Zibaldone (di tutto un po’)

Mag 29 • L'opinione, Prima Pagina • 622 Visite • Commenti disabilitati su Zibaldone (di tutto un po’)

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

Luzi Stamm è un autorevole e stimato consigliere nazionale UDC. Su “Abendland” dello scorso mese di marzo ha pubblicato un lungo articolo dal titolo “La disonestà nella politica nei confronti dell’UE”. Uno scritto interessantissimo, perché richiama alla memoria ed evidenzia i comportamenti non proprio esemplari di una forte maggioranza di nostri rappresentanti euroforici (nostri di tutta la Svizzera, non solo del Ticino) nelle due Camere e nel Governo. Riprendo il suo scritto, frammischiato a qualche mia considerazione messa tra parentesi.

Stamm inizia con una premessa: dopo il fatidico no popolare all’adesione allo SEE del 6 dicembre 1992, la Svizzera scelse la via dei trattati bilaterali. Anche se il consigliere federale Jean-Pascal Delamuraz aveva subito parlato di “domenica nera” (e Mario Botta si era sentito “morire dalla vergogna”), da quella data il Governo non ha mai smesso di vantare la bontà di questa scelta. Un trattato bilaterale è un accordo negoziato tra due parti di pari dignità, e tutta la storia delle relazioni internazionali della Svizzera, da oltre 700 anni, non è altro che una serie infinita di trattati bilaterali. La domanda cruciale da porsi nel caso dei trattati bilaterali con l’UE, così come propagandati da Governo e Camere, è questa: sono trattati che non ledono la sovranità e indipendenza nazionali o trattati intesi a integrarci surrettiziamente nell’UE?

I primi dubbi sulla correttezza del Governo sorsero poco tempo dopo il chiarissimo no popolare, quando a negoziare i trattati bilaterali I fu scelto dal CF proprio l’ambasciatore Jakob Kellenberger, un diplomatico che nella campagna dell’autunno 1992 si era messo in grande evidenza come convinto sostenitore dell’adesione all’UE. L’UDC, che aveva sostenuto da sola il rifiuto dell’entrata nello SEE (primo passo per l’integrazione pura e semplice, aveva proclamato l’astutissimo Adolf Ogi), protestò invano: inviare a trattare Kellenberger era come se l’associazione dei macellai svizzeri avesse scelto un vegetariano per difendere i suoi interessi.

Il comportamento degli altri partiti nazionali fu qualcosa di stupefacente. Nell’agosto 1995 l’assemblea dei delegati PLR, riunita a Interlaken, si espresse in favore del “mantenimento della meta strategica dell’adesione all’UE”. Nell’aprile 1998 i delegati PPD riuniti a Basilea si adeguarono alla scelta liberal-radicale con 411 sì e miseri 38 no. Prima delle elezioni parlamentari federali del 1999 la NEBS (Neue Europäische Bewegung Schweiz, NUMES in italiano, attualmente presieduta da Jacques Ducry, il socialista indipendente, da chi non si sa, più votato in Ticino) interrogò tutti i 2931 candidati alle Camere. Un fantastico 98% dei candidati PS, un pregevole 82% dei PPD e un rassicurante 75% dei PLR si pronunciarono per l’adesione all’UE (gli aggettivi di questa frase vanno intesi in senso ironico). La NEBS credette di poter cantar vittoria, incurante della volontà popolare, a quel tempo già chiarissima e poi sempre confermata in tutte le votazioni. Tra il 1999 e il 2003 nella Camere sedettero solo 2 deputati romandi e solo 3 donne che nel sondaggio indetto dalla NEBS si erano espressi contro l’adesione.

Le grandi banche, il mondo dell’economia, i rappresentanti della cultura, la grande maggioranza dei professori universitari, i manager delle FFS, delle PTT, della grande casa editrice Ringier, del “Tages Anzeiger”, delle televisioni e radio di parastato, tutti erano chiaramente favorevoli all’adesione incondizionata. Ma più grave era in quegli anni il fatto che il CF fosse disposto a rinunciare alla nostra democrazia diretta per sottometterci al diritto europeo. Un CF che del resto aveva già proclamato il suo intento di condurci (Delamuraz lo confermò la sera del 6 dicembre 1992) in grembo all’Europa il 21 ottobre 1991 e poi il 18 febbraio 1992. Nel suo “Rapporto sull’integrazione” del 3 febbraio 1999 il CF, reso miope dall’euroforìa della maggioranza dei suoi membri, ebbe il coraggio di scrivere (“verba volant, scripta manent”) che l’adesione all’UE avrebbe “rafforzato l’indipendenza della Svizzera”. Solo persone altamente disinibite possono arrivare a contorcere a tal punto il significato della parole così come sono codificate nei vocabolari. (“Tantum potuit rerum publicarum  passio suadere malorum” <a tali malefatte può indurre la passione della politica> scriverebbe Tito Caro Lucrezio, se fosse ancora vivo).

Ripetendosi, Luzi Stamm fa notare che i trattati blaterali non sono altro che accordi tra due contraenti. La Svizzera ne ha negoziati più di cento con l’UE. Importanti furono quelli sul libero scambio del 1972-73 e sulle assicurazioni del 1989.  

 I bilaterali I sono stati sfruttati dai fautori dell’adesione pura e semplice (gli esseri umani hanno in comune con le pecore la convinzione di stare al sicuro nel gregge) per convincere la maggioranza chiaramente (e giustamente) euroscettica ad accettare quella che, secondo loro, era l’ineluttabile entrata nell’EU. Leggiamo a tal proposito qualche commento dei nostri illuminati sulla via di Damasco. Michelina Calmy-Rey, in occasione dei suoi primi cento giorni in CF: “Intensificando le trattative bilaterali possiamo preparare il terreno per l’adesione all’UE”. Moritz Leuenberger (per me una sciagura nazionale, un cinico senza pari, unicamente innamorato di se stesso): “ Più ostacoli abbattiamo con le trattative, più scontata sarà la nostra adesione all’UE”. Inequivocabile il presidente della NEBS (un simpatico compare di Jacques Ducry), Marc Suter, che sembra aver capito già dai tempi di Schwarzenbach che la libera circolazione delle persone ci avrebbe causato qualche problema: “Per noi filoeuropei l’accettazione della libera circolazione delle persone e delle merci nel quadro dei trattati bilaterali I elimina due ostacoli essenziali e ci eviterà parecchi mal di pancia quando si voterà sull’adesione integrale”.

Questi primi trattati bilaterali erano ancora umidi di firma che già gli euroturbo intensificavano i loro sforzi per convincere il popolo recalcitrante della bontà delle loro scelte. Nel suo rapporto del 23 giugno 1999 sui trattati bilaterali I il CF scriveva che nuove trattative “non entravano in linea di conto per quei settori che, per essere regolamentati, richiedevano cessione di sovranità a istanze sovrannazionali”, nominando espressamente “Schengen”. Subito dopo fu l’UE a richiedere trattative in materia di lotta alla frode fiscale e alla tassazione dei dividendi, con la Svizzera in pratica chiamata all’incasso di imposte a beneficio di altre nazioni, una primizia mondiale (con i nostri consiglieri federali inginocchiati … a calar le brache, mi si scusi il termine, una postura non certo da Guinness). I furbissimi (più che la volpe) di Berna chiesero, come controprestazione per l’assunzione della funzione di esattore fiscale in favore di stati terzi, di poter entrare nel trattato di Schengen. Pensavano, i furbissimi, che l’UE avrebbe sorvegliato drasticamente i suoi sconfinati confini a nostro totale e quasi gratuito (in pratica 8 a 10 mio di costi prospettati, subito diventati più di cento) beneficio, visto che noi saremmo stati al sicuro al centro del suo territorio integralmente protetto. In altre parole, credevano (o sembravano credere) che la criminalità all’interno dell’UE, quella cui si spalancavano le porte con la libera circolazione delle persone, fosse solo l’incubo di euroscettici malconsigliati, ottusi e xenofobi (quale fosse invece la realtà, il Ticino lo sta ancora sperimentando quotidianamente). Il CF spinse allora la sua ingenuità (certo non dovuta alla mancanza di intelligenza della maggioranza dei suoi membri, ma solo all’accecamento prodotto dai loro pregiudizi filoeuropei) al punto da scrivere che i trattati di Schengen e Dublino avrebbero “apportato sicurezza, meno richieste d’asilo e (udite udite, leggete leggete) protetto il segreto bancario. Si pretese (o si tentò di far credere) che con confini così garantiti dall’UE i richiedenti l’asilo avrebbero potuto raggiungere la Svizzera solo con l’aereo. Tutti quelli arrivati in altro modo sarebbero stati, grazie al trattato di Dublino, automaticamente respinti nel primo paese di approdo, e naturalmente, superfluo il dirlo, colà calorosamente accolti.

Sulla “Neue Zürcher Zeitung” dell’1.12.2004 Joseph Deiss (mi sono sempre meravigliato del fatto non che fosse diventato consigliere federale, ma addirittura professore universitario, e l’ho anche scritto al suo segretario, un Zanolari ticinese, fratello del giornalista sportivo. Non so se la lettera sia arrivata al destinatario) arrivò a scrivere, testualmente. “Il segreto bancario è garantito nel trattato di Schengen a tempo indeterminato”. Sulla “Weltwoche” del 26.5.2005 lo stesso personaggio si rallegrò del fatto che “noi nel nocciolo del problema abbiamo ancorato il segreto bancario nel diritto delle genti. Das ist ja das Fantastische” (un giudizio talmente acuto che aiuta a capire come mai il CF abbia potuto sottovalutare in modo così crasso i costi di Schengen).

Una svolta decisiva si ebbe il 4 marzo 2001, quando i cittadini svizzeri furono chiamati a votare l’iniziativa popolare “Sì all’Europa”, che conteneva questa frase: “La Svizzera partecipa al processo di integrazione europea e a questo scopo vuole aderire all’UE”. L’iniziativa fu massacrata da un 76,8% di no, una valanga. Gli eurofili, abbacchiati e affranti, poterono così constatare di persona quanto avessero “an der Bevölkerung vorbei politisiert”, fatto politica trascurando o al di fuori del popolo. Molti di loro, incapaci di democratica accettazione di una decisione non condivisa, cambiarono di colpo tattica. Accantonarono ogni riferimento pubblico ai loro veri scopi, intoccabili e immutabili come ogni assioma che si rispetti. A quei tempi Luzi Stamm era ancora nel PLR e poté sperimentare sul fronte la messa in opera della nuova tattica.  Bisognava modificare il linguaggio: in questa legislatura, in questo decennio, attualmente, l’adesione all’UE non è più un tema di discussione.  Più efficace di tutti fu il consiglio di Pascal Couchepin (quello che credeva e forse crede ancora di essere Napoleone per metempsicosi): “in futuro dovremo dire  e ripetere fino alla noia che noi (euroforici) siamo solo per i trattati bilaterali”.

Gli euroforici sono sempre all’opera, imperturbabili di fronte  alle ripetute decisioni democratiche del popolo svizzero e assolutamente insensibili ai disastri causati da una costruzione politica e una moneta mal concepite e peggio costruite.

Appare chiaro che a Berna nessuno osa più affermare che ancora oggi mira all’adesione all’UE, vista la forza dell’opposizione popolare. Ma decisivo è il sapere chi sono i personaggi che a Berna ancora tramano dietro le quinte per realizzare i loro intenti. Molti euroforici di 10 anni fa ricoprono ancora, nella politica e nella pubblica amministrazione, ruoli importanti. Alcuni di loro sono perfino consiglieri federali (Didier Burkhalter e Simonetta Sommaruga per primi). Pochi sono così onesti come l’ex-consigliera federale Ruth Dreifuss, la quale aveva pubblicamente detto che per lei era assolutamente indifferente la futura esistenza della Svizzera: “ Non ha importanza sapere se la Svizzera esisterà ancora o no. Personalmente spero che al di sopra degli Stati nasca una nuova costruzione europea. Che la Svizzera possa sopravvivere in questa costruzione per me non ha importanza”.

 

Morale della favola, che non mi stancherò di ripetere da tutti i canali cui ho accesso: il prossimo 18 ottobre i ticinesi che stanno esperimentando sulla loro pelle i benefici di una politica che si vuole lungimirante quando è solo pregiudiziale, dovranno stare bene attenti a chi mandare a Berna. Nella nostra delegazione attuale gli euroforici più o meno mascherati sono ancora troppi. Non mancheremo di nominarli espressamente. La loro posizione è più che legittima, loro la credono, sempre legittimamente, anche alta e nobile. Ma dovrebbero venir eletti dai cittadini che ne condividono le idee, non da quelli contrari. Così vorrebbero la logica e la democrazia, purtroppo assenti ingiustificati e cronici nelle elezioni politiche.

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