Splendida serata al LAC con musiche di Prokov’ef e Beethoven

Apr 5 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 118 Views • Commenti disabilitati su Splendida serata al LAC con musiche di Prokov’ef e Beethoven

Spazio musicale

Il concerto del 28 marzo nell’ambito della serie OSI al LAC ha preso avvio con la Sinfonia concertante per violoncello e orchestra op. 125 di Prokof’ev. Nel primo tempo il compositore dà corso alla sua felice vena melodica affidando al violoncello una serie di motivi aventi carattere assai diverso. Non ci sono dialoghi né contrasti con l’orchestra, la quale si limita a colmare alcuni momenti di riposo concessi al solista oppure ad accompagnarlo, spesso in modo piacevole, originale e con alcune belle preziosità dei legni. Contrasti tra violoncello e orchestra si manifestano invece nel secondo tempo, dove il discorso a volte frenetico e a volte lirico del primo viene tartassato e beffeggiato da interventi della seconda. C’è abbondanza di effetti e sorprese, però Prokof’ev si compiace un po’ troppo nel gioco. Solista e “tutti” riprendono ad andare d’accordo nel terzo tempo, il migliore della sinfonia, a partire dalle severe battute iniziali, dove il violoncello si espande in pregevoli volute melodiche prima che altri strumenti si uniscano a lui, fino alla grandiosa conclusione con il solista scatenato e gli ottoni impegnati in saliscendi trionfali.

A Lugano il violoncellista Maximilian Hornung ha sfoggiato una tecnica stupefacente e superato senza sforzo apparente le asperità della partitura. Quanto all’interpretazione, se nel primo tempo le numerose e gradevoli melodie di cui è intessuto sono state oggetto di una lettura un tantino meccanica e distaccata, una lode incondizionata va detta per il modo in cui il solista ha saputo porgere il lirismo della parte centrale dell’”allegro giusto”: qui l’inappuntabile accuratezza tecnica è stata messa interamente al servizio di una finissima sensibilità, con risultati eccellenti. Buon lavoro hanno svolto Markus Poschner e l’Orchestra della Svizzera italiana; nel secondo tempo il direttore ha moderato alquanto gli interventi sarcastici e diabolici dell’orchestra, attenuando il contrasto con il discorso del solista.

Dopo la pausa si è ascoltato il Poema sinfonico per 100 metronomi, una trovata di György Ligeti, che è cosa sciocca, anche se il compositore presuntuosamente si dichiarò orgoglioso di criticare con il ticchettio le ideologie, tutte quante giudicate testarde e intolleranti. Senza interruzione è poi venuta l’ottava sinfonia di Beethoven in una esecuzione spedita, agile, festosa, assai lontana – per fortuna – dagli inutili fragori ed esplosioni sonore di certi interpreti del presente e del passato, tra i quali non da ultimo Herbert von Karajan. Sotto la guida del Poschner tutto si è svolto in modo sciolto e leggero e l’esito è stato delizioso. L’unico appunto concerne l’eccessiva filigranatura di alcuni passaggi dei violini, ad esempio nelle prime battute dell’”allegretto scherzando”.

Moltissimo pubblico e vivi applausi per lo Hornung, il Poschner e l’Orchestra della Svizzera italiana.

Un balletto su Nijinski a Zurigo

Nel 2016 il Theaterhaus Stuttgart rappresentò in prima assoluta il balletto a serata intera che Marco Goecke, un coreografo contemporaneo assai famoso e discusso, dedicò a Nijinski, il più ammirato ballerino di tutti i tempi; ora l’Opernhaus di Zurigo ne ha messo in scena una nuova versione, con spettacoli in marzo e aprile. Sicuramente la biografia dell’illustre danzatore presenta così tanti aspetti speciali da renderla allettante per la creazione di uno spettacolo: lo stupore suscitato, fin dalle prime esibizioni, grazie all’eccezionale elevazione dei salti, i successi prima a San Pietroburgo e poi nella compagnia dei Ballets russes, il matrimonio, la furia di Diaghilew (il capo dei Ballets russes, contrario a quel matrimonio), infine la perdita quasi completa della memoria e una lunga e triste conclusione dell’esistenza terrena. Goecke, secondo quanto risulta da alcuni vaghi accenni contenuti nel colloquio pubblicato sulla rivista dell’Opernhaus, ha voluto seguire una via personale, osservando gli avvenimenti riguardanti la vita di Nijinski attraverso la lente di se medesimo e della sua esperienza. Come in altri balletti di cui è autore ha lavorato molto con le braccia, le mani, la testa, le spalle e il busto ma poco con le gambe. Non comprendo questa autolimitazione delle risorse coreografiche, tanto più che i movimenti delle altre parti del corpo, quasi sempre eccitati fino all’isterismo, sono molto ripetitivi. L’assenza di scene (c’era solo un rivestimento tutto nero) e la relativa uniformità dei costumi non hanno contribuito ad allargare gli orizzonti dello spettacolo verso una maggiore varietà. Messa di fronte a una coreografia dai ritmi frenetici la compagnia dell’Opernhaus ha dato una nuova prova di grande bravura ma non ha potuto rendere meno ostica la generale esagitazione.

Così ho spostato la mia attenzione soprattutto sulla parte musicale della serata, comprendente i due concerti per pianoforte e orchestra di Chopin, il “Prélude à l’après-midi d’un faune” di Debussy e una ninna nanna russa. Le esecuzioni sono state assai valide. Per fare un esempio nel tempo lento del secondo concerto di Chopin, dove l’eloquio musicale del solista si scioglie spesso in recitativi e in grappoli di note, dove gli ornamenti diventano parti essenziali del discorso e dove l’espressione elegiaca viene qua e là increspata da punti interrogativi, il pianista Adrian Oetiker si è distinto per buona tecnica e altrettanto buona capacità interpretativa. Un culmine è stata l’esecuzione del “Prélude”. Il direttore Pavel Baleff ha saputo ottenere dall’orchestra quelle figurazioni trasognate e sfuggenti, quei colori sfumati e soprattutto quell’atmosfera di molle sensualità che caratterizzano il pezzo. Tanti bei momenti, insomma, come in un concerto sinfonico.

Ho visto lo spettacolo del 10 marzo. Sala completa, molti applausi.

Carlo Rezzonico

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