Un 2017 molto intenso per l’UDC (e per la Svizzera)

Gen 19 • L'editoriale, Prima Pagina • 577 Visite • Commenti disabilitati su Un 2017 molto intenso per l’UDC (e per la Svizzera)

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Il 2017 si prospetta come un anno politicamente molto intenso per il nostro paese e, di conseguenza, per l’unico partito apparentemente rimasto a difenderne i valori. Queste riflessioni riguardano in particolare i temi che toccano i valori tradizionali della Svizzera, quali la libertà, l’indipendenza, la neutralità, quelli su cui l’UDC è dal 1992 rimasta praticamente l’unico partito a battersi contro tutti gli altri – partiti, istituzioni, establishment. L’unico partito che sempre più spesso ottiene il consenso popolare in votazione ma che, altrettanto spesso purtroppo, negli ultimi anni si vede sconfessato a livello parlamentare dalla coalizione di forze politiche che l’odio per l’UDC è riuscito ad amalgamare in un unico fronte di sinistra (è inutile cercare di contrabbandare per politica “di centro” quella di PLR e PPD che ormai – per usare un termine moderno molto appropriato, trattandosi comunque di atteggiamenti ambigui – hanno fatto “outing” rinunciando a nascondere dietro a un dito le loro aperte simpatie per la sinistra. Questi politici hanno ormai dimostrato di essere disposti a tutto, addirittura anche a tradire il loro mandato parlamentare pur di imporre al popolo le loro visioni che, guarda caso, sono a dir poco funeste per i valori elvetici citati sopra.

 Immigrazione di massa: Referendum sì, referendum no

 L’esempio più eclatante – ma non l’unico – di questo atteggiamento antidemocratico e antisvizzero della Berna federale è la recente legge di NON-applicazione dell’articolo costituzionale 121a che popolo e cantoni hanno approvato il 9 febbraio 2014. La storia è ormai arcinota: dopo tre anni di tentennamenti e svariati conciliaboli con Bruxelles al fine di placarne gli animi, il Parlamento ha partorito, o meglio ha abortito un orrido mostriciattolo che, non solo non risolve nemmeno minimamente il problema dell’immigrazione, ma annulla tutte le misure che l’articolo costituzionale votato dal popolo elencava peraltro chiaramente: tetti massimi, contingenti e preferenza indigena. Delle prime due, praticamente, la legge non parla nemmeno, ma è con la preferenza indigena che il delirio parlamentare ha raggiunto il suo apice: essendo la pseudo misura l’obbligo fatto – in casi d’emergenza ancora da definire – ai datori di lavoro di “audizionare” i candidati loro proposti dagli Uffici regionali di collocamento URL – ai quali possono però annunciarsi sì i disoccupati svizzeri, ma anche tutti quelli che non trovano lavoro in tutta l’UE, rende di fatto “indigeni” tutti i disoccupati dell’UE ai quali va dunque data la preferenza.

Al di là del giusto sdegno che il comportamento dei nostri parlamentari e consiglieri federali suscita, per l’UDC è sorto il problema: lanciare il referendum contro la NON-legge oppure no? La risposta – che si può condividere o no, ma che ha una sua logica – è stata NO. Un referendum, che comporta un ingente impegno di energie e di denaro, lo si lancia contro una legge che peggiora lo status quo, non contro una norma che non cambia assolutamente la situazione. Personalmente, avrei preferito il lancio del referendum che, se avesse avuto successo, avrebbe obbligato (almeno sulla carta, l’esperienza ci ha finora purtroppo dimostrato ben altro) il Consiglio federale ad attuare l’articolo costituzionale per via d’ordinanza (norma transitoria prevista nel caso la legge non fosse applicata entro 3 anni), ma capisco le ragioni di chi dice “concentriamoci su azioni più efficaci quali l’iniziativa per l’abolizione della libera circolazione delle persone o il referendum contro l’accordo-quadro con l’UE”. Sennonché, il referendum è stato lanciato da altri, seppure con ben altri scopi. È infatti evidente che mira a far votare il popolo nella speranza che – anche complice l’eventuale assenza dell’UDC dalla campagna – il popolo accetti nell’urna la NON-legge, con due risultati: da un lato affermare strumentalmente che gli Svizzeri sono disposti a inchinarsi a Bruxelles pur di non rinunciare ai bilaterali e, dall’altro, fornire l’alibi al Consiglio federale per non dar seguito al volere popolare (la legge c’è, il mandato è stato adempiuto).

Io non credo che Nenad Stojanovic – senza il coinvolgimento del PS che però è a favore della NON-legge – riesca a raccogliere le 50’000 firme necessarie, ma… qualora ce la facesse, come reagirà l’UDC? Vedo difficile per il nostro partito un’astensione (non rientra nelle nostre abitudini) che comunque rischierebbe di far accettare l’aborto del Parlamento alla grande, con ripercussioni che non potranno che essere negative sulla nostra immagine, né tantomeno, per le stesse ragioni, lo vedrei appoggiare il SÌ a una legge che abbiamo respinto in Parlamento. Se si arriverà alla votazione, una riflessione approfondita sarà indispensabile. Affaire à suivre.

 Un’iniziativa per abrogare l’accordo di libera circolazione delle persone?

 È una delle alternative – ha affermato Christoph Blocher al seminario dei quadri UDC tenutosi a Horn lo scorso fine settimana. Nel frattempo, appare sempre più probabile il lancio della detta iniziativa da parte dell’ASNI, e non dubito che il partito l’appoggerebbe in forze. Questa iniziativa sarebbe, a mio avviso, la risposta più efficace al tradimento della maggioranza del Parlamento e, con il senno di poi, se l’avessimo lanciata al posto di quella contro l’immigrazione di massa, forse oggi avremmo risolto una volta per tutte la questione della nostra sovranità nei confronti dell’UE, e parecchi ingiustificati timori di una sconsiderata applicazione della clausola ghigliottina da parte di quest’ultima sarebbero caduti. La cosa può comunque procedere in parallelo con altre azioni, sempre tenendo in considerazione il fatto di non poter disperdere eccessivamente i nostri mezzi e le nostre forze.

 Il subdolo controprogetto all’iniziativa “RASA”

 L’iniziativa “RASA” (Fuori dal vicolo cieco) vuole abrogare “tout court” l’articolo costituzionale 121a contro l’immigrazione di massa votato da popolo e cantoni il 9 febbraio 2014. Oggettivamente, non credo che l’iniziativa abbia grandi chance di essere approvata da popolo e cantoni ma, indirettamente, è la causa di un male ancora peggiore. Il Consiglio federale, infatti, approfitta dell’occasione per contrapporvi un controprogetto che, come al solito, dietro una formulazione più innocua e magari anche attrattiva, nasconde un pericolo ben più grave. In una delle ipotesi di controprogetto, si rinuncia all’abrogazione dell’articolo costituzionale, ma si pone la Costituzione federale su un piano d’inferiorità rispetto ai trattati internazionali. I contingenti, i tetti massimi e la preferenza indigena rimarrebbero dunque ancorati nella nostra Magna Charta, ma sarebbero lettera morta perché subordinati all’accordo internazionale di libera circolazione delle persone. Se pensiamo che la Svizzera ha con l’UE oltre 120 accordi, trattati o convenzioni bilaterali, è facile immaginare come la nostra Costituzione verrebbe degradata a livello di un giornaletto umoristico per ridare alti esponenti dell’UE quell’allegria che alcuni di loro trovano ormai solo nell’alcool. Il NO all’iniziativa “RASA” ma, ancora di più agli eventuali controprogetti del Consiglio federale, ci dovranno quindi vedere molto impegnati.

 L’accordo-quadro della vergogna

 Non scordiamo l’accordo-quadro istituzionale con l’UE, con il quale il Consiglio federale intende rendere la Svizzera suddita dell’UE. Questo accordo ci obbligherebbe alla ripresa automatica di tutte le leggi UE presenti e future, inerenti a fattispecie contemplate in accordi bilaterali. Essendo, come detto sopra, gli accordi bilaterali di diversi livelli con l’UE oltre 120, le fattispecie sarebbero praticamente tutte quelle previste oggi dal nostro diritto nazionale, per cui domani non avremmo più alcuna possibilità di legiferare autonomamente, saremmo di fatto non uno Stato membro, bensì uno Stato suddito dell’UE. E non solo, per verificare che la ripresa del diritto UE avvenga regolarmente, sarebbe istituito un organo di controllo – su suolo svizzero, ma composto da funzionari UE. Ciliegina sulla torta, in caso di divergenze d’interpretazione di un accordo bilaterale, l’istanza suprema chiamata ad emettere sentenze vincolanti sarebbe la Corte di giustizia dell’UE, ossia il massimo tribunale della controparte. Se l’accordo-quadro non è ancora giunto in votazione è verosimilmente perché non si è ancora trovata una formulazione che abbia la benché minima possibilità di passare l’ostacolo della votazione popolare. Ma dobbiamo essere pronti a reagire con fermezza.

 Questi sono soltanto alcuni dei temi che ci vedranno impegnati nel 2017. C’è da chiedersi che cosa abbiamo fatto di male per meritarci la maggioranza della classe politica che ci ritroviamo a Berna (ma anche a Losanna, il Tribunale federale non scherza). Ci si lamenta spesso che gli strumenti della democrazia diretta (referendum e iniziativa popolare) vengono abusati, che una volta non era così… Ma mai che ci si soffermi a chiedersi perché. In fondo, l’utilizzo dei diritti popolari è inversamente proporzionale alla fiducia e alla credibilità di chi ci governa. Meditate, ministri e deputati, meditate…

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