Zibaldone (di tutto un po’)

Apr 29 • L'opinione, Prima Pagina • 737 Views • Commenti disabilitati su Zibaldone (di tutto un po’)

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

Il  Gran Consiglio ha deciso, a stretta maggioranza, che la presenza di radar mobili vada segnalata come quella dei radar fissi. Una misura insensata, che annulla in pratica ogni efficacia dei radar mobili, delegando il loro compito alle auto civetta che vedremo probabilmente aumentare a dismisura (il fabbisogno statale essendo un pozzo senza fondo) e circolare anche sulla Locarno-Monte Brè o la Bruzella-Scudellate. Sul fatto che i radar fissi non abbiano altro scopo che quello di far cassetta non ho il minimo dubbio. Se così non fosse, per dirimere la questione il Governo pubblicherebbe annualmente le statistiche delle multe inflitte, provando così che un buon 95% delle entrate prodotte dai radar fissi è costituito da multe per sorpassi del limite di velocità di 1 a 5 km, che niente hanno a che fare con la messa in pericolo della circolazione. Nella legislatura 2003-2007 ero stato relatore di minoranza della Commissione della Gestione, proponendo di rinunciare alla decina di radar fissi che il Governo proponeva di introdurre sulle nostre strade. A opporsi con particolare vigore al rapporto di minoranza fu il PPD, gagliardamente guidato da una Signora Monica Duca-Widmer che mi rimproverò una presunta indifferenza per la sorte delle vittime della strada, particolarmente disdicevole da parte di un medico. Per una sorta di nemesi storica questa volta a decidere il pratico azzeramento dei radar mobili, i soli che hanno un effetto preventivo e educativo, è stato ancora il PPD, guidato dal suo efficace capogruppo.

I giornalisti  europei politicamente corretti, coadiuvati dai colleghi svizzeri, si affannano a proclamare la prossima vittoria di una “Weissgeld-Strategie” mondiale, strategia del denaro bianco in contrapposizione a quello nero, merito dell’accurato lavoro di ricerca di 400 giornalisti capeggiati da una signora garante della loro probità. I cosiddetti “Panama Papers” sarebbero il frutto di una coscienziosa e disinteressata ricerca. Frottole santissime, spiegabili solo con lo stato di vassallaggio nei riguardi degli USA in cui guazzano, da decenni, sia i governanti  che i giornalisti europei, come rospi nella fanghiglia. Il solo ente al mondo in grado di sbirbare (procacciarsi con mezzi disonesti, per chi non ha voglia di consultare un dizionario) 12 o 13 milioni di incarti di privati cittadini a danno dei legittimi proprietari è il Grande Fratello con sede a Washington. Una losca manovra sbolognata come lotta all’evasione fiscale mentre i tre bersagli veri sono Putin e i dirigenti cinesi, governanti dei due soli paesi in grado di contestare le pretese egemoniche (purtroppo più concrete che mai) degli USA da una parte, e Cameron dall’altra, reo per gli USA di aver tentato di intensificare i rapporti commerciali e politici con l’odiato nemico della Grande Muraglia.

Che un giornalista debba essere coraggioso e deciso nell’esprimere la propria opinione su qualsiasi tema ed in particolare su quelli particolarmente scabrosi come lo sono quelli che riguardano i nostri difficili rapporti con l’islamismo, non sta scritto in alcuna legge. Ma di articoli caratterizzati dal “taja e medega” , per il timore di venir classificato tra i politicamente scorretti, se ne leggono veramente troppi, a dimostrazione del fatto che la pilatesca titubanza non è prerogativa del solo PPD.

Nenad Stojanovic, che credevo desaparecido in Argentina (ma forse mi sbaglio, per un ipotetico soggiorno di studio al paese dei generali avrebbe certamente preferito la Corea del Nord), è improvvisamente riapparso sulla scena mediatica con un articolo in cui si rallegra per il fatto che il voto per corrispondenza ha praticamente segnato la fine dei galoppini (per me una vil razza dannata, con i bankster dei piani alti) e si rattrista invece all’idea che gli avversari del voto postale troveranno altri argomenti per giustificare la loro avversione. Li demolisce preventivamente, ma poi proclama perentorio che “vanno ascoltati e rispettati”. Un esempio di cristallina e sublime “correttezza politica”.

Il referendum italiano è un’istituzione pseudo democratica che grida vendetta in cielo. Se non si reca alle urne almeno la metà più uno degli aventi diritto di voto è nullo. Si annulla così automaticamente il voto anche del 49,9999999% dei cittadini che si assumono il disturbo, che in regime di democrazia è però anche un dovere e un diritto, di recarsi alle urne. Il Matteo Pataca (che è una “pataca” sono oramai in molti ad averlo capito) ha invitato all’astensione, nel suo doppio ruolo di capo del Governo e del partito più forte d’Italia. L’autocrate (termine derivato dal greco, indica un governante che “ha la forza in sé”) speranzoso e toscano ha un particolare senso della correttezza democratica, se così posso dire.

L’estrema destra (quella destra moderata cui sono i fatti a dar ragione) austriaca ha stravinto la prima tappa della corsa alla presidenza. I sondaggi unanimi davano il verde politicamente corretto Alexander van der Bellen al 26%, il “van de sfros” di estrema destra, becero, ottuso, populista e xenofobo Norbert Hofer, del partito austriaco della Libertà, al 24%. I risultati usciti dalle urne, che sono fatti politicamente neutri, sono: 36,4% al destroide, 20,4% al verde-anguria. Il ballottaggio si farà il 22 maggio. Fare il profeta è mestiere pieno di rischi,  contro i quali non è possibile assicurarsi. Ma un pronostico lo azzardo: a spuntarla sarà il verdognolo, grazie ai voti di tutti quei borghesi rincoglioniti che pur di sconfiggere la destra moderata ma denigrata come estrema, cui troppi fatti, per quel che riguarda l’UE e la politica dell’immigrazione, danno ampiamente ragione, non esitano a votare in favore dei loro veri nemici: i progressisti autoproclamatisi tali. A onor del vero bisogna anche dire che il presidente austriaco, un socialista di vecchio stampo, ha sostenuto  e difeso verso Bruxelles la politica di chiusura della frontiera al Brennero. Per capire che la chiusura è la sola soluzione ragionevole ha impiegato 20 anni, esattamente come il Raoulino Ghisletta in fatto di libera circolazione delle persone. Savoia invece ha capito in fretta, durante i dibattiti per l’iniziativa al voto il 9 febbraio 2014. Mal gliene incolse, adesso sta accasciato su una comoda poltrona in quel di Comano, per restare coordinatore dei Verdi aveva troppe marce in più.

Sergio Morisoli, senza ombra di dubbio la persona più competente in fatto di economia e finanze dello Stato oggi presente in Gran Consiglio (con Consiglio di Stato compreso, pur con il dovuto rispetto ad almeno 4 ministri), condanna duramente l’indebitamento del Cantone. Sbaglia, perché il nostro indebitamento cantonale è la prova inoppugnabile della nostra “talianità”.

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