Terrorismo islamico

Apr 21 • L'opinione, Prima Pagina • 506 Visite • Commenti disabilitati su Terrorismo islamico

Dr. Francesco Mendolia

Nota della redazione: L’Oasi felice UE è una rubrica che raccoglie diversi articoli apparsi nella stampa elettronica, a cura del Dr. Francesco Mendolia che ringraziamo per l’apprezzata collaborazione. Tuttavia, i contenuti dei singoli articoli non rispecchiano necessariamente l’opinione della redazione de Il Paese e la loro pubblicazione non è perciò per forza di cose una cieca condivisione dei contenuti. La redazione

 

Ancora un camion lanciato sulla folla, ancora terrorismo, dice il premier svedese dopo l’attacco a Stoccolma, e il presidente francese Hollande tira in ballo l’Isis, anche se non ci sono rivendicazioni del Califfo. Dopo l’auto sfracellata contro i cancelli del parlamento inglese, l’attacco al mercatino di Berlino e la strage sul Lungomare di Nizza, però, tutti pensano a quel terrorismo islamico. E chissà se adesso continueranno a raccontarci che i paesi del Nord Europa sono un fulgido esempio di integrazione, o difenderanno ancora quel modello, il multiculturalismo, che in Svezia ha prodotto zone fuori controllo, quartieri dove la polizia non entra per timore di essere presa a sassate?

Per adesso, Svezia e paesi confinanti si affrettano a reintrodurre i controlli alle frontiere. Il multiculturalismo in Nord Europa sta naufragando miseramente e quello che ci resta è una guerra permanente, dove ormai gli attacchi contro le città europee stanno acquisendo una cadenza settimanale. Ma il problema non è solo il fallimento del multiculturalismo, il problema è che la situazione internazionale negli ultimi anni è andata fuori controllo perché l’America di Obama e l’Europa riluttante sono venuti a patti con i regimi dispotici e hanno scambiato ingenuamente per primavere arabe una nuova ondata di odio islamico contro l’Occidente.

Per cui fa bene Donald Trump a lanciare una sventagliata di missili sulle basi di Assad in Siria, perché questo è un gesto concreto e molto forte, quel tipo di reazione che serve per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che gli anni di Obama sono finiti. Che dalla Siria alla Corea del Nord, passando per i regni più o meno medievali dell’internazionale islamista, l’epoca della mano tesa all’Iran è finita. Reagire vuol dire che per ogni attacco, per ogni strappo alle regole della comunità internazionale, che siano attentati sanguinari o armi chimiche, ci sarà una risposta, come ha fatto Trump dando l’ordine alla marina USA di sferrare il primo colpo.

Dopo l’11 settembre, in questa guerra permanente che dura ormai da più di un decennio, ci vollero due conflitti, la liberazione dell’Afghanistan dal regime talebano e il cambio di regime in Iraq per impegnare sul campo il nemico e costringerlo a combattere sul suo terreno impedendogli di seminare altro sangue in casa nostra. Donald Trump, che è un presidente da cui ci si può aspettare di tutto, potrà anche aver deluso quelli che si aspettavano un’America isolazionista, quelli che oggi in Europa al seguito di Putin denunciano la violazione della sovranità siriana; ma la Siria non esiste più, è uno Stato fallito.

La Siria è un paese guidato da un regime ormai totalmente delegittimato e terreno di battaglia per l’internazionale nera del Califfato e di Al Qaeda. Se non vogliamo che anche la Svezia o qualsiasi altro paese europeo lo diventi – uno stato fallito – allora meglio rimediare agli errori commessi in passato e colpire per primi, là dove si annida il male, qualsiasi esso sia. E stai a vedere che seguendo questa strategia l’America torna a essere protagonista. Tanto l’Europa si adegua. E a quel punto lo faranno anche russi e cinesi. E finalmente forse avremo meno camion killer sulle nostre strade e qualche dittatore in meno in questa o quella parte del mondo.

(Dall’Occidentale R. Santoro 07 aprile 2017)

Con un pugno di missili Trump si conquista la “comprensione” di tutta Europa

Gli è bastata una notte di missili sulla Siria per conquistarsi il sostegno che mezzo mondo finora gli ha negato. I democratici americani, tutti i leader occidentali, l’Europa e naturalmente l’Italia: tutti “comprendono” l’atto unilaterale di guerra di Donald Trump contro Bashar al Assad. È il colpo di scena forse più inaspettato dall’insediamento di The Donald alla Casa Bianca. A sorpresa, Trump volta le spalle all’amico Vladimir Putin e l’Europa tira un respiro di sollievo. Ma il fiato è corto: che succede ora? Lunedì e martedì a Lucca si riuniscono i ministri degli Esteri del G7, senza la Russia.

(da Easy News O7/o4/2017)

Con quei missili sulla Siria Trump avverte Mosca, Teheran e Pechino.

Il presidente Trump ha sferrato un attacco missilistico contro una base aerea in Siria. Avverte Mosca, Pechino e Teheran: l’America debole di Obama è finita. Dovete fare i conti con noi

Dopo l’attacco missilistico che ha ordinato nella notte contro una base aerea siriana di Shayrat, il presidente USA Donald Trump ha pronunciato un discorso alla nazione da cui emerge, in modo inequivocabile, il cambio di rotta nei confronti di Damasco: “Martedì scorso il dittatore siriano Bashar al-Assad ha lanciato un orribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti.

Omissis

Trump sembra aver radicalmente cambiato opinione rispetto a quando, alcuni anni fa, su Twitter considerava “una follia” colpire il regime di Damasco. Era il 5 settembre del 2013 quando scriveva: “Di nuovo, ai nostri molto folli leader, non attaccate la Siria. Se lo fate molte cose brutte succederanno e da questa guerra gli USA non riceveranno nulla!”. Anche all’epoca si parlava degli attacchi chimici di Assad, con Obama che minacciò un intervento militare contro Damasco, rinunciandovi in extremis dopo le forti pressioni della Russia, che si spese in prima linea nella mediazione che portò al disarmo dell’arsenale chimico del regime siriano.

Ora Trump ha cambiato idea. Perché? Il presidente manda un segnale: basta con la debolezza di Washington, quella dell’era Obama, di cui molti, sino a ora, hanno approfittato. L’America torna protagonista. I missili contro la base aerea siriana sono solo un avvertimento. Trump non vuole imbarcarsi in una guerra e neanche rompere il dialogo con la Russia. Battendo i pugni sul tavolo, però, fa capire che la musica è cambiata. Nulla sarà più come prima. E tutti (Cina, Russia e Iran) sono avvisati.

(Da il giornale.it 07/04/2017). Sacchelli).

I missili di Trump lanciati sulla Siria

Omissis. Conta meno quanti danni abbiano causato i missili all’impatto con le infrastrutture prese di mira. Conta molto di più l’effetto provocato sugli equilibri dello scacchiere Mediterraneo, del Vicino e del Medio Oriente. Innanzitutto la tempistica. L’ordine presidenziale è partito negli stessi momenti in cui Trump accoglieva, nella sua residenza in Florida, il presidente cinese Xi-Jinping.

È da settimane che i toni della Casa Bianca sulle provocazioni missilistiche del leader della Corea del Nord, Kim-Jong-un, si fanno più minacciosi. Trump ha chiesto al governo cinese, che funge da lord protettore del dittatore coreano, d’intervenire. In assenza di risposte convincenti vi sarebbe stata la reazione degli Stati Uniti. I missili dell’altra notte sono la dimostrazione che “The Donald” è in grado di far seguire i fatti alle parole.

Altro messaggio recapitato è al leader turco Recep Tayyip Erdoğan il quale, dopo anni di tensione con Barack Obama, vuole riaprire il dialogo con Washington. I missili su Shayrat sono la risposta alle aspettative turche. Trump aveva anche promesso che avrebbe riportato la piena sintonia con Gerusalemme. Il governo israeliano da tempo denuncia il pericolo che il rafforzamento di Bashar al-Assad celi un’espansione dell’influenza nella regione degli Hezbollah e dei loro mandanti iraniani. I missili dell’altra notte sono la migliore smentita della politica degli “occhi chiusi” praticata dall’amministrazione Obama.

Ma se i missili l’altra notte hanno colpito i simboli del potere di al-Assad, dove hanno fatto più male è stato in Europa. Uno dei leitmotiv della campagna elettorale trumpiana è stato l’aperto disconoscimento del ruolo geopolitico di un’Europa unita. “The Donald” quando ne ha avuto l’occasione lo ha dimostrato: prima accogliendo con entusiasmo il premier britannico Theresa May che gli portava in dono l’uscita del Paese dall’Unione europea, trattando con glaciale freddezza la signora Angela Merkel nel corso della visita di Stato a Washington. Omissis. È stato patetico osservare l’imbarazzo con il quale i leader dell’UE si sono dovuti affrettare a saltare sul carro di Trump senza che lui glielo avesse chiesto. La dichiarazione congiunta, a cose fatte, della Merkel e di Hollande di sostegno all’attacco missilistico la dice lunga sul peso che Washington riserva agli europei. Cosa bisogna aspettarsi d’ora in poi? Non un’escalation bellica. Quella dell’altra notte resta un’iniziativa “one-off”, una tantum. Per qualche giorno i players globali si divideranno, gli uni minacciando sfracelli, gli altri appoggiando entusiasticamente l’iniziativa. Come da copione. Dopo le cose torneranno al loro posto ma con qualche significativa novità. Trump ha fatto sapere al mondo che lui è in palla e intende partecipare alla partita. Ovunque la si giochi: tra le sabbie desertiche del Medio Oriente o nelle acque agitate del Mar del Giappone. E, a dare ascolto ai nostri autorevoli commentatori di regime, costui sarebbe un pazzo e un incapace?

(Da L’Opinione, Cristora Sola)

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