Vladimir Jurovskij e Ray Chen per Lugano Musica

Mar 25 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 136 Views • Commenti disabilitati su Vladimir Jurovskij e Ray Chen per Lugano Musica

Spazio musicale

La composizione del concerto per violino e orchestra non fu una impresa facile per Sibelius, anche se lo strumento solista era da lui particolarmente amato. Ne è testimonianza una lettera della moglie Aino all’amico Axel Carpelan (citata in Ferruccio Tammaro: “Jean Sibelius”, ERI 1984). Eccone un passaggio: “Janne per tutto questo tempo è stato molto impegnato (ed io con lui). È stato di nuovo un ‘embarras de richesse’. Ha così tante idee che prendono la loro strada nella sua testa e che lo stordiscono completamente. Sta sveglio di notte, suona bellissime cose e non può strapparsi dalla magnifica musica che crea: ha tante idee da non credere e ciascuna di esse è ricca di possibilità di sviluppo e piena di vita. Ma se tutto ciò mi ha entusiasmata, ho anche molto sofferto.”

Il concerto si trova a un punto di svolta nella vita e nell’arte di Sibelius. Nella vita perché durante il periodo di composizione (dal 1902 al 1904, data della prima esecuzione) il musicista aspirava a possedere una casa che fosse relativamente vicina a Helsinki, affinché potesse mantenere agevolmente i contatti sociali, ma d’altro lato abbastanza lontana per godere pace e tranquillità. Giunse in cima al suo desiderio, pur facendo qualche debito (le questioni finanziarie costituivano uno dei suoi due problemi principali; l’altro era il consumo di alcol, che però giudicava indispensabile, specialmente quando dirigeva, per vincere il nervosismo).

Sul piano artistico la presenza di un solista lo indusse a moderare l’esuberanza nel trattamento dell’orchestra che aveva caratterizzato le due sinfonie composte fino allora. Tale moderazione rimase anche nelle composizioni successive, in special modo nella terza e nella quarta sinfonia. Dell’equilibrio tra solista e orchestra Sibelius si preoccupò fin dalle prime battute del concerto facendo entrare il violino immediatamente e quindi evitando di lasciare il solista in lunga attesa, impalato, finché l’orchestra avesse terminato la sua esposizione.

Ray Chen, che ha interpretato il lavoro di Sibelius il 9 marzo al LAC, si è calato con tutte le forze immaginabili nella parte, facendone, con grandi scatti e impennate, una manifestazione di tormento e affanno. D’altro lato Vladimir Jurovskij, dal podio, e la London Philharmonic Orchestra gli hanno creato sfondi assai foschi e severi. Si può affermare che l’atmosfera di incombente minaccia prodotta dall’orchestra abbia dato una giustificazione al dibattersi del solista, come se questi la rifiutasse e volesse disfarsene. Probabilmente tale interpretazione non è piaciuta ad alcuni ascoltatori; chi scrive invece ha apprezzato i contrasti che ne sono scaturiti, laddove l’eccellenza tecnica del Chen e l’incantevole fusione e omogeneità di suono dell’orchestra hanno notevolmente contribuito a renderla accattivante.

Nella seconda parte della serata “Il bacio della fata” di Stravinskij è stato eseguito con una raffinatezza e una morbidezza bellissime in sé ma che hanno un poco sbiadito la composizione. Un discorso analogo può essere fatto per l’”andante non troppo” che accompagna il passo a due del secondo atto del “Lago dei cigni” di Caikovskji, offerto fuori programma, in cui direttore e orchestra si sono distinti creando un clima rarefatto, soffuso, irreale, ancora una volta bellissimo in sé, ma che ha sacrificato parzialmente l’intensità del sentimento in quella che è una delle più affascinanti espressioni di amore esistenti nella musica e nella danza. Tra gli strumentisti sia elogiata in modo speciale l’arpista per il modo in cui ha svolto gli stupendi saliscendi delle battute introduttive.

Pubblico come sempre numerosissimo, molti applausi.

Polunin – Osipova coppia formidabile

Sergei Polunin, un ballerino che agli inizi della carriera fece parlare molto di sé per certi comportamenti strani, sembra ora voler tornare, come il figliol prodigo, sulla buona strada. Un frutto di questa evoluzione è il cosiddetto “Progetto Polunin”, una iniziativa avente l’obiettivo di produrre nuove creazioni coreografiche grazie alla collaborazione tra ballerini, coreografi, musicisti e artisti provenienti da diversi ambiti. Il primo spettacolo allestito nell’ambito del “Progetto” ha avuto una accoglienza poco favorevole da parte della critica. Ora ne è stato varato un altro, presentato il 3 febbraio a Parma. Nel primo numero in programma, intitolato “First Solo”, con la coreografia di Andrey Kaydanovskiy, un personaggio interpretato dal Polunin passa da una condizione di tormento, manifestata con gesticolazioni molto marcate, alla distensione dell’animo, che si traduce invece in pose e movimenti attinti largamente dal vocabolario accademico: nonostante l’innegabile impegno del ballerino, il pezzo non mi ha convinto. Il secondo numero, chiamato “Sckrjabiniana”, dal nome del compositore del quale viene utilizzata la musica, con la coreografia di Kasyan Goleizovsky, è una serie di brani distinti, soprattutto duetti, di carattere molto diverso, dove si va dalla molle sensualità dell’inizio a momenti di forte drammaticità e per finire a una vigorosa esibizione di virtuosismo da parte del Polunin. Nel complesso questa sezione dello spettacolo è piaciuta, non da ultimo grazie all’ottima qualità degli interpreti che l’autore del “Progetto” ha riunito per l’occasione. Vengo al terzo e ultimo numero, intitolato “Satori”, coreografato dallo stesso Polunin. Il programma di sala, come spesso accade, è colmo di espressioni astruse e saccenti, che invece di aiutare lo spettatore a godere il balletto creano confusione nella sua mente. Per conto mio, mi è parso di ravvisarvi la vicenda di un uomo in stato di quasi follia, perseguitato da allucinazioni, sul punto di essere trascinato all’inferno da due demoni ma che poi, grazie all’amore, si ravvede e salva. Quale funzione svolga nella presunta storia un ragazzo che scorrazza, gira e salta a lungo in scena, non mi è dato capire. Nell’interpretazione bravo il Polunin e bravissima Natalia Osipova, sua compagna in arte e nella vita, che qui è stata meno prodiga del solito quanto a giri, salti e altre forme di virtuosismo (però non dimenticherò mai uno splendido “manège” con il quale anche in questo spettacolo ha letteralmente incantato) e tendente piuttosto a profilarsi come interprete profonda: pure in ciò ballerina di straordinaria grandezza. Teatro stipato, pubblico in visibilio.

Carlo Rezzonico

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