Thank you, Mr. Farage!

Lug 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 1675 Visite • Commenti disabilitati su Thank you, Mr. Farage!

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Il titolo è doveroso. Nigel Farage è stato l’indubbio artefice del Brexit, il suo impegno e la sua dedizione alla causa sono stati esemplari e la democrazia gli deve molto.

Contrariamente ai sondaggi farlocchi della vigilia, l’orgoglio nazionale dei Britannici ha avuto la meglio. Il popolo inglese – che sembra ormai l’unico ad avere ancora una maggioranza con il coraggio delle proprie tradizioni e dei propri valori – ha detto basta all’atteggiamento servile nei confronti di Bruxelles che certe cerchie politiche ed economiche avevano assunto per non rinunciare a un ancorché succulento piatto di lenticchie (leggi vantaggi esclusivamente economici).

Naturalmente, l’orda di Cassandre – stretti parenti di quelli che in Svizzera assunsero lo stesso atteggiamento nel 1992 dopo il nostro NO allo Spazio economico europeo e che furono poi totalmente sconfessati durante il ventennio successivo – si è scatenata. Giovedì nero per l‘Europa (nel 1992, per i consiglieri federali Delamuraz e Felber, per la Svizzera era nera la domenica, ma il concetto era lo stesso), si apre un futuro d’incertezza per l’Inghilterra, ma anche per la Svizzera e per l’Europa intera (e quando mai il futuro ci ha riservato certezze?). L’Unione europea andrà avanti lo stesso anche senza la Gran Bretagna, quest’ultima non potrà fare a meno di negoziare, ma in posizione di netto svantaggio, la partecipazione al mercato europeo.

Ancora peggio, si è avuto da recriminare sul fatto che a votare Brexit sia stato il popolino idiota, mentre la classe più avanzata di intellettuali e laureati ha optato per Remain quindi, come ha osato vergognosamente affermare l’ex-premier italiano Mario Monti, “Sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali”. Bel esempio di democrazia. Che poi quella degli intellettuali e dei laureati sia la classe più “avanzata” è decisamente opinabile, visto che è stata proprio questa a trascinare l’UE – e, di conseguenza, l’intera Europa – nel pantano in cui si dibatte.

“L’UE andrà avanti lo stesso con 27 membri.” – hanno dichiarato le sue massime autorità. Il fatto è che, se l’esempio della Gran Bretagna (come personalmente auspico) farà scuola, l’UE potrebbe a relativamente breve termine diventare di 26 membri, poi di 25, di 24 e così via. Non è dato di sapere a quanti Stati membri si dovrà ridurre prima che i vertici che attualmente la compongono si rendano conto di quanto loro stessi, e quelli che li hanno immediatamente preceduti, abbiano portato alla rovina un’istituzione che i padri fondatori avevano concepito su princìpi encomiabili e condivisibili: quelli di un’unione prettamente commerciale e mercantile di mutuo interesse.

Con una smania di potere inversamente proporzionale alle loro capacità politiche, relativamente pochi individui hanno trasformato il Dr. Jeckill (mercato comune europeo inizialmente addirittura limitato all’acciaio e al carbone) nell’odierno Mr. Hyde (una, ancorché parziale, unione politica con poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sovrannazionali, nonché con l’utopia di una moneta unica che avrebbe dovuto mettere su un piano di parità delle economie agli antipodi una dall’altra come quella tedesca e quella greca, tanto per fare un esempio). Un Mr. Hyde nel quale c’è una nazione di serie A (la Germania) che fa il bello e il brutto tempo, il bello a proprio vantaggio, il brutto a scapito dell’intera comunità. Classico esempio: Angela Merkel apre la porta a centinaia di milioni di rifugiati, ma poi li vuol ridistribuire “equamente” sugli altri Stati membri.

La Gran Bretagna ha oggi dimostrato che – seppure consapevole di andare ad affrontare delle difficoltà di cui è impossibile valutare adesso la misura – si può e si deve avere il coraggio di abbandonare una nave che, benché non ancora affondata, dà meno garanzie di sopravvivenza della scialuppa di salvataggio sulla quale si prende posto.

Ho letto fra i commenti che “Gli inglesi non si sono resi conto che la realtà è cambiata”. Certo, la realtà è in continuo cambiamento. Ma cambia nella misura in cui noi le permettiamo di cambiare. E anche un passo indietro costituisce un cambiamento.

Come ha sempre fatto, la Gran Bretagna affronterà le sfide future con coraggio e impegno. E ne uscirà alla grande, mentre lo stesso non si può dire dell’Unione europea la cui volontà comune sta costantemente venendo meno a favore degli interessi – o forse si dovrebbe dire, della sopravvivenza – dei singoli Stati membri. Mors tua, vita mea! Solo rendendosi conto che l’entità politica UE si è dimostrata fallimentare, in ogni caso funesta per le popolazioni, e prendendone la soppressione quale alternativa non solo percorribile bensì auspicabile, ogni paese si renderà finalmente conto del valore inestimabile di concetti quali libertà, sovranità e indipendenza.

Il lato positivo – l’unico, ancorché anche qui parziale – dell’attuale UE, è il vantaggio per l’economia dell’accesso a un mercato di oltre mezzo miliardo di persone. Ma si può facilmente ovviare sostituendo l’UE con dei validi accordi di libero scambio inter-statali che, oltre a costituire un’alternativa valida e che non vincola il paese sotto aspetti politici più delicati, permetterebbero il margine di manovra, oggi inesistente, per applicare un ragionevole protezionismo indigeno laddove indispensabile.

Come detto, è difficile prevedere quali saranno le conseguenze di Brexit. Ma per affrontare il futuro con l’efficacia necessaria occorre accettare che, fra le varie ipotesi, ci sia anche quella della disgregazione progressiva e totale, leggi soppressione, dell’Unione europea.

Brexit ha segnato la rinascita di un orgoglio nazionale che l’illusorio discorso europeo sembrava avere assopito. Ma è un sentimento che cova sotto la cenere di tutti i paesi – europei e no – e che i momenti di crisi tendono a mettere in evidenza.

“We want our country back” potrebbe – lo spero tanto – diventare lo slogan di molti paesi. La Svizzera per prima, ne avrebbe tanto bisogno.

 

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