Schiller o Churchill? Due tesi non incompatibili

Giu 1 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 97 Views • Commenti disabilitati su Schiller o Churchill? Due tesi non incompatibili

Eros N. Mellini

Friedrich Schiller: “La maggioranza è la follia, la ragione è sempre stata soltanto dei pochi.”

Winston Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

Un amico italiano trapiantato da noi mi ha detto: “Che assurdità, sarebbe ora di finirla con tutte queste votazioni cui partecipa si e no il 30% degli aventi diritto di voto. Eleggete le persone, e poi lasciatele lavorare”. Una frase che avrebbe una sua logica, soprattutto se non provenisse da uno il cui paese è totalmente allo sbando (debito pubblico di 2’300 miliardi di euro), probabilmente proprio perché un sistema politico a democrazia rappresentativa ha reso gli eletti una casta intoccabile, sfuggente a qualsiasi controllo da parte di chi la sostiene e ne mantiene gli eccessi a suon di tasse e imposte.

L’illusione che cambi qualcosa

In un sistema in cui il malandazzo si è ormai istituzionalizzato, credere che un movimento di protesta costituisca il tanto atteso Messia che metterà fine alla corruzione, al clientelismo, al “magna magna” e alle ingiustizie, è un’utopia cui crede ancora – o meglio, spera – solo parte del popolino, quella più esasperata. In Italia, per esempio, prima la Lega Nord e adesso il Movimento cinque stelle, sono riusciti ad affabulare una notevole parte dell’elettorato illudendolo con promesse anche assurde (vedi reddito di cittadinanza) o garantendo, una volta eletti, di dare il via a una sana e necessaria catarsi di tutto il sistema. Bubbole! Il sistema è consolidato e – passata la festa, gabbato lo santo – una volta eletto devi comunque muoverti all’interno del sistema e osservandone le regole. E quindi, lo spazio di manovra è più che limitato. Oltre a ciò, l’umano ha uno spirito d’adattamento incredibile, che gli rende decisamente più facile agire secondo le regole già tracciate dai suoi predecessori che non inventarne di nuove rischiando un insuccesso che porrebbe fine a una situazione di benessere e agiatezza personali mai visti prima. In altre parole, uno che guadagnava 1’500 euro al mese facendo un qualsiasi onorato mestiere, ben difficilmente metterà a rischio i 10 o 15’000 euro mensili di indennità parlamentari per incaponirsi a portare avanti, oltretutto con scarse probabilità di successo, i sacri princìpi sventolati in campagna elettorale. Ma anche senza arrivare a tanto, anche se si crede ancora in ideali politici meritevoli e degni, ci si accorge ben presto che, per avere una minima possibilità di realizzarli, si devono dapprima occupare i posti giusti, e avere un consenso ottenibile solo dando qualcosa in cambio all’avversario, magari di posizioni diametralmente opposte alle tue, su altri temi, al fine di ottenere delle maggioranze.

La maggioranza è infallibile? No, ma ha comunque sempre ragione

Certamente no ma, nel sistema della democrazia diretta, ha sempre ragione. Come reprimere la forte volontà di dare ragione a Schiller, quando una votazione non va nel modo che auspichiamo? Personalmente, mugugno, mi rodo il fegato e impreco di fronte a decisioni popolari che riducono assurdamente le mie libertà – in particolare Schengen/Dublino, libera circolazione delle persone, e molte altre ancora – ma prendo spunto da Churchill e, ben conscio delle regole del gioco, accetto il verdetto sportivamente. Al contrario di molti altri miei connazionali, non mi appello a presunti diritti della minoranza di vedersi affermare la sua posizione nonostante la sconfitta. Chi ha vinto porta avanti la sua politica, chi ha perso no. E qui sorge qualche problema: nella Berna federale in particolare, Schiller ha molti seguaci che ne sostengono il sopracitato aforisma senza riserve. Perlomeno quando le urne non avallano le loro tesi, altrimenti “il popolo ha dato prova di maturità” o “ha capito” o “non si è lasciato ingannare…” e altre amenità del genere. E purtroppo, recentemente si è presa la funesta abitudine, quando il popolo “NON dà prova di maturità”, di correggerne arbitrariamente la volontà, vedi NON-applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa o per l’espulsione degli stranieri criminali, o per l’internamento a vita dei criminali violenti.

Una dittatura illuminata?

Probabilmente sarebbe la forma di governo ideale, se non fosse che l’esperienza ci riporta sempre le nefaste conseguenze delle dittature, ma non quelle più positive della sua “illuminazione”. Quantomeno, gli svantaggi sembrano essere nettamente preponderanti rispetto ai benefici, per cui non vale la pena di assumersene il rischio. Del resto, non posso fare a meno di vedere delle analogie fra una democrazia rappresentativa come quella italiana – che di fatto è la dittatura a termine di un’oligarchia ministeriale sostenuta dalla maggioranza del parlamento, sostegno spesso sollecitato con il ricatto della “fiducia” – e una dittatura vera e propria. La mancanza di “illuminazione” mi sembra spesso assente in entrambi i sistemi.

La democrazia diretta ha finora impedito l’adesione all’UE

È un fatto che la democrazia diretta, con la quale noi Svizzeri siamo cresciuti durante secoli di storia, è un concetto estraneo a praticamente tutti gli altri paesi del mondo. Gli Svizzeri si recano alle urne in un anno più volte di quanto lo in facciano i cittadini degli altri paesi in un’intera vita. È vero, ma a chi disturba ciò, se non ai politici e ai partiti quando vengono smentiti? In compenso, la democrazia diretta costituisce (anche se negli ultimi tempi si dovrebbe usare il condizionale) una insuperabile valvola di sicurezza contro decisioni non condivise o, addirittura, sciagurate. Un esempio su tutti: il rigetto dell’adesione allo Spazio economico europeo, rispettivamente all’UE, grazie alla votazione del 1992 e alle susseguenti. È vero che il popolo vota in base a informazioni elaborate da pochi gruppi d’interesse, partiti o organizzazioni o anche governo – e purtroppo, specie quest’ultimo, questi non esitano a ricorrere alle false informazioni o addirittura alle menzogne (vedi costi di Schengen o influsso della libera circolazione delle persone sull’immigrazione) – è però un fatto che la campagna di voto è aperta a tutti gli interessati. Inoltre, nell’insieme, il popolo svizzero ha finora dato prova di una saggezza collettiva certamente non inferiore a quella di 246 parlamentari federali o di 90 deputati nel Gran Consiglio ticinese.

Scarsa partecipazione? Gli assenti hanno sempre torto

Il mio amico romano accennava, a ragione d’altronde, la scarsa partecipazione al voto. Certo, è un peccato che questi preziosi diritti democratici non vengano esercitati con l’impegno che meriterebbero ma, semmai, questo è un appunto da indirizzare agli elettori svizzeri, non alla democrazia diretta. A chi contesta che all’ultima votazione cantonale ha partecipato solo il 32,4% degli aventi diritto, quindi il 50,1% che ha fatto passare la riforma tributaria è in effetti solo il 16% dell’elettorato, rispondo: certo ma, a parte che 35’000 cittadini sono sempre un po’ più rappresentativi di 90 deputati, il 67,6% che non è andato a votare ha dimostrato non di essere d’accordo o no con il progetto di legge, bensì la più assoluta indifferenza. E allora, zitti, giustamente ha deciso chi ha dimostrato di avere a cuore gli affari dello Stato.

Pur simpatizzando in qualche modo con Schiller, io sto con Churchill

Sì, io ritengo che, tutto sommato, il nostro sistema sia quanto di meglio (o di meno peggio) offra il mercato. Non accetto che, pur reclamando diritti a ogni piè sospinto, certa gente non ritenga di dover esercitare anche un dovere di seppur minimo incomodo, quale quello di votare tre o quattro volte l’anno. Specialmente da quando è stato ammesso il voto per corrispondenza. Anche in Svizzera, il disprezzo delle leggi e della Costituzione sta vieppiù prendendo piede nella classe politica. E allora, ben venga la possibilità di un controllo da parte del popolo. Meglio votare anche cento volte di troppo, che una sola troppo poco.

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