Schumann e Schubert con l’OSI al LAC

Nov 5 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 415 Visite • Commenti disabilitati su Schumann e Schubert con l’OSI al LAC

Spazio musicale

Il concerto del 15 ottobre al LAC è iniziato con l’ouverture “Egmont” di Beethoven. Durante l’esecuzione alcuni ritardatari sono stati ammessi in sala; male.

Ha fatto seguito il concerto per pianoforte e orchestra di Schumann con la partecipazione di Khatia Buniatishvili. Questa pianista possiede una tecnica formidabile. Si tratta sicuramente di un gran pregio, ma nel caso della Buniatishvili (e di parecchi altri solisti aventi grandi doti virtuosistiche) la bravura tecnica crea certe tentazioni e finisce per nuocere al valore delle interpretazioni. La musicista sembra compiacersi nelle sue capacità sia come sgranatrice irresistibile di note sia come produttrice di suoni al limite della percettibilità e suscita l’impressione che si consideri soddisfatta di simili prodezze. Nel concerto di Schumann ha destato meraviglia suonando con rapidità, chiarezza e forza la cascata di accordi che apre la composizione; impeto non minore ha messo quando tale cascata, variata e sviluppata, riappare nel corso del primo tempo. Nella cadenza ha scatenato con velocità inaudita un vero e proprio uragano musicale. Invece in altri passaggi si è invaghita delle finezze e ha rallentato il tempo, introducendo anche indugi e sfumando le melodie fino al punto da rendere poco chiaro il loro profilo. Purtroppo gli impulsi ardimentosi da un lato e le delicatezze estreme dall’altro non si sono inseriti in un discorso logico, fatto di contrasti e di alternanze coerenti tra passionalità e ritiri nell’intimità. Si sono presentati invece come mondi diversi semplicemente accostati ma senza un significativo rapporto tra di loro. L’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da Markus Poschner, ha accompagnato correttamente, ma non senza qualche disaccordo espressivo con la solista. Inoltre non ho compreso l’indifferenza con cui è stata suonata la bellissima melodia dei primi violini in zona grave dopo che il pianoforte ha esposto il tema fondamentale: al percorso frastagliato e triste di questo la melodia in questione fa seguire un significativo cambiamento di atmosfera, portando linearità formale e severità di tono. Riveste pertanto una importanza non trascurabile. Nel secondo tempo la pianista e il Poschner hanno evitato di presentare i due motivi principali come poli espressivi diversi, pacato ma anche vivace il primo, riflessivo e austero il secondo, come se questo fosse l’intervento, in una conversazione, di una persona più saggia e seria. Tutto è stato eseguito mirando a unità di espressione in un clima elegiaco di soave e soffusa poesia (laddove è stato dimostrato ancora una volta che nell’interpretazione musicale grandi risultati possono essere conseguiti per vie molto diverse). Nel terzo tempo infine la Buniatishvili si è lanciata in un discorso meravigliosamente leggero, sciolto, scorrevole e assai veloce, con esito eccellente. Insomma questa pianista ha un tesoro nelle mani e piacerebbe che lo metta al servizio di maggiori approfondimenti interpretativi (magari anche rinunciando ad atteggiamenti e gesti teatrali).

Dopo l’intervallo il Poschner e l’orchestra hanno presentato una esecuzione molto apprezzata della sinfonia “Grande” di Schubert. È un lavoro sorretto da una fantasia fertilissima, specialmente nell’invenzione dei numerosi motivi che la animano. Ha freschezza, vitalità e talvolta effervescenza. In una considerazione superficiale pare un’opera tranquilla e serena. Ma se si guarda più in profondità si scopre in essa l’ansia del compositore di manifestare tutto quanto si accalca nel suo animo e la preoccupazione di fare in fretta sapendo di trovarsi a un passo dalla morte.  Fuori programma è poi stata offerta una esecuzione accuratissima della sinfonia del “Barbiere di Siviglia”.

Pubblico molto folto, attento e generoso negli applausi; ma le persone che, durante la prima parte della serata, dal centro della platea, hanno scattato fotografie probabilmente non hanno alcuna sensibilità per la musica; se ne avessero saprebbero che le luci dei loro apparecchi e i loro movimenti distraggono dall’ascolto e disturbano.

Britten a Como

“Il sogno di una notte di mezza estate” di Britten ha arricchito, con un’opera al di fuori del consueto repertorio in lingua italiana, la stagione lirica in corso al Teatro Sociale di Como. Nel panorama del teatro musicale del ventesimo secolo il compositore inglese si distingue per parecchi motivi. In primo luogo non si limitò a scrivere una o due opere, come fecero molti suoi contemporanei, ma ne sfornò una buona decina. Non è soltanto una questione di numeri e di quantità perché un compositore che si cimenta ripetutamente con il teatro musicale acquisisce una esperienza sicuramente utile. In secondo luogo merita attenzione il fatto che alcuni lavori di Britten sono diventati relativamente popolari, fatto eccezionale per un compositore del Novecento. In terzo luogo sottolineo il buon senso dell’artista, che appare in modo evidente nel testo “The Composer’s Dream”, pubblicato in traduzione italiana da La Fenice di Venezia. In esso Britten ci risparmia le elucubrazioni intellettualistiche di moda in tempi moderni, che talvolta diventano insopportabili, specialmente quando artisti parlano di sé. Lascia invece spazio a considerazioni semplici e comprensibili, ma non per questo meno acute e interessanti. Dalla lettura veniamo a sapere una particolarità insolita relativa alla genesi dell’opera, ossia la rapidità della composizione: “Ho cominciato a lavorare effettivamente all’opera in ottobre e l’ho finita – credo – il Venerdì Santo: sette mesi per completare tutto, inclusa la partitura. Non è la velocità di un Mozart o di un Verdi, ma oggi come oggi, smarrito un comune linguaggio, è certo una rarità.” La prima assoluta venne data l’11 giugno 1960.

Nel suo “Sogno di una notte di mezza estate” Shakespeare elaborò un tessuto teatrale fantastico, dove le linee della vicenda si intrecciano magistralmente in una atmosfera magica e al tempo stesso sottilmente ironica ma sempre fine e garbata, anche quando gli innamorati litigano. Questi aspetti Britten ha saputo felicemente immetterli nella partitura musicale, giovandosi della sua capacità di utilizzare i timbri strumentali e le loro combinazioni per produrre una grande varietà di effetti come pure di espandere il canto in aperture melodiche spesso affascinanti grazie al loro seducente lirismo. E tutto questo, infine, Francesco Cilluffo, sul podio a Como, ha fatto rivivere con estrema accuratezza, fine sensibilità e sicuro istinto musicale. Ha avuto a disposizione una impeccabile Orchestra I pomeriggi musicali di Milano e un delizioso Coro di voci bianche Mousiké – SMIM Vida di Cremona, istruito dal Maestro Raul Dominguez. Inoltre per i numerosi personaggi ha potuto contare su cantanti-attori assai validi e adatti alle rispettive parti. Alla regia, affidata a Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, spetta il merito di aver mosso personaggi e fate con efficacia ma senza eccessi; è stata spassosa ma senza banalità e ha prestato la massima attenzione ai momenti squisitamente lirici. Tanti sono stati gli episodi musicali e teatrali ammirevoli: come esempio cito il coro delle fate al termine del secondo atto, dove le luci e le disposizioni sceniche sul piano visivo e d’altra parte la purezza delle voci e la delicatezza del canto sul piano musicale si sono fuse in un momento incantevole di alta poesia.

Pubblico abbastanza numeroso, ma meno del solito (è mai possibile che molte persone si scomodino solo per le Traviate e le Bohème?). In ogni caso grande è stata la soddisfazione dei presenti (e grande anche quella del recensore, che una volta tanto ha potuto scrivere ogni bene di tutto lo spettacolo).

Carlo Rezzonico

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