Valori non sindacabili nei rapporti con l’UE

Ago 7 • L'opinione, Prima Pagina • 1134 Views • Commenti disabilitati su Valori non sindacabili nei rapporti con l’UE

Battista Ghiggia Avvocato, Candidato per il Consiglio degli Stati Lega dei Ticinesi - UDC

Battista Ghiggia
Avvocato, Candidato per il Consiglio degli Stati Lega dei Ticinesi – UDC

 

L’accordo-quadro che – nelle intenzioni del Consiglio federale – dovrebbe determinare le relazioni bilaterali odierne e future fra la Svizzera e l’Unione europea va posto al centro del dibattito politico. Esso rappresenta infatti il cavallo di Troia che il nostro ministro degli esteri e le alte sfere della diplomazia e dell’Amministrazione federale intendono utilizzare non solo per vanificare la votazione del 9 febbraio 2014, ma per sancire una volta per tutte la perdita della sovranità del nostro Paese nei confronti dell’UE. Una sudditanza che va combattuta a maggior ragione oggi, in un momento storico in cui il progetto di Unione europea, la grande maggioranza dei Paesi membri e la moneta unica stanno vivendo una crisi senza precedenti. Il progetto di accordo-quadro cui sono giunti i nostri negoziatori e quelli dell’UE prevede l’adozione automatica del diritto europeo da parte della Svizzera. Quanto alla competenza di dirimere eventuali contenziosi nell’interpretazione e applicazione del diritto che regge le relazioni bilaterali, essa spetterebbe alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE). L’adozione automatica del diritto europeo vanificherebbe la democrazia diretta e il primato della CGUE significherebbe per il nostro Paese piegarsi a giudici stranieri. Come si vede, in gioco c’è la libertà di decidere dei cittadini svizzeri. Ci troviamo a un autentico bivio che mette in gioco i valori fondanti su cui poggia la Svizzera, giacché si prefigura come uno di quei momenti topici in cui si è chiamati a compiere scelte suscettibili di mutare in modo decisivo i destini del paese. Un breve sguardo a ritroso nel tempo può fornire preziosi elementi di riflessione e di discernimento.

Sin dai primi patti federali emerge la ferma volontà delle comunità, città e cantoni svizzeri di sottrarsi alla autorità di giudici stranieri. Per effetto di questo rifiuto degli Svizzeri ad accettare una podestà giudiziale straniera, i tribunali istituiti dal Sacro Romano Impero esercitarono sempre un’influenza ridotta nei nostri territori, finché dal XIV secolo i Confederati beneficiarono in genere dell’esenzione de facto dalla giurisdizione imperiale. In apparenza la Camera imperiale fungeva infatti solo da istanza di appello per le vertenze tra confederati e forestieri giudicate in primo grado da un tribunale non confederato. A partire dal 1450, nell’ambito del Corpo elvetico, si andò quindi imponendo l’istituto dell’arbitrato, unico foro dove dirimere i contenziosi fra due parti aventi pari dignità e che escludeva il ricorso ai tribunali imperiali. Con la pace di Vestfalia (1648), su iniziativa di Basilea e Sciaffusa, tutti i cantoni confederati ottennero piena e formale esenzione dalla giurisdizione dei tribunali imperiali.

Venendo a tempi più recenti e fatte le debite distinzioni, giova ricordare che la tentazione di abdicare all’indipendenza e alla difesa della sovranità mostrandosi accondiscendenti nei confronti di potenze egemoni è sempre dietro l’angolo. Pensiamo soltanto all’ambiguo appello agli Svizzeri rivolto nel 1940 da un presidente della Confederazione radicale romando, che riteneva ineluttabile il nuovo ordine autoritario e lasciava intendere che occorreva allinearsi con Berlino. Al suo appello non fu fortunatamente dato seguito, grazie al ruolo politico decisivo assunto dal generale Guisan e alla circostanza, che la grande maggioranza del popolo svizzero seppe resistere in quei tragici frangenti a chi, anche all’interno del Paese, propugnava derive autoritarie. L’Europa Unita non è ovviamente la Germania degli Anni bui. Il progetto europeo era nato anzi con l’intento di rappacificare il continente e sanare le ferite del secondo conflitto mondiale. Di quel progetto però oggi rimane ben poco. Non può infatti sfuggire che oggi i paesi dell’UE subiscono il diktat di tecnocrati che esautorano parlamenti democraticamente eletti e li riducono al ruolo di semplici colonie. In un contesto di devastante globalizzazione, anche la nostra patria è minacciata da nuove oligarchie che mal sopportano la volontà di autodeterminazione del popolo svizzero e guardano con invidia ai grandi benefici economici, civili e sociali che esso ha saputo preservare. 

Come dobbiamo quindi affrontare la questione istituzionale dei nostri rapporti presenti e futuri con l’UE? Il Consiglio federale ha accettato di entrare in materia sulle richieste di Bruxelles imboccando purtroppo una via senza uscita. Sul tavolo vi erano inizialmente tre opzioni per cercare di giungere ad un’applicazione diretta del diritto europeo in Svizzera, scavalcando i sempre fastidiosi (per Bruxelles) diritti popolari. La prima prevedeva l’istituzione di un tribunale speciale per dirimere eventuali conflitti tra norme UE e diritto interno svizzero.  L’idea é stata però accantonata dal Governo perché appariva “troppo complicata” e non piaceva a Bruxelles. La seconda opzione comportava il ricorso alla Corte dell’Associazione europea di libero scambio, che dirime già i contenziosi dei paesi membri dello Spazio economico europeo. I fautori di questa opzione sono convinti che essere tra i paesi fondatori dell’AELS basti a rendere questo tribunale accettabile per la Svizzera. Tralasciano però di dire che le istituzioni dello Spazio economico  (cui il popolo svizzero non ha voluto aderire) non sono indipendenti ma satellizzate rispetto all’UE e dalle sue istanze. La terza opzione attribuisce tout court la competenza di dirimere i contenziosi alla controparte, mettendosi nelle mani della Corte di giustizia dell’UE (nota per la sua equanimità  nei confronti del nostro paese…) che dovrebbe – giura il nostro ministro degli esteri, campione di utopie internazionaliste – limitarsi a pronunciare “perizie giuridiche non vincolanti” per la Svizzera. Questa proposta suicida e irrealistica (la CGUE emana infatti sentenze vincolanti e non “legal opinions”) spianerebbe invece de facto la strada a una adesione all’UE.

In tutta evidenza le trattative per un accordo-quadro fra Berna e Bruxelles tradiscono da parte dei negoziatori elvetici e delle autorità politiche responsabili un pensiero debole, rinunciatario, che nemmeno sa più concepire il rischio dell’assunzione di responsabilità. Occorre assolutamente un cambiamento di mentalità e di approccio negoziale da parte della Svizzera. Più combattivo e nel contempo finalizzato alla ricerca di soluzioni concrete e praticabili. In tal senso e nella sciagurata ipotesi che l’iniziativa dell’UDC contro i giudici stranieri non dovesse avere l’esito sperato, io mi impegnerò – se eletto – affinché il Governo metta sul tavolo dei negoziati la creazione di un tribunale arbitrale permanente nell’ambito dell’accordo-quadro tra la Svizzera e l’UE, intese come parti contraenti sovrane e di pari dignità. Il Collegio arbitrale sarebbe composto a maggioranza di giudici di nazionalità svizzera, nominati dalle Camere su proposta del governo, analogamente ai giudici del Tribunale federale. In caso di conflitto tra normativa europea e diritto svizzero, il Collegio potrebbe pronunciarsi per la prevalenza del diritto UE solo nel caso di materie di importanza fondamentale previste nel trattato e a condizione di non violare il diritto costituzionale svizzero, analogamente al “placet” della corte costituzionale che la Germania si è saggiamente riservata nei confronti del diritto di emanazione europea. In tal modo il diritto UE non potrebbe scavalcare decisioni prese democraticamente dal popolo svizzero. Ci sono valori fondanti della Svizzera che non sono sindacabili e che superano qualsiasi opportunismo mercantile. La volontà di esercitare la giustizia sovranamente senza interferenze di giudici stranieri, la libertà e l’esercizio dei diritti popolari, sono irrinunciabili.

 

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