Trump non è svizzero

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Dalla Weltwoche del 2 febbraio 2017 l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel Chef-Redktor Die Weltwoche

Roger Köppel
Capo-Redattore
Die Weltwoche

Una distanza neutrale verso tutti rimane la migliore ricetta.

di Roger Köppel, Consigliere nazionale, capo-redattore della Weltwoche

Donald Trump è serio. Il nuovo presidente americano fa venire il capogiro a tutti, amici e nemici. Costruisce il muro contro il Messico. Decreta dei divieti d’entrata ai cittadini di paesi musulmani problematici.

Non conosciamo le conseguenze della sua muscolosa retorica nel mare cinese del sud. Strano mondo: il presidente cinese si fa messaggero della libertà di commercio senza frontiere, mentre che Trump, l’Americano, passa per un sinistro isolazionista.

Sia detto di transenna, la Cina rimane una dittatura comunista, benché diretta da mandarini competenti.

Intanto, gli avversari di Trump si stanno scaldando. Madonna pensa di far saltare la Casa bianca. L’attrice Ashley Judd, come se fosse sotto effetto di stupefacenti, sente la presenza di “Hitler nelle strade di Washington”, con la sola differenza dei baffetti rimpiazzati da un “toupet biondo”.

Notiamo che i giornalisti rimangono silenziosi. Se i critici conservatori di Obama si fossero espressi così, i media li avrebbero immediatamente fatti a pezzi. Le rabbiose proteste rivelano soprattutto, a parte la doppia morale, che Trump riesce perfino a rianimare un po’ la sinistra agonizzante. Non bisogna sottovalutare il potenziale di rivolta che questo presidente costituisce per gli avversari. Le infinite manifestazioni lo testimoniano.

Già solo l’attivismo di Trump è una provocazione. Ci si è abituati a che i politici si dedichino soprattutto a giustificare le proprie inefficienze su tutti i livelli.

Trump è l’esatto opposto di questa politica stagnante che fa del surplace. Egli affronta i problemi e prende delle misure energiche, commettendo così il peggiore dei crimini agli occhi dei suoi nemici: concretizzare le sue promesse elettorali.

La cancelliera Angela Merkel è l’opposto di Trump. Essa è maestra nell’arte di dirigere impercettibilmente. Lascia che i problemi arrivino a lei, aspetta che si risolvano da soli, li invia nel campo dei suoi avversari, armonizzando i punti di vista.

La pazienza è la sua arma. Non le verrebbe mai in mente, come a Trump, di rispondere su Twitter a una critica gastronomica scortese nel bel mezzo della notte.

Trump agisce, è sicuro di sé. Merkel aspetta, non agisce. Quando le si è domandato perché avesse lasciato che un milione di migranti entrasse nel paese, ha risposto affabilmente che non era stata lei a deciderlo, che l’ondata migratoria era dilagata come un fenomeno naturale.

Trump fa lo sbruffone, Merkel è sfuggente. L’attivista della Casa bianca è campione del mondo nel farsi dei nemici, la cancelliera offre poca presa. L’uno vuole essere ammirato, l’altra vuole essere sottovalutata. 

Trump, l’imprevedibile, preferisce la guerra lampo. Merkel pratica la resistenza in politica con tenacia; opportunista per convinzione, molto intelligente, addirittura saggia, profondamente tedesca e sprovvista di qualsiasi pretesa, continua a far inciampare tutti i suoi avversari maschi. 

Trump e Merkel sono attualmente i due poli più estremi della politica in Occidente. Vedremo quale modello s’imporrà, forse tutt’e due.

E dove si situa la Svizzera? Noi non abbiamo bisogno di modellarci su l’uno dei due. La Germania è un paese interessante, sfuggito alle sciagure della propria storia grazie ai difetti di costruzione dell’UE, La Svizzera ha tutt’altra identità e tutt’altra esperienza storica.

Quanto all’America di Trump, è l’America che attualmente sta facendo un po’ troppo. Potenza mondiale, si sente abusata da quasi tutto il mondo. L’immagine è curiosa: la superpotenza si lamenta di un ipotetico pregiudizio, e il narcisismo nazionale di Trump dovrebbe guarirla da questa malattia immaginaria. 

È una buona cosa che un oceano e qualche montagna separino Washington e Berna.

La politica del ripiegamento su sé stessi non è la buona soluzione. La Svizzera punta sulla libertà e sul libero scambio, nel quadro di un’apertura controllata. Noi cooperiamo con il maggior numero possibile di paesi, ma non ci lasciamo né inquadrare né legare. Non è l’isolamento, bensì la flessibilità e il buonsenso, la chiave della sopravvivenza

Non occorre spingersi lontano quanto Trump che vede “tanta collera in questo mondo”. È evidente che i tempi sono duri. L’UE è malconcia. Dappertutto regna il disagio, la politica in Occidente è su una falsa strada.   

Particolarmente la sinistra vede le sue speranze andare in fumo. I partiti borghesi si sentono minacciati dalla destra. La perdita di parti di mercato irrita i cattivi perdenti.

In mezzo a tutta questa eccitazione generale, la Svizzera è un polo di stabilità. Non serve a nulla che i consiglieri federali si uniscano a questa agitazione. Forse che il mondo aspettava l’opinione di Leuthard o di Burkhalter sulle manovre politiche di Trump. È saggio che la Svizzera giochi a fare la moralista, irritando così i paesi con i quali dovremmo intrattenere un rapporto imparziale?   

Nel dubbio, rimanere tranquilli e silenziosi. Questa è la natura della nostra politica estera.  

Quando i conflitti si aggravano all’esterno e le posizioni s’irrigidiscono, il piccolo, più mobile, è in vantaggio. Mai, nel corso di questi ultimi decenni, la preservazione dell’autodeterminazione e dell’indipendenza è stata importante come oggi.

La libertà significa anche che non è lo Stato che conta in periodi difficili. La politica deve ridurre gli oneri che gravano sui cittadini e sulle imprese, abbassare le imposte, eliminare le regolamentazioni. Apertura sì, ma non a tutto e a tutti.

Un’occhiata a quanto succede all’estero indica i punti forti di cui si dispone.

La Svizzera sta bene fintanto che rimane la Svizzera. Libera, senza vincoli, decidendo per sé stessa. E neutrale verso tutti.  

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