„Swiss first!“ nell’asilo svizzero

Feb 10 • L'opinione, Prima Pagina • 265 Views • Commenti disabilitati su „Swiss first!“ nell’asilo svizzero

Black Rot

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Con il suo “America first!”, il presidente USA Trump non introduce alcuna nuova misura, perché la spietata difesa dei propri interessi nazionali è da tempo normale prassi a livello mondiale. Anche la Berna federale applica da tempo “Swiss first!”. Solo che lo fa palesemente nel modo sbagliato. Ne risulta infatti, invece della difesa dei propri interessi, la loro spietata inosservanza. Per esempio nei settori della migrazione e dell’asilo.     

La Svizzera è campionessa del mondo

La Berna federale è salda in testa alla classifica della servile strettissima osservanza di tutti gli accordi e trattati internazionali. Ciò non vale solo per quelli per noi vantaggiosi (dove sarebbe ancora logico), bensì anche per tutti quelli dannosi che malauguratamente sono stati stipulati in modo sconsiderato (o per vanagloria internazionale?) – sia quelli per quali il popolo non è nemmeno stato interpellato (per esempio la CEDU), sia quelli per i quali il popolo è stato ingannato con false informazioni (per esempio l’accordo di Schegen/Dublino). Siamo in prima posizione anche nella quasi automatica esecuzione del diritto internazionale.   

E non soltanto nel settore finanziario (svendita del segreto bancario) e nei nostri rapporti generali con l’UE (per esempio la tariffa a buon mercato per i veicoli pesanti dell’UE nell’accordo sui trasporti terrestri o la libera circolazione delle persone con la spudorata e vergognosa non-applicazione della chiara volontà popolare). Anche nel settore dell’asilo.

Asilo quo vadis?

Anche nell’asilo, la Svizzera applica servilmente alla lettera tutti i doveri internazionali (convenzione sui rifugiati, ecc.). Nonostante che praticamente nessuno al mondo lo faccia più. E qualora lo si tenti, si è destinati al fallimento (cultura del benvenuto di Angela Merkel).

A seguito di questa pedissequa applicazione delle norme di diritto internazionale, la Svizzera è diventata il centro d’accoglienza e il bacino di raccolta di tutti gli Eritrei che non si sentono più a loro agio in patria (ma che poi tornano a trascorrere le ferie in quello Stato che si presume infliggere loro persecuzioni e torture). L’Eldorado svizzero rimane ambito dagli Eritrei. Anche dopo la recente decisione del Tribunale amministrativo federale di non più concedere l’asilo ai richiedenti eritrei solo perché hanno lasciato il loro paese illegalmente. Perché invece dell’asilo, ogni volta si decreta una “accoglienza provvisoria”. Il che significa praticamente che possono restare qui vita natural durante.    

Ah già, le sentenze internazionali contro le croniche barbare espulsioni dalla Svizzera di richiedenti l’asilo respinti: la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha appena colpito di nuovo. Essa ha deciso che il rimpatrio di un Tamil (un membro delle “Tamil Tigers”), un’organizzazione considerata terroristica da ben 31 Stati) debba essere annullato, perché sul posto sarebbe stato arrestato e presumibilmente maltrattato (senza chiarimenti sulle circostanze). E ora, Berna deve riprendersi questa “perla dell’umanità”. E speriamo che non gli si assegni anche la cittadinanza onoraria!   

Un’altra perla dell’umanità chiede asilo in Svizzera: il ministro degli interni e capo della polizia del Gambia, l’aguzzino Ousman Sonko

Il caso Sonko/Gambia è sintomatico delle incertezze della Berna federale quando si tratta di gestire dei casi delicati, ma anche della nostra disastrosa politica dell’asilo. Non sorprende che le informazioni delle autorità su questo caso siano così scarse. Senza la ricerca da parte dei media, nulla sarebbe finora trapelato al riguardo. Per analizzare il suo caso dobbiamo risalire a qualche tempo addietro.    

Nello Stato africano del Gambia, nel 1996 andò al potere con un golpe Yahya Jammez. Il richiedente l’asilo Sonko fu, quale comandante della guardia presidenziale, capo della polizia e, più tardi, quale ministro degli affari interni, uno dei pilastri più importanti del suo regime repressivo. In settembre del 2016 cadde in disgrazia e fu destituito per motivi non chiari. È considerato il persecutore più brutale e sadico del regime.

Dopo la sua destituzione, il buonuomo lasciò il Gambia in direzione dell’Europa chiedendovi asilo. Da persecutore si dichiarò così perseguitato. Dapprima chiese asilo in Svezia, ma la sua richiesta venne chiaramente rifiutata e, il 10 novembre 2016 lo si rifilò elegantemente alla Svizzera. Ciò, apparentemente, in conformità con l’accordo di Dublino, perché la Svizzera gli aveva rilasciato nel 2015 un visto (sicuramente nel frattempo scaduto) per partecipare a una conferenza sui rifugiati dell’UNHCR a Ginevra.

E adesso il persecutore gambiano è da noi

Ora, il cortese persecutore gambiano, Ousman Sonko è quindi arrivato da noi in Svizzera. Grazie alla convenzione sui rifugiati, all’accordo di Dublino, rispettivamente al visto rilasciatogli in passato. E dal nulla è improvvisamente emersa in primo piano la questione di un’azione penale nei suoi confronti. Sono stati e vengono tuttora ignorati tutti i motivi che ci hanno portato a doverci occupare del caso Sonko. Fra l’altro, tutto è venuto alla luce solo grazie ai media, prima regnava nella Berna federale il più assoluto silenzio al riguardo. Poi è esplosa la vergognosa guerra fra le autorità federali e quelle cantonali bernesi competenti del caso in questione, al fine di ribaltarsi reciprocamente le responsabilità. Recentemente, il Ministero pubblico del canton Berna – sulla base di una denuncia inoltrata da un’organizzazione privata per i diritti umani presso la procura pubblica del Giura bernese-Seeland – ha depositato presso il Ministero pubblico federale una domanda volta a chiarire la competenza nel caso Sonko. Nel frattempo, il secondo ha assunto la competenza del caso. Vi risparmio ulteriori dettagli. Perché il caso Sonko/Gambia è sintomatico di un ben più grave problema generale.     

Fra l’altro, nel frattempo ha già depositato una domanda d’asilo in Svizzera un secondo ex-ministro gambiano, il ministro della sanità Omar Sey. Da nessun altro paese – in proporzione al numero di abitanti – così tante persone osano intraprendere la fuga attraverso il Mediterraneo per cercare asilo in Europa, come dal Gambia. Secondo la statistica sull’asilo, nel 2016 1’054 Gambiani hanno chiesto asilo in Svizzera.

Il recente caso Gambia è uno dei tanti casi sintomatici della grande discutibilità dell’intero diritto internazionale sui rifugiati

Gambia è solo il più recente esempio di un’evoluzione disastrosa e preoccupante. Perché negli Stati terzi, soprattutto in Africa, gli equilibri di potere variano in continuazione. E a ogni cambio di potere, i nuovi detentori reprimono i precedenti e i loro seguaci che quindi fuggono dal paese approdando, quali richiedenti l’asilo, soprattutto in Europa. Se poi gli oppressi riottengono il potere, ecco che scappano di nuovo gli altri, chiedendo a loro volta l’asilo da noi.  

A ogni cambio di potere in patria, i sostenitori del partito vincente che si trovano qui dovrebbero logicamente tornare a casa loro, visto che i motivi della loro fuga non esistono più. E poiché i cambi di potere avvengono spesso a brevi intervalli di tempo, sarebbe quasi il caso di organizzare una specie di Servizio-Shuttle per portare a casa i “non più rifugiati” e raccogliere i “nuovi rifugiati” (per esempio bus navetta Chiasso-Italia del sud e battelli navetta Lampedusa-Libia).

Non sarebbe ovviamente la soluzione. Perché è chiaro che in entrambi i casi non si tratta perlopiù di persone che emigrano per motivi politici, bensì lo fanno per ragioni economiche. E poiché la verifica attualmente in vigore di ogni singolo caso di richiesta d’asilo difficilmente riesce a stabilire i motivi della fuga, c’è il serio rischio che alla stragrande maggioranza di loro sia poi concesso di restare qui. Che siano rifugiati autentici, profughi di guerra, che fuggano dalla miseria o dal clima, eccetera.   

Sia ben chiaro: ho parlato consapevolmente nel titolo di “diritto internazionale sui rifugiati” e non di “politica internazionale dei rifugiati”. Perché fra i due concetti c’è una differenza basilare: quasi tutti gli Stati di questo pianeta hanno sottoscritto, per motivi di prestigio, quasi tutti i complessi accordi internazionali sui rifugiati (derivati dalla convenzione ONU), ma praticamente nessuno di loro li applica davvero seriamente. Gli interessi nazionali sono decisamente prioritari dappertutto. Dappertutto si costruiscono muri legali e, dove necessario, anche materiali, non solo alla frontiera americana con il Messico. Con un’eccezione: la Svizzera. “Swiss first!” nell’asilo elvetico.

Dubito fortemente che la Svizzera, con l’attuale politica attuata dalla Berna federale, che persegue la sottomissione acritica, servile e ubbidiente al discutibile diritto internazionale, riuscirà a conservare ancora a lungo la sua libertà, la sua indipendenza e il benessere da lei conquistato con il duro lavoro. 

 

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