UE: un (fallito?) tentativo di Stato federale

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Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Nel Corriere del Ticino di martedì 16 settembre 2014, mi è capitato di leggere una “Opinione” – decisamente astiosa e più intollerante di quanto la stessa vorrebbe far apparire il fronte del SÌ del 9 febbraio – a firma Gaetano Tozzo,  docente, il quale sfoga la sua abbondante bile sull’UDC e su quella Lega (“i nanetti, nipotini del Nano e non solo”), di cui peraltro ha fatto parte – come il sottoscritto, del resto – agli albori della sua “carriera” (???) politica.

Scrive Tozzo: “La libera circolazione delle persone all’interno di uno Stato sovrano è un principio inalienabile. Quale cretino si potrebbe mettere in mente di scrivere nella Costituzione svizzera che ai Ticinesi, ad esempio, è vietato muoversi liberamente all’interno del territorio elvetico? Per gli Stati dell’Unione europea vale lo stesso principio: la libera circolazione di tutti i cittadini all’interno dell’Europa. La stessa libertà vale per l’America, la Russia, la Cina e per tutti gli Stati del mondo.”

Questa frase, di per sé stessa condivisibile, ci sono però almeno tre contraddizioni.

 

L’UE non è uno Stato, anche se i suoi vertici vorrebbero esserlo

 

La libera circolazione è sì un principio inalienabile all’interno di uno Stato ma, appunto, l’UE non è uno Stato nel vero senso della parola, è una coalizione (finché dura) di Stati voluta esclusivamente dai vertici pseudodemocratici di quest’ultimi, ma che infatti inciampa ogni volta che gli stessi danno voce alla propria popolazione. Uno Stato dovrebbe avere una Costituzione, ma anche qui un tentativo in tal senso è andato a vuoto. Uno Stato dovrebbe avere una sua moneta, invece all’Euro non tutti i paesi dell’UE hanno aderito e alcuni, pentiti di aver partecipato a una moneta che li obbliga a immani sacrifici, accarezzano l’idea di abbandonarlo. Uno Stato dovrebbe provvedere alla propria difesa con un suo esercito, invece nell’UE ogni Stato membro ha una sua armata del cui impiego decide autonomamente. Uno Stato dovrebbe provvedere alla sicurezza delle proprie frontiere, mentre nell’UE l’accordo di Schengen è partito inizialmente solo da Benelux, Francia e Germania, gli altri Stati aderendovi progressivamente. L’Italia nel 1990, la Spagna e il Portogallo nel 1991, la Grecia nel 1992, l’Austria nel 1995 e la Finlandia, la Svezia e la Danimarca – attraverso un adattamento dello statuto particolare – nel 1996. L’Irlanda e il Regno Unito, addirittura, partecipano solo parzialmente all’acquis di Schengen, in quanto sono stati mantenuti i controlli delle persone alle loro frontiere (fonte: Wikipedia). Non solo, ma in diversi Stati membri si vocifera sempre più insistentemente di volersi togliere da questo nefasto accordo. Non dall’UE, s’intenda bene, bensì solo da un singolo accordo che, se l’UE fosse uno Stato, sarebbe invece imposto come legge nazionale uguale per tutti e senza possibilità di evitarla. Ma, appunto, l’UE non è uno Stato, è una comunità d’interessi economici che terrà finché questi interessi economici – peraltro limitati a un solo settore della società che ne gode i frutti – saranno predominanti su quelli sociali e politici. In altre parole, se è indubbio che un’economia florida è di vantaggio a tutti indiscriminatamente – sia all’imprenditoria che ne trae i propri utili, sia alla popolazione che gode del benessere da essa creato – quando il risanamento della situazione finanziaria di uno Stato non può più essere effettuato tramite il comodo (seppure pericoloso) strumento di una propria moneta da svalutare o, più raramente per non dire mai, rivalutare, i sacrifici chiesti alla popolazione diventano insopportabili. Quindi, quest’ultima non partecipando più ai benefìci indiretti di un’economia florida, non vede perché dovrebbe sopportare i sempre più gravosi sacrifici che le si chiedono. E la voglia di un ritorno alla più totale autonomia al motto “si stava meglio quando si stava peggio” si farà sentire sempre di più. Ripeto quindi: l’UE non è uno Stato, è una costruzione estremamente utopica e fragile che, continuo a sperare, crollerà prima che la Svizzera, sotto la spinta di una sinistra che definire irresponsabile è del tutto pleonastico, finisca per aderirvi.

 

La Svizzera non fa parte dell’UE

 

In ogni caso, la Svizzera non fa parte dell’UE. Quindi gli accordi con l’UE devono limitarsi al libero scambio in determinati settori commerciali. Accedere al mercato interno UE non significa aderirvi come se fossimo uno Stato membro. Nel solo settore commerciale, la Svizzera importa dall’UE per un valore di 135 miliardi di franchi (cifre 2013), mentre vi esporta per 116 miliardi. Non siamo quindi un partner commerciale insignificante, senza parlare del fatto che, al contrario di altri paesi, la Svizzera è abituata a pagare “pronta cassa” e quindi è di un’affidabilità esemplare. Abbiamo perciò in mano buone carte da giocare al tavolo delle trattative con l’UE, senza accettarne supinamente i diktat. Occorre soltanto che i nostri negoziatori sappiano qual è il gioco con cui sono chiamati a cimentarsi. Finora l’impressione è che si siano seduti a un tavolo di bridge consci di saper giocare solo a Jass, e quindi accettando per scontata qualsiasi regola vera o presunta cui l’avversario fa appello. E la libera circolazione delle persone è una regola (presunta) alla quale i nostri giocatori di Jass si sono adeguati.

 

La libera circolazione è un principio inalienabile

 

Per l’UE è un principio fondamentale non negoziabile. Giusto… per l’UE. Ma non può imporne l’adozione – e infatti non lo fa – ai paesi extracomunitari con i quali intrattiene relazioni d’affari. E non lo farebbe neanche con la Svizzera, se non avesse trovato un interlocutore debole e pusillanime nella Berna federale. E la Svizzera ci ha peraltro provato ma, giustamente, è arrivata alla conclusione che i danni sono letali, mentre i benefìci ci sono sì, ma non poi di tale portata. Da qui l’esito del voto del 9 febbraio 2014.

È vero che i paesi citati da Tozzo, al loro interno hanno la libera circolazione delle persone, ci mancherebbe altro ma, appunto, al loro interno! Nessuno di loro si sognerebbe di estenderla ai paesi con cui intrattiene rapporti commerciali o addirittura accordi di libero scambio. Gli Stati uniti intrattengono rapporti commerciali con il Messico e con il Canada – e con altri Stati di mezzo mondo – ma l’immigrazione da questi Stati è ben controllata, nonostante non abbiano perlomeno i problemi di territorio che abbiamo noi. La Svizzera sta trattando degli accordi di libero scambio con  la Cina: dovremmo includere in detti accordi anche la libera circolazione delle persone? Per noi Ticinesi, il dumping salariale provocato dagli attuali 60’000 frontalieri diventerebbe l’ultimo dei nostri problemi, in ballo ci sarebbe la nostra stessa sopravvivenza. Ma anche allo stadio attuale c’è poco da scherzare, se non torniamo a una gestione autonoma e ragionevole dell’immigrazione, l’inevitabile conclusione è solo procrastinata.

 

Per cui la domanda di Gaetano Tozzo andrebbe modificata: “Quale cretino si metterebbe in mente di accettare la libera circolazione delle persone con uno Stato di cui non fa parte?”

 

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