è una vera propria presa per i fondelli, tale da suscitare reazioni irritate in chi aveva a suo tempo accettato l’iniziativa UDC. L’assioma (principio talmente evidente che non necessita di essere dimostrato) su cui si basa il CF è la necessità, costi quel che deve costare, di salvare i trattati bilaterali

Fabio Poma, economista che non conosco, frequente sul CdT, in un suo pregevole, ben argomentato e convincente articolo del 4 marzo ha dimostrato che i trattati bilaterali convengono ben più all’UE che non alla Svizzera. Ne dovrebbe conseguire che i nostri negoziatori a Bruxelles si trovino almeno in posizione di relativa forza. O, ed è pretendere il minimo, in condizione di parità. Invece no, indeboliti come sono dalla politica di un Didier Burkhalter che avrebbe fatto meglio a dimissionare fin dal primo giorno della sua entrata in carica, e fino a poco tempo fa di una Giuda in gonnella (di lei abbiamo fortunatamente potuto sbarazzarci nel dicembre 2015), coadiuvati a turno dalla signora pipidina o dal collega liberale, ma quasi sempre da ambedue, in conseguente combriccola con i due socialisti. Il Consiglio Federale e i suoi burocrati si costringono così a trattare  da subalterni in quel di Bruxelles.

La forza contrattuale della Svizzera a Bruxelles, oramai da anni, è uguale a zero. Mandare a Bruxelles, come si è fatto l’anno scorso, approfittando della carica presidenziale, una socialista a rappresentare la Svizzera in un disgustoso abbraccio con il presidente della Commissione UE, è stato un vero e proprio sberleffo al nostro popolo, così come lo è l’attuale intento del CF.

Da tutto questo deriva, nel sottoscritto come in molti concittadini, un sicuro e dannoso calo di stima per il nostro CF.

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La caratteristica più irritante degli uomini di sinistra (lo so che dovrei scrivere “degli uomini e delle donne”, ma resto del parere che le donne è meglio rispettarle nella sostanza che nella sola forma. Se proprio necessario, invece di “uomini” parlerei di “esseri umani”, che secondo i genderisti più aggiornati sono tutti fondamentalmente femmine) caratteristica degli uomini di sinistra, dicevo, è il loro indefettibile convincimento della propria superiorità etica e intellettiva per rapporto al resto dell’umanità. Essersi attribuiti il monopolio del progresso non basta, vogliono anche credere, e credono, di esserne i corifei (nell’antica Grecia il capo del coro, nel mondo attuale esponente più in vista, guida di un gruppo o di un partito, con connotazione vagamente ironica e anche spregiativa). Affermano di ambire all’uguaglianza tra tutti gli uomini (e donne), ignorando l’ironia di un aforisma dedicato alle donne di Sacha Guitry (con Louis Jouvet,  Raimu e il ginevrino Michel Simon tra i più grandi attori di Francia del secolo scorso): “Je veut bien que les hommes de gauche se croient supérieurs à nous, à condition qu’ils ne prennent cela à prétexte pour se croire nos égaux”.

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Beat Allenbach è un ex corrispondente in Ticino della “NZZ” che ha scelto di rimanervi dopo il pensionamento per una più che meritata quiescenza. Un riposo, ripeto, strameritato, che gli viene però corrotto in insonnia, bruciori di stomaco e crisi atrabiliari da quel popolo di ingrati che sono i ticinesi, che incuranti dei suoi insegnamenti ogni tanto si lasciano sopraffare dalla tentazione di votare come non piace all’esimio ed emerito giornalista. “I ticinesi non sanno più ragionare” constata sconsolato il buon uomo in una sua costernata “Opinione” dell’8 marzo sul CdT. Causa di cotanta sofferenza? Il voto del 28 febbraio, con i ticinesi favorevoli all’iniziativa UDC per l’espulsione automatica dei criminali di importazione, nella misura di quasi un 60%.

Allenbach fa da “pendant” (contrappeso) in Svizzera al politico italiano Pier Luigi Bersani che, spinto e travolto da un’inguaribile antiberlusconite compulsiva, ha posto fine, in vicinanza del traguardo finale, quello della presidenza del Consiglio dei Ministri, alla propria carriera con un suicidio (solo politico, per sua e nostra fortuna). Il virus che ha colpito l’ex corrispondente dal Ticino del grande quotidiano zurighese non è però quello di Bersani, ma un altro, diffuso al Nord come al Sud delle Alpi. Si chiama virus dell’antiblocherite, trasmesso con la saliva o con il muco bronchiale in caso di tosse umida, non induce al suicidio giornalistico, ma ottenebra le menti.

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Da tempo vado sostenendo che l’Italia non può più essere chiamata paese civile. Corruzione assurta a sistema non solo di governo, ma anche di vita di tutto il paese, governi designati da un presidente veterocomunista che può eleggere 5 suoi correligionari senatori a vita, atti di garanzia resi pubblici prima di venir emessi, arresti quotidiani di decine di pubblici funzionari, giudici e generali dei vari corpi di polizia compresi, depositi abusivi di rifiuti più o meno tossici, opere pubbliche per centinaia e centinaia di milioni di euro giacenti incompiute (864 secondo l’anagrafe governativa, 35 in Lombardia, 215 in Sicilia, cifre che parlano da sole) sono solo parte del degrado in atto. La corruttela non risparmia il settore della giustizia (che per implicita natura doveva essere l’ultimo baluardo per salvare una parvenza di civiltà). Inchieste e processi vengono adesso devoluti ai canali televisivi, mesi e anni prima di giungere a compimento nelle sedi istituzionali. La parte sana del paese, maggioritaria ma impotente, assiste sbigottita e smarrita allo sfacelo senza fine.

Di ieri (10.3.2016) la trionfale notizia che nel 2015 la solerte guardia di finanza ha ancora scoperto 8’350 (ricchi?) evasori totali, circa 400 in più che nel 2014. Di bene in meglio, negli anni precedenti gli evasori scovati erano sempre e solo attorno ai 5’000. Segno che la lotta all’evasione viene condotta con estrema determinazione.

Domanda irrispettosa e inopportuna: quanti sono, nel bel paese dove il sì suona, gli evasori totali ancora da identificare? Centomila? Un milione?

Altra domanda, altrettanto irrispettosa e inopportuna: quanti sono gli evasori totali in Francia, in Germania, o anche in un paese extra-comunitario come la Svizzera?

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