Una “Gioconda” di alta classe (musicalmente) a San Gallo

Mag 15 • Sport e Cultura • 807 Visite • Commenti disabilitati su Una “Gioconda” di alta classe (musicalmente) a San Gallo

Spazio musicale

 

Per rivedere “La Gioconda”, un’opera che in passato era tra le più amate dal pubblico, sono dovuto venire a San Gallo in quanto i teatri italiani inspiegabilmente l’hanno dimenticata (e questo già prima della crisi finanziaria, che ne ha ridotto pesantemente l’attività). Senza dubbio tanto il libretto di Arrigo Boito quanto la partitura di Amilcare Ponchielli presentano alcuni difetti di un certo rilievo ma la bellezza di molte melodie, l’accuratezza e l’efficacia dello strumentale, tanto negli accompagnamenti quanto nei pezzi per sola orchestra, e la forza drammatica della musica nei momenti salienti fanno della “Gioconda” un quasi-capolavoro. C’è una lunga schiera di personaggi in questo melodramma. Due sono disumani nella loro assoluta perfidia: Barnaba per la spregiudicatezza con cui persegue lo scopo di conquistare Gioconda e Alvise per la terribile determinazione e freddezza con cui reagisce all’infedeltà della moglie. Sul versante opposto troviamo la Cieca, madre della protagonista, sempre dedita alle orazioni,  Laura, la quale ama Enzo “come il fulgor del creato” ed è disposta alla fuga e a una vita avventurosa pur di seguirlo e infine Enzo stesso, il tenore, capace di cantare una bella aria ma insignificante come personaggio e perfino ridicolo nella scena finale, quando capovolge di punto in bianco i suoi sentimenti. Tra, per così dire, i disumani e gli umani si colloca Gioconda. La donna ha momenti di esasperazione, respinge Barnaba con buoni motivi ma in modo estremamente brutale e si arroventa oltre ogni limite nello scontro con Laura. C’è in lei qualcosa di stregato e il fatto che fornisca alla rivale un narcotico in grado di provocare una simulazione della morte per sostituire il veleno consegnatole dal marito la mette in sospetto di fattucchieria. La sua ira e i suoi propositi di vendetta tuttavia svaniscono non appena si affaccia nella sua mente il pensiero della madre cieca. Improvvisamente il personaggio acquista umanità e Ponchielli fa sbocciare grandi momenti artistici.

 

Notevole nell’opera è l’uso di temi ricorrenti, non veri e propri motivi conduttori in senso wagneriano, tuttavia assai utili nel caratterizzare personaggi e definire situazioni. I due più importanti appaiono già nel preludio: quello legato a Barnaba, secco, aggressivo, rabbioso, ostico come il personaggio, e quello invece che la Cieca canterà nel momento fondamentale dell’opera, quando consegna un rosario alla donna sconosciuta che l’ha salvata dalla furia della gente, aizzata contro di lei dalle calunnie di Barnaba: è una melodia suadente, dolce e traboccante di gratitudine.

 

Non è facile trovare oggi una interprete avente le risorse vocali e il temperamento per un personaggio così sfaccettato come Gioconda. A San Gallo, per la rappresentazione alla quale ho assistito (quella del 24 aprile), si è fatto ricorso a Katrin Adel. Questa cantante possiede una voce disuguale (emissioni piuttosto gutturali al centro, acuti stretti ma limpidi e incisivi), il che non è necessariamente uno svantaggio per una donna sconvolta come la protagonista di quest’opera. Nelle scene più incandescenti le avrebbe giovato però un maggior volume. Un bel timbro caldo e morbido ha messo in luce Nora Sourouzian come Laura, anche lei peraltro un tantino carente nel volume. A posto la Cieca di Susanne Gritschneder. Dal lato maschile Paolo Gavanelli come Barnaba è stato vocalmente e scenicamente il satanasso che doveva essere; la sua è stata una prestazione di primo ordine. Il tenore Stefano La Colla ha fatto largo uso dei suoi mezzi doviziosi per sbalzare con empito la figura di Enzo e ha cantato bene la famosissima aria del secondo atto. Di una bella voce ha fatto sfoggio anche Ernesto Morillo nei panni di Alvise. Ma se questa “Gioconda” è destinata a rimanere nei miei ricordi come uno spettacolo di alto valore il merito principale va ascritto al direttore Pietro Rizzo (autore anche di una interessante nota per il programma di sala). La sua lettura dello spartito è stata impeccabile. Ha rivelato una comprensione totale di tutti gli aspetti dell’opera, che sono tanti: festosi, lirici, drammatici, tragici, brutali, foschi, a grande effetto, ma anche ineffabilmente dolci. Tanto l’orchestra quanto il coro (istruito da Michael Vogel) sono stati pienamente all’altezza del loro compito. Con prestazioni di questo livello il Teatro di San Gallo si colloca – per quanto concerne la musica –  in una posizione di primo piano, in Svizzera e non solo in Svizzera.

 

Cambia radicalmente il discorso passando a considerare la parte visiva dello spettacolo. La sciocchezza di turno è consistita nel trasferire la vicenda al tempo del fascismo. Gioconda ed Enzo sono diventati partigiani. Il colmo è stato toccato nella danza delle ore, che ha portato in scena una sequenza di cretinerie. Davvero peccato. La partitura è una delle più belle e originali scritte per la danza nell’Ottocento. E a San Gallo il Rizzo e l’orchestra ne hanno dato una versione di deliziosa finezza, credo la migliore tra le tante che ho sentito nella mia vita.

 

“Il lago dei cigni” alla Scala

 

“Il lago dei cigni”, il balletto più famoso e amato dal pubblico, insieme a “Giselle”, ebbe una genesi complessa. Venne dato in prima assoluta a Mosca nel 1877 con la coreografia di Wenzel Reisinger. Le accoglienze furono tiepide. Seguirono riprese nel 1880 e nel 1882 in un’altra versione ad opera di Olaf Hansen, ma sempre con esito insoddisfacente. Corse pertanto il rischio di essere dimenticato ma una decina di anni dopo il direttore dei teatri imperiali di San Pietroburgo, incoraggiato dal successo degli altri due balletti su musica di Caikovskij,  decise di allestirlo in quella città. Si introdussero cambiamenti importanti sia nel libretto sia nella musica; quanto alla coreografia se ne fece una completamente nuova. Fu questa edizione a decretare il successo del balletto, che non abbandonò più i cartelloni dei teatri. La mancanza di un vero e proprio testo originale favorì poi la proliferazione di ulteriori versioni. Dopo Petipa e Ivanov, i coreografi di San Pietroburgo, innumerevoli altri si cimentarono con le vicende di Odette e del principe Siegfried: Gorski, Vaganova, Lopoukhov, Sergueiev, Grigorovich, Bourmeister, Neumeier e via di seguito. All’appello non poteva mancare un artista ambizioso e straordinariamente attivo come Nureyev. Il suo “Lago” è stato ripreso tra aprile e maggio alla Scala. Non stupirà nessuno che l’insigne ballerino e coreografo abbia dedicato una attenzione particolare al protagonista maschile. In una nota redatta da lui stesso affermò di concepire la vicenda come un sogno di Siegfried il quale, influenzato da letture romantiche, rifiuta il potere e il matrimonio, che la madre e il precettore vorrebbero imporgli; evade da questa situazione con la visione del lago e l’immaginazione di un amore ideale.

 

Delle dodici rappresentazioni incluse dalla Scala nella stagione corrente tre sono state affidate per le parti di Odette e Odile a Svetlana Zakharova, tre a Polina Semionova e le altre a promettenti giovani ballerine della compagnia locale. Ho visto il 29 aprile la Semionova. Rispetto alle prestazioni di questa ballerina in un “Lago dei cigni” di alcuni anni fa a Zurigo, quando era agli inizi della carriera internazionale, ho costatato una importante maturazione nell’interpretazione dei personaggi. Nell’ambito di un stile personale rigoroso e distinto si è fatta ammirare per un lavoro di braccia stupendo (ad esempio nel racconto di Odette), per un lirismo controllato ma intenso (nel passo a due del secondo atto), per la fluidità dei movimenti (nella diagonale che conclude la variazione del secondo atto) e, quando è stato necessario, per la brillantezza della tecnica (nella coda del cigno nero, dove si è esibita in una vertiginosa serie di giri doppi e tripli). Le è stato accanto Carlo Di Lanno, membro della compagnia milanese, giovanissimo, che ha danzato in modo elegante, morbido, a volte opportunamente sfumato per esprimere il carattere sognante del suo personaggio; non completamente a punto è stata la sua prestazione nella variazione del terzo atto. Generalmente buone le interpreti delle parti solistiche e ammirevole per disciplina e precisione il corpo di ballo. Adeguate alle concezioni di Nureyev le scene di Ezio Frigerio, molto belli i costumi di Franca Squarciapino. Notevole la direzione musicale di Paul Connelly.

 

Carlo Rezzonico

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