Spettacoli di balletto e opera alla Scala

Gen 14 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 236 Views • Commenti disabilitati su Spettacoli di balletto e opera alla Scala

Spazio musicale

 

Balletti a serata intera che sviluppano una storia ce ne sono stati tantissimi prima di Neumeier. La novità portata da questo coreografo, americano di nascita ma da parecchi decenni attivo ad Amburgo, dove dirige la compagnia locale, consiste nel narrare indagando in modo sistematico e minuzioso nella psicologia dei personaggi. Specialmente in “La Dame aux Camélias” la natura della protagonista e gli avvenimenti che la mettono alla prova sono così ricchi di sfaccettature da offrire un campo di analisi estesissimo. Ovviamente quando ci si prefigge di penetrare a fondo in ogni piega dell’animo appare il rischio di rendere la danza frammentaria e di avvicinarla alla mimica. È un grande merito di Neumeier l’aver saputo escludere il pericolo inserendo quasi sempre gesti e pose in un discorso eminentemente coreografico, fluido e accattivante anche sul piano puramente formale. Così, per fare un esempio, quando Duval padre esige da Marguerite la rinuncia alla relazione con Armand, i movimenti della donna riflettono pienamente il tumulto che si forma in lei tra sorpresa, rabbia, ribellione e disperazione, eppure rimangono danza, al punto che potrebbero trovar posto perfino in un lavoro astratto. La sintesi tra densità dei contenuti da una parte ed equilibrio, continuità e pregi formali dall’altra spiega il successo del balletto, rappresentato la prima volta ad Amburgo nel 1978 e poi insediatosi stabilmente nel repertorio di tutti i principali teatri.

Il successo si è rinnovato anche nelle rappresentazioni alla Scala tra dicembre e gennaio. Marguerite ha avuto in Svetlana Zakharova una interprete dalla tecnica limpida, attenta a ogni particolare, controllata eppure intensamente espressiva. Le è stato accanto come Armand Roberto Bolle, beniamino del pubblico scaligero (immancabile l’applauso di sortita, almeno la sera che ero presente, quella del 20 dicembre), come di solito corretto e sicuro. Tra le altre interpreti menziono Nicoletta Manni, assai valida nella parte di Manon Lescaut (un figura che grava come un incubo sulla protagonista) e Caterina Bianchi, che ha messo in luce ottima tecnica, scioltezza e vivacità dando vita a Olympia. Lodevoli i due pianisti Roberto Cominati e Marcelo Spaccarotella come pure il direttore Theodor Guschlbauer. Appropriato l’allestimento scenico di Jürgen Rose, autore anche dei costumi.

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È sempre interessante leggere le recensioni scritte dopo la prima assoluta di un melodramma. Talvolta si ammira l’acume del critico, che seppe fin dall’inizio riconoscere certe caratteristiche fondamentali dell’opera. Altre volte succede l’opposto e quasi si sorride di fronte a giudizi negativi su aspetti che, in seguito, vennero considerati punti di forza. Hanno suscitato in me questa impressione le parole del pur valido Alfredo Colombani, collaboratore del “Corriere della sera”, citato sul programma della Scala, stagione 1982/83, il quale espresse un parere molto positivo sull’”Andrea Chénier” e su Umberto Giordano, ma poi aggiunse: “Manca una dote ancora, quella che nessun operista ha sul principio: la personalità nella melodia. L’originalità degli spunti il Giordano non l’ha ancora trovata: la sua fantasia si aggira ancora in un eclettismo indeciso, e talvolta cade nell’imitazione.” Queste affermazioni sorprendono perché la forza, l’intensità espressiva, l’ampiezza del respiro e il carattere sanguigno di molte melodie appartengono agli elementi più convincenti dell’opera.

Dopo un’assenza durata oltre trent’anni “Andrea Chénier” è tornato alla Scala avendo come protagonista Yusif Eyvazov. Questo tenore ha profuso nello studio del protagonista un impegno lodevolissimo e si è rivelato un ottimo fraseggiatore; tuttavia la relativa scarsità del volume e soprattutto la qualità scadente del timbro hanno lasciato fortemente a desiderare. Anna Netrebko, nei panni di Maddalena, ha pienamente confermato la sua fama. Possiede tutte le migliori doti alle quali una soprano può ambire: estensione, bel vibrato, smalto, sicurezza in ogni momento, omogeneità, forza e, nonostante questa, morbidezza. Si aggiunga un non comune talento interpretativo. Elogi altrettanto caldi merita Luca Salsi, che nel dar vita a un personaggio di grande rilievo come Gérard ha cantato e agito con alta classe. Per il resto la Scala ha allineato una schiera di bravissimi comprimari; una menzione speciale sia fatta per Gabriele Sagona (Roucher).

In un palcoscenico tutto avvolto di nero Margherita Palli ha collocato una piattaforma girevole sulla quale erano montate scene pregevoli ma assai piccole, in contrasto con il numero altissimo di coristi e comparse e, in generale, con il carattere dell’opera. Anche la regia di Mario Martone si è posta su una linea di discrezione. Non mi è piaciuto Gérard che all’inizio si aggira nel mondo incipriato e vano beffeggiando i presenti in pose da belle statuine e neppure l’irrigidirsi della folla in un grande quadro alla fine del secondo atto quando invece dovrebbe avvenire un tumulto. Molto bene invece il regista ha dato espressione ai tormenti di Gérard nella sua grande scena del terzo atto.

Ho visto la rappresentazione del 5 gennaio. Pubblico numerosissimo (purtroppo però mi sono trovato in una indicibile confusione e disorganizzazione alla cassa serale verso le ore diciannove). Applausi molto intensi.

 

“Cenerentola” a Como

Quando un melodramma reca il titolo “Cenerentola” si pensa inevitabilmente a una favola in musica. Ma l’opera di Rossini dedicata alla povera fanciulla che grazie alla sua dolcezza e alla sua bontà trionfa e ascende al trono esce dalle caratteristiche del genere in almeno tre direzioni. In primo luogo la vicenda esclude gli aspetti più tipicamente fiabeschi: niente magia, niente trambusto di mezzanotte e niente fuga precipitosa con smarrimento di una scarpetta. In secondo luogo cambia la caratterizzazione della protagonista, che è sempre modesta e buona, senza dubbio, però anche capace di chiedere al padre con molta energia di portarla al ballo e poi, quando vede che il Principe travestito da scudiero è innamorato di lei, alquanto maliziosa: non si concede subito a lui ma gli consegna uno smaniglio e gli dice che, se vuole sposarla, dovrà andare in cerca della ragazza avente lo smaniglio gemello. In terzo luogo fa ingresso nel soggetto, in grande abbondanza, l’elemento buffo, soprattutto nelle persone del padre Don Magnifico e dello scudiero-principe Dandini. Un miscuglio di cattivo gusto? No, perché il genio di Rossini seppe venire a capo della vicenda con dignità, moderazione in tutti gli aspetti, ricchezza di idee e, nei momenti in cui si è concesso alla vena sentimentale, anche finissima poesia. Per quanto concerne l’ultimo punto sono deliziosi l’aria di sortita di Cenerentola (“Una volta c’era un re”) e più ancora il duetto tra lei e il Principe travestito da scudiero, quando sboccia l’amore e nasce una delle pagine più belle e delicate di tutta la letteratura operistica.

 

“Cenerentola” è andata in scena a Como il 14 dicembre. Yi-Chen Lin l’ha diretta mostrando una chiara comprensione dello stile e dei valori rossiniani: note nette come se fossero scolpite nei passaggi rapidi, folli escursioni fuori della realtà nei pezzi d’insieme incandescenti, melodie svolte con semplicità ma intensa espressione, capacità di definire efficacemente con pochi tocchi intere situazioni. Come oggi è tendenza generale ha dato la preferenza a volumi orchestrali bassi, per cui i pregi dell’accuratissima esecuzione, dalla vivacità ritmica allo scintillio dei colori, sono risultati godibili solo in parte. In palcoscenico Cecilia Molinari come Cenerentola ha messo in luce voce limpida e buona capacità di vocalizzare. Le gioverebbe un volume   maggiore e più consistenza timbrica nell’ottava grave per soddisfare pienamente le esigenze della parte. Per il resto lo spettacolo ha allineato una fitta schiera di cantanti-attori ben preparati e volonterosi, anche se provvisti di mezzi vocali modesti. Così così l’allestimento visivo, con un gran numero di mimi ingombranti continuamente in giro per la scena.

 

Carlo Rezzonico

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