Tutti lo fanno. Perché noi no?

Gen 14 • L'opinione, Prima Pagina • 74 Visite • Commenti disabilitati su Tutti lo fanno. Perché noi no?

Rolando Burkhard

«Gli Stati non hanno amici, solo interessi», disse una volta Charles de Gaulle. «Nessuno può piacere a tutti», recita un noto aforisma. La Svizzera, invece, è alla costante ricerca di amici, invece di difendere i propri interessi, e vuole piacere a tutto il mondo. Nella sua ricerca della quadratura del cerchio, il nostro paese continua a collezionare fiaschi. Per quanto ancora?

In tutto il mondo, gli Stati perseguono i propri interessi

Comunque lo fanno tutte le superpotenze. Gli Stati uniti, e non solo da quando è arrivato Trump con il suo «America first!», la Russia di Putin lo fa in modo un po’ più discreto, la Cina economicamente non è da meno.

Le altre superpotenze fanno altrettanto. La Gran Bretagna con Brexit, la Germania con il suo dominio nell’UE, la Francia di Macron agisce furbescamente nonostante le proprie debolezze e i suoi argomenti poco chiari. Per non parlare dell’Italia. Ognuno guarda per sé.

Anche gli Stati meno potenti difendono con determinazione i loro interessi. Gli Stati UE dell’est nei confronti dell’UE in materia di rifugiati, la Polonia si oppone all’ingerenza dell’UE nel suo sistema giudiziario, il Giappone ignora categoricamente le norme internazionali sulle quote della caccia alle balene.

Addirittura i piccoli Stati mostrano i denti. La Corea del nord di Kim Jong Un combatte con l’intimidazione i tentativi egemonici degli USA, mediante un potenziamento dimostrativo delle sue armi nucleari di difesa e, se del caso, di rappresaglia. Perfino il micro-Stato Liechtenstein ha tentato di farsi cancellare dalla «lista grigia dei paradisi fiscali» dell’UE denunciando la Svizzera, peraltro amica. Non esistono proprio più amici, solo interessi.

Non solo Stati, ma anche unioni di Stati difendono naturalmente con forza i propri interessi. Anche la traballante UE lo fa categoricamente, per la verità solo miratamente nei confronti di Stati deboli e manipolabili (e non, per esempio, contro gli USA). Anche i terroristi, per i loro attentati, scelgono soprattutto dei bersagli «deboli!» (ossia mal protetti).

Tutti gli Stati di questa terra – dal più importante al più piccolo – cercano, con tutti i mezzi e le possibilità a loro disposizione, di difendere i propri interessi nazionali. E la Svizzera?

La Svizzera è un piccolo Stato per superficie ma – poiché è situata nel centro dell’Europa – è molto importante per i collegamenti dei trasporti europei (vedi trasversale del San Gottardo). È un considerevole fattore economico a livello europeo (vedi rapporti commerciali soprattutto con l’UE) e internazionalmente un’indiscussa potenza finanziaria. Il nostro paese non ha quindi alcun motivo di nascondersi.

Ma che cosa è successo? Ha giocato bene le sue carte il nostro paese?

Per niente. Il nostro segreto bancario l’abbiamo inutilmente svenduto a prezzo stracciato dapprima agli Americani, poi a tutti gli altri. Abbiamo messo a disposizione dell’UE del tutto gratis la trasversale del San Gottardo. Nonostante siamo, per importanza, il secondo partner commerciale dell’UE, non trattiamo con quest’ultima alla pari, bensì sempre come mendicanti. E gli esempi si potrebbero moltiplicare a piacimento. Dappertutto abbassiamo la cresta, invece di giocare i nostri atout.

Anche ora, brontoliamo e mugugniamo un po’, ma stiamo cedendo al costante powerplay dell’UE. Il miliardo di coesione è stato promesso all’UE, senza chiedere la benché minima contropartita. La risposta della nostra «amica» UE è arrivata a stretto giro di posta: la Svizzera è stata inserita nella «lista grigia» dei paradisi fiscali e l’UE ha – non da ultimo a fini ricattatori miranti a strapparci la sottoscrizione dell’accordo-quadro istituzionale – improvvisamente limitato a un anno la concessione dell’equivalenza della borsa svizzera che, fino a lì, era praticamente già cosa fatta. Che cosa ci trattiene dunque dal decuplicare la tassa di transito ridicolmente bassa per i camion UE, a suo tempo negoziata dall’allora consigliere federale PS Leuenberger? O di assoggettare a un draconiano regime fiscale le centinaia di migliaia di disoccupati UE che quotidianamente guadagnano da noi come frontalieri tre volte quanto guadagnerebbero a casa loro? O addirittura vietare loro per un periodo l’accesso in Svizzera? Oppure, tanto per cambiare, applicare alla lettera e conformemente alla Costituzione l’iniziativa contro l’immigrazione di massa votata dal popolo? Tutto ciò, fin quando l’UE acconsentirà, nel corso dei negoziati in atto, a trattare la Svizzera da partner alla pari e non più come territorio assoggettato.

La Svizzera: un paese forte con un pessimo management

Diciamolo una volta: se la Svizzera non fosse uno Stato ma un’impresa privata gestita su basi economiche, le costanti errate valutazioni della situazione del mercato e le sue catastrofiche performance sarebbero costate al management il licenziamento sui due piedi.

Particolarmente debole appare l’attuale Consiglio federale. I cui membri sono, nonostante tutto, delle brave persone e non sussiste alcun motivo per sospettare che, scientemente e volontariamente, vogliano agire contro gli interessi del paese.

Ma la mancanza di coraggio e di fiducia del gremio, la voglia personale di profilarsi dei singoli membri, la loro appartenenza partitica, eccetera, fanno del nostro governo nazionale uno strumento manipolabile a piacimento che difende sempre meno i nostri interessi. Ciò è stato chiaramente percepito all’estero e rende il nostro paese estremamente vulnerabile e vieppiù attaccabile. È lecito chiedersi che cosa ci facciano in Consiglio federale due (su sette) membri, il cui partito ha inserito nel suo programma l’adesione all’UE respinta da quasi l’80% del popolo; e che cosa cerchi lì dentro la rappresentante del PPD che, anche senza averlo iscritto nel programma di partito, porta avanti di fatto lo stesso credo.

Auspicherei, per il nuovo anno, un governo con più coraggio e fiducia, e con una maggiore vicinanza al popolo, affinché il nostro paese possa anche in futuro sopravvivere nel burrascoso clima internazionale.

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