Ritorno alle nostre radici

Giu 26 • Dall'UDC, L'opinione, Prima Pagina • 682 Visite • Commenti disabilitati su Ritorno alle nostre radici

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Il Consiglio federale fissa le linee direttive della sua azione nella pianificazione annuale e nel suo piano di legislatura. Queste proiezioni rivelano anche le debolezze del governo, che si dimostra troppo ambizioso e che, per forza di cose, delude. Vediamo più da vicino tre campi d’azione, ossia le politiche sociale, dell’immigrazione e della parità fra i sessi.

Basta osservare gli obiettivi 2015 per rendersi conto delle ambizioni eccessive del governo, che sopravvalutano non soltanto i mezzi di cui dispone, ma anche il suo ruolo nello Stato. Questo problema di uno Stato che moltiplica gli effetti declamatori, quindi promettendo molto ma mantenendo poco, è ben noto negli Stati con un sistema politico concorrenziale: un partito ottiene il potere sulla base delle sue promesse elettorali, poi fallisce frequentemente, sia perché non soddisfa le speranze che ha suscitato, sia perché impiega dei mezzi esagerati per mantenere le sue promesse.    

Il sistema statale svizzero è di natura diversa. Il governo elvetico dovrebbe rinunciare alle dichiarazioni roboanti, limitandosi ai suoi compiti essenziali. Esso deve sapere che le qualità della Svizzera non si fondano sull’azione dello Stato, bensì sulle qualità del popolo. Lo Stato è più efficace quando si limita ai compiti che è in grado di svolgere (essenzialmente, la tutela della sicurezza a tutti i livelli) e se dà prova di moderazione per il resto dando fiducia al sovrano e alla sua capacità di agire. Ecco il concetto di Stato che fa la forza della Svizzera. Ecco il concetto di Stato che l’UDC difende.

Il Consiglio federale ha fissato, il 26 novembre 2014, i suoi obiettivi per l’anno 2015. Ho scelto i tre elementi seguenti: il più inutile, la politica della parità fra i sessi; il più costoso, la politica sociale; il più urgente, la politica d’immigrazione. L’intervento dello Stato è spesso troppo forte in politica sociale e della parità fra i sessi. Parlando d’immigrazione, lo Stato ha il dovere di proteggere gli abitanti dai problemi importati dall’estero.

Parità fra i sessi: un egualitarismo sfrenato

La propaganda concernente la parità fra i sessi è una delle attività favorite del Consiglio federale e della sua amministrazione. Non si smette mai di ripeterci gli stessi cliché che dovrebbero confermarci come le donne siano discriminate per rapporto agli uomini. Con la migliore volontà del mondo – non vedo proprio dove sia il problema.

Le differenze salariali: è logico e normale che un impiego a tempo parziale sia proporzionalmente meno pagato di uno a tempo pieno. Ed è nella natura delle cose che delle donne occupino più frequentemente degli uomini degli impieghi a tempo parziale. Non è un problema politico, ma la conseguenza della libera scelta di qualunque persona che decide quanto tempo e a quale salario vuole lavorare. Tocca inoltre al datore di lavoro decidere se sia meglio retribuire un’attività a tempo pieno che genera una maggiore esperienza professionale e si sviluppa in maniera continuata. Lo Stato non deve fissare delle regole a questo livello.

Le quote femminili: da una parte, il Parlamento decide di rinunciare a introdurre delle quote femminili nei consigli d’amministrazione delle imprese, dall’altra, il Consiglio federale propone esattamente il contrario. Abbiamo veramente altri problemi in questo paese che non imporre qualunque donna nei consigli d’amministrazione tramite delle quote obbligatorie. Si fisseranno ben presto delle quote per le lingue, per le categorie d’età, per gli universitari o per gli stranieri? No, non abbiamo assolutamente bisogno di questo. Come donna, considero un insulto le quote femminili. Attribuire dei mandati in funzione del sesso non è certamente nell’interesse della qualità degli organi interessati. È in realtà una mancanza di rispetto nei confronti delle donne qualificate.

Politica sociale: deve sempre valere la pena lavorare

Il Consiglio federale s’è fissato quale obiettivo l’aumento delle prestazioni complementari, in modo che il loro livello rimanga sempre uguale. Oggi constatiamo che certe prestazioni sociali sono così elevate che scoraggiano i beneficiari a cercare un lavoro. È un segnale d’allarme! I princìpi dell’UDC a questo proposito sono i seguenti: 1. Ogni persona adulta provvede lei stessa ai propri bisogni. Nella società moderna, l’esercizio di un’attività lucrativa svolge un ruolo non solo economico, ma anche esistenziale: sviluppa la personalità; permette di partecipare alla vita sociale; contribuisce alla prosperità di tutti. “. Le prestazioni sociali sono delle prestazioni assicurative per le quali ognuno paga personalmente i premi. Si garantisce così l’equilibrio fra le entrate e le spese. 3. Lo Stato aiuta temporaneamente le persone nella povertà. L’aiuto sociale è adattato a ogni caso individualmente e copre unicamente i bisogni essenziali.

L’esplosione delle spese sociali pubbliche – da 2 miliardi di franchi nel 1950 a 156 miliardi nel 2011, passando da 62 miliardi di franchi nel 1990 – indica chiaramente che lo Stato sociale è sfuggito a qualsiasi controllo. È più che mai tempo di riformare in profondità questo sistema. La responsabilità individuale deve tornare in primo piano. Bisogna evitare che i costi eccessivi dello Stato sociale mettano in pericolo la coesione della società. Le prestazioni sociali sono oggi in parte troppo elevate e minano la volontà personale allo sforzo. La conseguenza è che lo Stato sociale pone troppo spesso gli assistiti in uno stato di dipendenza da cui sono incapaci di uscire. Il principio del nostro sistema sociale deve essere quello di aiutare le persone cadute non per colpa loro in uno stato d’indigenza. Purtroppo, lo Stato sociale attuale ha spesso l’effetto esattamente inverso. Le persone che si limitano a reclamare l’aiuto dello Stato vivono meglio che se lavorassero. L’UDC vuole che valga ancora la pena di lavorare.

Politica d’immigrazione: limitare l’immigrazione senza tante discussioni

Il Consiglio federale ha avuto ragione di porre la realizzazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa al centro della sua politica d’immigrazione.  Il problema è che sembra non avere alcuna strategia su questo tema. Il modo con cui il governo affronta l’obbligo impostogli di riprendere il controllo dell’immigrazione e di negoziare con l’UE assicurando la “via bilaterale”, ci permette di dubitare seriamente della giustezza delle sue priorità. Faremo bene a seguire attentamente ogni passo del Consiglio federale, sollevando critiche, se necessario. L’indecorosa deformazione della volontà del popolo espressa con l’adozione dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri criminali ha seriamente incrinato la nostra fiducia nelle autorità.

La procedura da adottare è chiara per l’UDC: 1. La decisione del popolo concernente l’immigrazione di massa, quindi il controllo autonomo dell’immigrazione in funzione dell’economia, deve essere rigorosamente rispettata. Noi denunceremo anche tutti i trucchi e le astuzie miranti a eludere l’applicazione dell’iniziativa per l’espulsione. 2. Gli accordi fra la Svizzera e l’UE devono essere esaminati individualmente e in dettaglio circa la loro reale utilità. La strategia negoziale dovrà essere formulata sulla base di questo esame. Non tollereremo né i miopi tentativi di conservare a qualsiasi costo gli accordi in vigore, né la difesa degli interessi dell’UE da parte delle autorità svizzere. 3. Infine, esigiamo dei negoziati seri che facciano onore ai momenti di massimo splendore della diplomazia svizzera. La compiacenza, il nervosismo, addirittura il servilismo nei confronti dell’UE non sono atteggiamenti degni del nostro paese. La Svizzera non deve strisciare di fronte a Bruxelles, bensì agire come un partner paritario.

Lo Stato deve limitarsi ai suoi compiti-chiave

L’estensione delle attività dello Stato ha l’effetto contrario a quello che si potrebbe sperare. A furia di disperdersi, lo Stato trascura i suoi compiti-chiave, ossia la garanzia della sicurezza all’interno, all’esterno e dell’applicazione del diritto. Gli individui sono spinti nella dipendenza dallo Stato che vieppiù s’immischia nelle faccende private dei cittadini, dettando loro e alle loro famiglie come devono organizzare la propria vita. Questa politica si fonda su un’immagine indegna dell’essere umano e su una concezione fondamentalmente errata dello Stato. Ne risultano  dei gravi danni per ogni cittadino e per la collettività. L’UDC s’impegna per la responsabilità individuale e per il ristabilimento della concezione di Stato che ha fatto la forza e il successo della Svizzera.

Nadja Pieren, Consigliera nazionale, Vicepresidente UDC Svizzera (BE)

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