Successione Burkhalter: è cominciato il teatrino

Giu 30 • L'editoriale, Prima Pagina • 67 Visite • Commenti disabilitati su Successione Burkhalter: è cominciato il teatrino

Eros N. Mellini

L’annuncio delle dimissioni dal Consiglio federale di Didier Burkhalter hanno suscitato in me una sorta di “gaudium magnum” come quello che accompagna l’annuncio al popolo dell’avvenuta nomina del papa. In questo caso, la mia “grande gioia” non è dovuta alla nomina, bensì alle dimissioni del ministro, che auspicavo da diversi anni. Lo auspicavo io, ma con me – ho ragione di pensare – tutto il fronte che lotta per un ritorno alla Svizzera fiera e indipendente di cui un tempo andavamo a giusta ragione orgogliosi, e che non digerisce l’atteggiamento di servilismo nei confronti dell’UE assunto dalla Berna federale, servilismo che da un paio di decenni ha ormai raggiunto un livello di vera e propria prostituzione.

 

Ticinese o no?

Come sempre quando si libera un posto nel governo nazionale, si alza il sipario sul teatrino della successione. Il prossimo Consigliere DEVE essere un Ticinese! Questo dogma è talmente attendibile che fra l’uscita di Nello Celio e l’entrata di Flavio Cotti passarono 13 anni, e dal ritiro di Flavio Cotti ne sono passati altri 18. Eppure, dal ritiro di Celio nel 1973 sono stati nominati ben 25 consiglieri federali, 24 se togliamo Flavio Cotti. Ogni volta si dice che il Ticino ha il diritto di essere rappresentato nel governo nazionale, ma poi viene nominato qualcun altro. Per la verità, l’art. 175 cpv 4 della Costituzione federale prevede che “Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”, ma realisticamente, che cosa significa quell’”equamente”? Se prendiamo la rappresentanza come cantone, decisamente non ci siamo. Un cantone su 26 (fra cantoni e mezzi cantoni), con sette posti a disposizione rende la cosa già impossibile dal punto di vista matematico. Se si considera la regione linguistica, il ragionamento non solo ci starebbe, ma renderebbe addirittura sacrosanta la pretesa. Ma se pensiamo che si è arrivati a togliere la clausola che proibiva a un cantone di avere più di un rappresentante in Consiglio federale (dopo che la socialista Ruth Dreifuss aveva in 48 ore spostato il domicilio dal canton Berna al canton Ginevra per rendere idonea la sua candidatura, questa misura levò perlomeno il velo d’ipocrisia che copriva l’aggiramento di questa clausola), per cui oggi abbiamo addirittura due ministri provenienti dal canton Berna, è facile immaginare come l’”equa rappresentanza” regional-linguistica possa essere bellamente snobbata.

Ma al di là della legittima rivendicazione di sapore anche un po’ campanilistico, siamo sicuri che un consigliere federale ticinese cambierebbe (in meglio) la situazione del nostro cantone? E che quindi, chiunque sia il candidato prescelto dal PLRT, sia imprescindibile il sostegno compatto di tutta la deputazione cantonale in Parlamento? È un dilemma che ha già afflitto in passato i nostri deputati a Berna: e non è che la deputazione sia stata compatta dietro a Marina Carobbio nel 2011 o a Norman Gobbi nel 2015. Ed è giusto che sia così, troppo profondo è a volte il divario ideologico perché ci si possa passare sopra in nome del un presunto obiettivo comune di mettere una o un Ticinese nella sala dei bottoni. Mi si perdoni la mia usuale franchezza, ma io preferisco un Consiglio federale senza Ticinesi, che non con un rappresentante nostrano di una politica che combatto già a livello comunale e cantonale.

 

Un sistema che premia la mediocrità

L’elezione del Consiglio federale da parte del Parlamento, invece che del popolo come è il caso di tutti gli altri gremi politici, è un aborto che premia la mediocrità. In un’elezione popolare è una pura questione di numeri – in pratica il partito elegge i suoi rappresentanti proporzionalmente alla sua forza politica – non ci sono logiche del tipo “questa volta tocca a me, la prossima a te”, i voti preferenziali del panachage servono a determinare la classifica dei singoli candidati all’interno della propria lista ma, con il voto di scheda, i partiti votano i propri candidati. Nell’elezione parlamentare, invece, per essere eletto il candidato deve essere votato dalla maggioranza di tutti i deputati, quindi di tutti i partiti.

Dovendo votare con la puzza sotto il naso, perché questa volta tocca a un partito che proprio non mi va giù per ideologia e per azione politica, opterò per il minore dei mali, ossia per quel candidato del partito avverso che ai miei occhi è più propenso al compromesso e ad accettare anche delle politiche da me sostenute. In altre parole, il candidato che meno s’identifica con il partito in cui milita. Se ciò non cambia molto quando si tratta di partiti orientati a sinistra – e fra questi metto il PLR e il PPD che regolarmente si alleano in Parlamento con i socialisti, meritandosi l’appellativo di “sinistra” seppure moderata – ben diverso è il discorso quando si tratta dell’UDC, e l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle con l’estromissione di Christoph Blocher, rispettivamente l’elezione di Eveline Widmer-Schlumpf. Gli altri partiti votarono la seconda, perché era “meno UDC” del primo anzi, la rielessero 4 anni dopo quando ormai non era più UDC del tutto.

È quindi chiaro che questo sistema stravolge le politiche partitiche, togliendo il più possibile ai ministri eletti la loro identità ideologica, per non parlare poi di eventuali “debiti” contratti con gli altri partiti che, presto o tardi, li ricorderanno al ministro eletto chiedendo contropartite più o meno pesanti.

 

Pirla per pirla, tanto vale …?

Mi si scusi l’appellativo un po’ scurrile e magari un tantino offensivo che tuttavia, vista la mia scarsa stima per il Consiglio federale degli ultimi decenni, è abbastanza conseguente, e torniamo al discorso della presenza ticinese nel governo nazionale.

Il sottotitolo dovrebbe continuare “… metterci un Ticinese, no?” e, tutto sommato, il ragionamento ha una sua logica, sempre che si abbia un atteggiamento rassegnato nei riguardi di una Berna federale arrendevole nei confronti dell’UE, per non dire assoggettata alla stessa. Qualche problema che non abbia eccessive ripercussioni a livello nazionale, il consigliere federale ticinese potrebbe anche prenderlo più a cuore e portarlo avanti in sede governativa con qualche beneficio per il Cantone. Ma il problema è che, se il Ticino ha i suoi problemi – anche gravi, è indiscutibile – la Svizzera ne ha uno d’importanza vitale: si chiama UE. E se non approfittiamo di questa occasione per rafforzare la posizione di assoluta intransigenza in materia di indipendenza e di neutralità del nostro paese, in particolare nei confronti dell’UE, una posizione minoritaria oggi in seno al Consiglio federale (e anche al Parlamento), la continuazione della politica estera portata avanti da Didier Burkhalter sarà inevitabile e ci porterà alla rovina.

Per cui, se sarà ticinese tanto meglio, ma la conditio sine qua non per essere accettabile quale ministro si traduce in “UE-NO, CH-SÌ”, laddove CH sta per indipendenza, autodeterminazione, libertà e neutralità della Svizzera.

Tutto il resto, per importante che possa apparire, è accessorio.

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