Uniti vinceremo? Vinceremo cosa, se ci uniamo solo per non combattere?

Apr 3 • L'editoriale, Prima Pagina • 1476 Visite • Commenti disabilitati su Uniti vinceremo? Vinceremo cosa, se ci uniamo solo per non combattere?

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Ennesimo attentato, ennesima sequela di dichiarazioni insulse da parte di autorità e personalità pubbliche convinte di dire cose importantissime ma che – dal profilo di una benché minima utilità di fronte alle vittime, ai loro familiari e a chi semplicemente guarda con preoccupazione questi fenomeni rimpiangendo il livello di sicurezza di cui noi tutti godevamo solo qualche decennio fa – non hanno di fatto né valore, né lo spessore filosofico-morale che i loro autori pensano di avere.

Certo, si condanna l’atto terroristico (e ci mancherebbe altro!), si esprime solidarietà alle vittime (come se a queste ormai gliene fregasse granché), ma quando si tratta di agire concretamente… non si ha il coraggio di mettere da parte dei preconcetti che in guerra – perché di guerra si tratta – devono per forza di cose passare in secondo piano, se si vuole vincerla e porre fine a una situazione nella quale a perderci sono sempre e unicamente degli innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La guerra è sempre una cosa atroce, da evitare in tutti i modi, su questo siamo tutti d’accordo – almeno in teoria, perché in pratica ci sono paesi, Stati uniti in primis ma anche l’Europa negli ultimi anni non scherza, che da decenni la fomentano in ogni angolo del mondo, mettendosi in pace la coscienza con il fatto di “regolamentarla”. E quindi si “proibiscono” certi tipi di arma, come se una volta morto facesse una differenza essere stato ucciso da una pallottola in fronte o da un gas nervino, puoi sparare su chiunque porti un’uniforme (ammazzare un postino non è lecito, però il fatto che indossi una divisa è considerato un’attenuante) ma guai colpire un civile. Si è arrivati all’assurdo di qualche settimana fa, quando l’esercito siriano ha dovuto permettere di portare viveri e medicamenti agli abitanti di alcune città che stava stringendo d’assedio. Leggo su Wikipedia (solo per rinfrescarmi le idee, perché il concetto mi è sempre stato chiaro): “L’assedio è una situazione bellica in cui un esercito circonda e controlla gli accessi ad una località, di solito fortificata, allo scopo di costringere i difensori alla resa o di conquistarla con la forza.

Chi mette in atto un assedio si pone lo scopo di isolare chi lo subisce in modo che questi non possa più avere comunicazioni con l’esterno e che non sia in grado di ricevere rifornimenti di cibo o di mezzi. Ciò avviene, solitamente, circondando l’obiettivo col proprio esercito.” Quindi, le forze buoniste che purtroppo imperversano nel mondo occidentale hanno praticamente detto ad Assad: “Vai pure avanti con l’assedio, a condizione che non affami gli abitanti”. Come dire, compra pure l’automobile, ma niente carburante. Inutile dire che le previsioni di resa delle città in oggetto si sono procrastinate di qualche milione di anni.

È evidente che stragi come quelle del bombardamento di Dresda o delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki fanno inorridire ma hanno anche permesso agli alleati di porre fine a una guerra che, se fosse stata condotta con tutti i tabù di oggi, sarebbe andata avanti per chissà quanto ancora. Ed è infatti anche stata l’ultima che gli Americani possono dire di aver vinto. Infatti, dalla Corea si sono ritirati con la coda fra le gambe, dal Vietnam sono stati cacciati via in malo modo, l’Afghanistan è meglio dimenticarlo… E perché? Perché la bomba atomica, dopo Hiroshima e Nagasaki, è diventata un tabù, perché il nemico praticava una guerriglia molto efficace alla quale “non si poteva” far fronte con armi adeguate come la logica avrebbe voluto.

E allora, come credere di sconfiggere un nemico che combatte al di fuori di ogni norma, oltre tutto nell’incognito più assoluto, rispettando rigorosamente delle regole delle quali lui s’infischia? Nella pia illusione che un giorno la giustizia trionferà? Perché “non possiamo” metterci al suo stesso livello? Per paura di qualche seppur spiacevole danno collaterale? Ma chi lo dice che non possiamo metterci allo stesso livello? Perché, le NOSTRE vittime non sono forse un danno collaterale di chi persegue un disegno di guerra all’Occidente, alla sua conquista e alla sua islamizzazione? Anzi, un “danno primario” per chi professa una religione che predica lo sterminio degli infedeli.

Non possiamo combattere, figuriamoci poi vincere, questa guerra se non siamo disposti a rinunciare, almeno temporaneamente, a certe restrizioni dello Stato di diritto. Gli Stati uniti l’hanno fatto dopo l’11 settembre, e infatti sono verosimilmente la grande potenza che da allora ha subito meno attentati di matrice islamica (Maratona di Boston nel 2013 e forse la strage di San Bernardino nel 2015). Direi che se a Guantanamo è stato spedito anche qualche innocente, il bilancio costi/benefici per la popolazione è stato positivo.

Cosa aspettano l’Europa, rispettivamente la Svizzera, a fare altrettanto? Con una legge apposita o magari con l’introduzione totale o parziale della legge marziale?

Come ha detto recentemente un giornalista francese, Aldo Sterone, “Il giorno in cui gli Europei ameranno di più i loro figli dei loro dogmi, cominceranno a trovare delle soluzioni”.

Finché ci adageremo nella comoda, ma pericolosissima, posizione dell’assoluto rispetto dello Stato di diritto, non avremo altro destino se non una sconfitta finale preceduta da un’infinità di episodi vieppiù dolorosi.

Uniti vinceremo? Sì, ma se saremo uniti nel combattere, non nel piangere.

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