Splendido spettacolo alla Scala dedicato a Stravinskij

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Spazio musicale

Il balletto “Petruska”, dopo la prima assoluta, avvenuta il 13 giugno 1911 a Parigi nell’ambito della stagione dei Ballets russes, è stato ripreso in un gran numero di versioni coreografiche. Alla Scala nella stagione corrente si è avuta la buona idea di tornare a quella originale, facendo capo non soltanto alla coreografia di Michail Fokin (con la preziosa collaborazione di Isabelle Fokine, sua nipote) ma anche alle scene e ai costumi di Aleksandr Bnois. Siamo in presenza di un capolavoro. Già il libretto si distingue sia per la struttura drammaturgica concisa e stringata sia per l’intensa caratterizzazione dei personaggi: conclude con una scena, l’apparizione dello spirito di Petruska, che a ogni rappresentazione commuove il pubblico. Queste caratteristiche Fokin, da quell’acuto artista che era, ha trasferito totalmente nella coreografia. La partitura di Stravinskij ha poi affiancato al capolavoro coreografico un capolavoro musicale. Degna di ogni lode è stata l’esecuzione scaligera, nella quale hanno danzato Nicoletta Manni (la ballerina), Maurizio Licitra (Petruska) e Mick Zeni (Il moro) e una lunga schiera di interpreti per le parti minori. Dall’orchestra Zubin Metha ha ottenuto prestazioni assai vivaci ma al tempo stesso morbide, evitando di calcare la mano sugli effetti ritmici e coloristici.

La seconda parte dello spettacolo milanese ha presentato un altro lavoro di grande pregio nato nell’ambito dei Ballets russes e che, al pari di “Petruska”, venne messo in scena successivamente, con versioni proprie, da una moltitudine di coreografi. Alla prima assoluta del 29 maggio 1913 a Parigi la coreografia era di Nijinskij e la musica, ancora una volta, di Stravinskij. Il balletto non ebbe una genesi facile. Nijinskij era famoso come ballerino, particolarmente grazie a salti spettacolari. Vale la pena di rileggere le impressioni di Tamara Karsavina, interprete di punta dei Ballets russes, quando lo vide la prima volta alla Scuola imperiale di San Pietroburgo: “Un mattino arrivai in teatro più presto del solito; i ragazzi stavano terminando gli esercizi. Guardai e non potei credere ai miei occhi: uno di loro, con un salto, si alzava sopra la testa dei compagni e sembrava sospendersi in aria. ‘Chi è?’ domandai al professore. ‘È Nijinskij’, mi disse. ‘Questo diavolo non può mai ricadere a tempo con la musica.’” Se come esecutore Nijinskij venne considerato un portento, come creatore ricevette giudizi assai meno lusinghieri. Per Stravinskij lavorare con lui fu causa di una vera e propria disperazione. Anche qui vale la pena di fare una citazione, questa volta dall’autobiografia del musicista: “La sua ignoranza delle nozioni più elementari della musica era incredibile. Il povero ragazzo non sapeva leggere la musica né suonare uno strumento. Le sue reazioni musicali non le manifestava che con frasi banali o ripetendo ciò che si diceva nel suo ambiente…….. Quando mi misi a spiegargli nelle linee generali e nei particolari la costruzione della mia opera mi accorsi immediatamente che non sarei venuto a capo di niente senza avergli insegnato i concetti più elementari della musica………… Ma non era ancora tutto. Quando, ascoltando la musica, meditava dei movimenti, bisognava sempre rammentargli di farli coincidere con la battuta, la sua divisione e i suoi valori.” E avanti di questo passo. Alla Scala non si è scelta certamente la coreografia di Nijinskij, ormai dimenticata da tutti, ma quella di Glen Tetley, eminente danzatore e coreografo americano, nato nel 1926, morto dieci anni fa. L’allestimento scenico ha presentato solo un fondale delicato e costumi bianchi, quasi da “Schiaccianoci”. Eppure il Tetley, grazie a una forte ispirazione e attingendo, come era sua abitudine, tanto al vocabolario classico quanto a quello moderno, riuscì con la sola danza a mettere in evidenza tutti gli aspetti crudi e barbarici dell’antico rito russo, con sacrificio umano, che aveva sedotto l’immaginazione di Stravinskij e che costituisce l’essenza di questo balletto. Come se, in un atto d’orgoglio, volesse dire: mi basta la coreografia, non occorre altro. Di nuovo la compagnia della Scala ha dato prova di grande efficienza; altrettanto ha fatto l’orchestra sotto l’intelligente direzione di Zubin Metha.

“Beethoven si diverte” a Chiasso

Un singolare spettacolo ha presentato il Cinema Teatro di Chiasso nel pomeriggio del 5 febbraio sotto il titolo “Beethoven si diverte”. Il Trio des Alpes (Hana Kotkova, violino, Claude Hauri, violoncello, e Corrado Greco, pianoforte) ha eseguito il Trio con pianoforte op. 70 n. 1 (“Gli spettri”), la soprano Martina Jankova e il tenore Marcello Nardis hanno fatto conoscere alcuni Lieder risultanti da elaborazioni di canzoni popolari e l’attrice Pamela Villoresi si è esibita recitando un testo di Rita Charbonnier nel quale parla in prima persona Johanna, la moglie di un fratello del compositore. Si stenta a capire l’accostamento di Lieder freschi e leggeri con un testo rievocante un periodo della vita di Beethoven travagliatissimo e amarissimo. A rendere ancora più eterogeneo il programma i vari elementi chiamati in causa sono stati alternati, quando non addirittura sovrapposti, come è avvenuto per una parte della recitazione e alcune battute del tempo lento del trio.

Eppure, nonostante le contraddizioni, lo spettacolo ha convinto. Il merito va ascritto innanzitutto all’alta qualità degli interpreti. Il Trio des Alpes ha eseguito ammirevolmente l’op. 70 n. 1 (ottimi il violoncello e il pianoforte, un poco in ombra il violino) e ha accompagnato in modo esemplare i Lieder. La Jankova (una cantante famosa anche nei teatri d’opera, dotata di voce assai pregevole) e il tenore Nardis sono penetrati con acume in tutte le sottigliezze di questi brani. Infine l’attrice Pamela Villoresi ha dato vita con bravura al personaggio assai speciale che le è stato affidato. Qui conviene ricordare che, quando il fratello del musicista morì, Beethoven volle a tutti i costi sottrarre il figlio Carlo alla madre Johanna, una donna dai costumi licenziosi e a suo parere indegna. I buoni propositi tuttavia andarono incontro a un fallimento. Beethoven si era prefisso scopi ideali, voleva che Carlo vivesse una esistenza di alto livello e non sprofondasse nella mediocrità. Il ragazzo rimase sconvolto. La madre non rinunciò facilmente al figlio e il litigio, le pratiche legali e i cambiamenti di precettore come pure di istituti frequentati da Carlo non si contano. A Chiasso la Villoresi si è calata in Johanna con una recitazione appassionata, che ha messo a fuoco i contrasti, le riflessioni, le intemperanze e le impennate psicologiche della donna.

Pubblico abbastanza numeroso e chiaramente soddisfatto.

Grande OSI al LAC

Quando un compositore incline a scrivere solo musica per pianoforte affronta negli anni giovanili il genere del concerto per pianoforte e orchestra e lo fa non tanto per soddisfare precise esigenze artistiche quanto per affermare se stesso come esecutore virtuoso, i risultati non possono eccellere e lo strumento solista finisce per concentrare su di sé quasi tutto l’interesse, relegando l’orchestra a funzioni di secondo piano. Nel caso del concerto numero 1 di Chopin è vero che esiste, all’inizio del primo tempo, una esposizione abbastanza lunga dei “tutti”, nella quale appaiono già le tre idee più importanti, ma l’orchestra, quando porta la prima di queste idee, ha un andamento piuttosto goffo e tradisce l’impaccio e lo sforzo del compositore nel tentativo di conferire alla musica un carattere sinfonico. Il secondo tema, eseguito dai primi violini, è agile, delicato, gentile e quindi più congeniale a Chopin, ma acquista la pienezza del suo valore e convince maggiormente quando passa, più avanti, al pianoforte, che lo orna e arricchisce, con grande maestria tecnica, nello stile inconfondibile del musicista polacco. A un pianismo puro più che a un genere concertante fa pensare anche il “larghetto”, designato “romanza”, in cui il pianoforte, dopo una brevissima introduzione del quartetto degli archi, domina fino alla conclusione, creando una atmosfera così soffusa e raffinata da far pensare alla poesia dei “notturni”.

Il concerto in questione ha occupato la prima parte della serata del 9 febbraio per la stagione OSI al LAC. Il giovanissimo pianista Jan Lisiecki ha offerto dei primi due tempi una esecuzione molto diligente, però alquanto distaccata e asciutta, che ha fatto rivivere solo in parte l’anima della composizione chopiniana. Altro discorso per il rondò conclusivo, al quale il pianista ha conferito, oltre a una straordinaria vitalità virtuosistica, quell’aria spensierata e giocosa come pure quel senso di schietto umorismo che ne fanno la bellezza. Il pubblico, come sempre assai numeroso, lo ha festeggiato con molti applausi.

Nella seconda parte l’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da John Axelrod, ha fatto scintille con l’interpretazione della seconda sinfonia di Schumann. Non è, questo lavoro, uno dei migliori del compositore. Eseguito però come l’abbiamo ascoltato il 9 febbraio al LAC, riesce pur sempre a procurare intense soddisfazioni: un primo tempo scattante e vibrante e un finale sprizzante energia hanno incorniciatolo scherzo, fine e agile, e l’adagio espressivo, un incanto di sentimenti romantici. Grande è stato l’apprezzamento da parte del pubblico.

 

Carlo Rezzonico

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