“Un ballo in maschera” al Teatro Sociale di Como

Dic 4 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 858 Views • Commenti disabilitati su “Un ballo in maschera” al Teatro Sociale di Como

Spazio musicale

Chi si è recato al Teatro Sociale di Como per vedere “Un ballo in maschera” ha assistito, prima che l’opera cominciasse, a una rappresentazione molto realistica dell’assassinio di Abraham Lincoln al teatro Ford di Washington, il 14 aprile 1865. Il fatto è stato messo in scena dal regista Nicola Berloffa, presumo, per l’analogia con la conclusione del melodramma verdiano. Ma ha finito per condizionare fortemente tutto  l’allestimento sotto almeno due aspetti. Da un lato l’epoca dell’opera è stata trasferita dalla fine del diciassettesimo secolo al diciannovesimo secolo, quando avvenne il misfatto di Washington; con ciò il Berloffa si è accodato a uno dei più triti luoghi comuni delle regie moderne, ossia l’inosservanza del luogo e dell’epoca prescritti dal libretto. Dall’altro lato i palchi del teatro Ford sono rimasti in palcoscenico, ora al centro ora sulle quinte, per l’intero spettacolo e hanno servito ad ambientare diversi episodi, per cui è avvenuto un miscuglio tra rappresentazione diretta degli avvenimenti e teatro nel teatro; a far chiarezza non ha certo contribuito la confusa e farraginosa nota di regia pubblicata sul programma di sala. Per quanto riguarda la conduzione dei personaggi ci sono stati alti e bassi. Al limite del ridicolo, all’inizio del terzo atto, si è spinto l’agitarsi scomposto e truculento di Renato, che da ogni posizione immaginabile puntava la pistola contro la moglie (dal libretto e dalla musica si desume che in quel momento il personaggio, nella sua determinazione di uccidere Amelia, è d’una terribile freddezza e le gesticolazioni disordinate hanno contraddetto questo stato d’animo). Indubbiamente toccante invece è risultato lo sciogliersi dell’ira durante la richiesta della donna di poter almeno rivedere l’unico figlio prima di morire.

Sul versante musicale questo “Ballo in maschera” entrerà nell’albo dei migliori spettacoli d’opera visti a Como. Dell’ottima prestazione del direttore Pietro Mianiti mi piace menzionare, a titolo di esempio, tre momenti. Il primo è la scena di Ulrica, nella quale gli accordi in fortissimo di tutta l’orchestra, seguiti dalle note in diminuendo dei clarinetti in zona grave e dall’inciso brevissimo ma fortemente significativo dei violini e delle viole, pure in zona grave, hanno creato immediatamente l’atmosfera scura e misteriosa dell’abituro in cui l’indovina effettua le sue magie, ma senza calcare la mano e senza indulgere al grottesco o ai facili orrori spesso riscontrabili in certe false e scadenti concezioni del romanticismo. A ragione si è tenuto conto del fatto che Ulrica è una maga non priva di bontà e umanità. Il secondo momento che desidero ricordare è la scena finale del secondo atto, dove al terrore di Amelia e all’indignazione di Renato si contrappongono le allusioni pungenti e le risatine beffarde dei congiurati: qui Verdi consegue un grande effetto teatrale, non con il fragore o l’eccitazione, ma con una partitura costellata di incisi trillati, di acciaccature, di piano e pianissimo. In questo episodio il direttore ha saputo ottenere dall’orchestra una esecuzione accuratissima, precisa, finemente cesellata, da cui traspariva tutta la perfidia dei nemici. Da ultimo, come terzo momento particolarmente notevole, penso all’episodio in cui si sorteggia il nome di colui che dovrà uccidere Riccardo e lo scatenarsi dei timpani e degli ottoni ha creato impressionanti attimi di brivido.

In palcoscenico Sergio Escobar (Riccardo) ha sfoggiato mezzi assai belli e squillanti. Non mi è piaciuto però il modo di accedere agli acuti, con uno strano portamento, al termine del quale l’emissione sembrava esplodere; ma il cantante era indisposto (lo ha fatto annunciare prima del secondo atto) e quindi ogni opinione va espressa con riserva. Daria Masiero (Amelia) possiede una voce pregevole, la usa bene ed è una fine interprete; le gioverebbe un maggior volume. Impeccabile per voce e caratterizzazione del personaggio è stato Angelo Veccia (Renato). Di Annamaria Chiuri (Ulrica) direi che la voce ha perso smalto e compattezza, ma è rimasto il talento e questo le ha consentito di dar vita a una indovina molto apprezzata. Vivacissima, giovanile e frizzante è stata Shoushik Barsoumian (Oscar). Tutti i comprimari hanno svolto il loro lavoro encomiabilmente. Ogni bene sia detto inoltre del Coro Opera Lombardia, istruito da Antonio Greco, dell’Orchestra I pomeriggi musicali, della banda del Teatro Fraschini e del Coro di voci bianche del Civico istituto musicale F. Vittadini.

Alla prima, il 26 novembre, pubblico foltissimo e prodigo di consensi.

 

OSI in Auditorio

Il concerto di venerdì 27 novembre all’Auditorio di Lugano Besso ha offerto una composizione chiamata “Mirai” della musicista svizzera di origini giapponesi Ezko Kikoutchi, musiche dal balletto “El amor brujo” (versione 1925) di de Falla e la quarta sinfonia di Mendelssohn.

A proposito del primo lavoro sul programma di sala sta scritto: “Apre lo spartito una voce solista, quella di Giove re di tutti gli dei, alla quale si aggiungono le voci delle altre divinità, sempre più numerose, fino a formare nel secondo tempo un fitto tappeto sonoro di mille voci intrecciate. Dopo un terzo tempo che esprime l’unità dei contrari, il quarto ci immerge musicalmente nel mondo delle religioni monoteiste: l’ebraismo, il cristianesimo, l’islam. Il Finale/Mirai – che significa in giapponese futuro – pone una grande domanda: ‘C’è un solo Dio? E quale? Accetteremo la coesistenza di diverse fedi per raggiungere la pace vera?’” Quando si leggono frasi del genere sorge piuttosto la domanda: È veramente possibile immettere nella musica contenuti filosofici e religiosi così complessi? E subito dopo anche quest’altra: quanti degli ascoltatori presenti sono stati in grado, durante l’esecuzione, di percepire le relazioni tra gli alti concetti di cui si è detto e la musica? Chi scrive non è riuscito a farlo. Quindi noto soltanto che la composizione ha giocato molto su spunti che si chiamavano e rispondevano da uno strumento all’altro o da una sezione all’altra. Ci sono stati parecchi passaggi solistici, specialmente per il violoncello ed il violino. Abbastanza originali e pregevoli mi sono parsi alcuni aspetti timbrici. “Mirai” era in prima assoluta e la compositrice era presente; il pubblico l’ha cortesemente applaudita.

Una festa di ritmi e colori vivaci ma anche momenti di riflessione e di intenso lirismo sono stati i pezzi dal balletto di de Falla; ad alcuni ha dato un valido contributo la cantante Mayte Martin. Il direttore Pablo Gonzalez e l’Orchestra della Svizzera italiana, che già avevano messo in luce le loro capacità nell’ostica partitura della Kikoutchi, si sono fatti ammirare anche in questo lavoro.

Per quanto riguarda l’esecuzione della quarta sinfonia di Mendelssohn faccio qualche riserva sul primo tempo, non perfettamente calibrato e a volte con volumi eccessivi nei fiati. Nulla da eccepire invece sulla interpretazione degli altri tre. Molti applausi, questa volta assai convinti.

Carlo Rezzonico

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