Se almeno i “senatori” rispettassero il loro mandato

Nov 18 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 608 Views • Commenti disabilitati su Se almeno i “senatori” rispettassero il loro mandato

(enm) I consiglieri agli Stati (2 per cantone, 1 per semicantone) – al contrario dei consiglieri nazionali che, tutto sommato, sono fino a un certo punto (ma pur sempre solo fino a un certo punto) giustificati quando privilegiano le posizioni del loro partito rispetto alla volontà popolare espressa dalla maggioranza di tutto il popolo – sono eletti con sistema maggioritario, indipendentemente dal loro partito del quale, nell’ambito delle deliberazioni parlamentari dovrebbero togliersi  la casacca. Essi, infatti, non sono più i rappresentanti del loro partito cantonale, bensì appunto dello Stato, inteso come cantone facente parte della Confederazione. Gli interessi che sono chiamati a difendere alla Camera alta, non sono tanto quelli della Confederazione (benché indubbi e importanti), quanto quelli espressi in votazione dalla maggioranza del cantone che li ha eletti. Anche quando divergono dalla loro opinione personale o partitica.

Se ciò fosse il caso, la decisione sull’attuazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa che uscirà dal Consiglio degli Stati, dovrebbe essere una sola: l’applicazione fedele dei princìpi già espressi nell’articolo costituzionale 121a accolto da 12 cantoni e 5 semicantoni il 9 febbraio 2014. I consiglieri di Berna, Lucerna, Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo, Glarona, Soletta, Basilea-Campagna, Sciaffusa, Appenzello Interno, Appenzello Esterno, San Gallo, Grigioni, Argovia, Turgovia e TICINO, in totale 29 su 46, rispecchierebbero la maggioranza uscita dalle urne. Rimarrebbero naturalmente da appianare le divergenze con il Consiglio nazionale, ma sicuramente ne uscirebbe un compromesso più accettabile di quella specie di brodino insipido uscito da quest’ultimo.

Purtroppo, la realtà dei fatti è ben diversa. Buona parte, se non tutti i “senatori”, una volta assicuratosi per altri quattro anni il seggio, dimenticano di essere stati eletti dalla maggioranza di tutto il popolo del proprio cantone, e non esitano a remare sfacciatamente contro il volere di questa stessa maggioranza.

E quando questo voltafaccia rischia di essere troppo smaccato e controproducente a livello elettorale (dopotutto, 4 anni passano in fretta e l’elettorato – per quanto solitamente affetto da una smemoratezza riscontrabile solo nei casi più gravi del morbo di Alzheimer – potrebbe ricordarsene al momento delle elezioni), non si esita a ricorrere a manovre evasive poco consone alla dignità della carica.

Che fanno i nostri due consiglieri agli Stati, combattuti nel dover scegliere fra la linea (e l’odio viscerale per l’UDC) del loro partito e l’adempimento del mandato loro assegnato dall’elettorato ticinese? Non bisogna dimenticare che le misure contro l’immigrazione di massa non sono più un’iniziativa dell’UDC da combattere, bensì un chiaro mandato costituzionale assegnato alla Berna federale dalla maggioranza di popolo e cantoni. Un dilemma non da poco, al quale i nostri rappresentanti alla Camera alta sembrano aver trovato una benché indegna soluzione: l’assenteismo.

Riportiamo alcuni stralci da un articolo apparso nella Basler Zeitung dello scorso 4 novembre a titolo: “A Berna, consiglieri agli Stati ticinesi dispersi – Fabio Abate (PLR) e Filippo Lombardi (PPD) si sottraggono al dibattito sull’immigrazione”, ai quali  – ma forse c’è sfuggita – non è stata contrapposta alcuna replica.

Si dice nell’articolo: “In nessun altro cantone l’iniziativa contro l’immigrazione di massa ha ottenuto un sostegno così grande come in Ticino. Più di due ticinesi su tre (68,2%) andati alle urne, hanno detto il 9 febbraio 2014 SÌ all’iniziativa popolare. Da allora, dovrebbe esserci una gestione autonoma dell’immigrazione dall’UE, attuata mediante preferenza nazionale, contingenti e tetti massimi. Ma Berna è recalcitrante sull’applicazione. Dopo che il Consiglio nazionale ha deciso a maggioranza di non tradurre il nuovo articolo costituzionale in una legge appropriata, è ora il turno del Consiglio degli Stati.

Orbene – entrambi i rappresentanti cantonali ticinesi, ambedue membri della  commissione incaricata dell’esame preliminare, sono brillati per la loro assenza dalla seduta di due giorni di lunedì e martedì. Il consigliere agli Stati PPD Filippo Lombardi ha preferito andare con una delegazione della commissione della politica estera in visita di cinque giorni in Turchia. Assieme al presidente del PS Christian Levrat e quattro altri consiglieri agli Stati è in questo momento occupato a “rafforzare i rapporti fra il parlamento svizzero e quello turco”, come risulta da una comunicazione dei servizi parlamentari.

Mentre che nel caso di Lombardi sia ancora da accertare dove si trovi e che cosa faccia esattamente – invece di meditare sulla questione dell’immigrazione – ciò non è possibile nel caso di Fabio Abate. Diverse telefonate da parte di questo giornale rimangono senza risposta, altrettanto succede da tre giorni a una richiesta scritta inviata per E-Mail, e pure a un cortese invito per SMS sul suo cellulare a esprimersi sul tema in questione. Se questo succedesse nell’ambito familiare, si interpellerebbero gli ospedali e si farebbero emettere degli avvisi di scomparsa dalla polizia. Ieri sera, qualche certezza in più: una segretaria dello studio legale Abate a Locarno dà il cessato allarme, il signor Abate è qui. – “No, no, sta bene”. Ci collegherà, ma ci dice subito che il signor Abate è molto occupato.”

Non commentiamo – almeno per ora, magari lo faremo durante la campagna elettorale del 2019 – l’atteggiamento dei nostri esponenti, ma forse qualche domanda è lecita, specialmente da parte di chi si lamenta che il Ticino a Berna non è preso sul serio.

 

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